✕

"Io e John Belushi persi nel disordine della celebrità"

Ascolta l'audio

La vedova Judith racconta l’attore di "Blues Brothers" in una nuova biografia e in un documentario di prossima uscita
4 minuti di lettura
A quarant'anni dall'uscita di The Blues Brothers il ricordo di John Belushi è vivo più che mai. L'attore, morto di overdose nel 1982 a 33 anni, è protagonista di della "biografia definitiva", di un documentario, di un progetto di biopic, di una marca di caffè e di prodotti a base di cannabis che portano il nome suo e dei fratelli blues. Al centro dei progetti c'è la moglie Judith Belushi Pisano, con cui ha condiviso la vita fin dall'adolescenza. L'abbiamo incontrata su zoom per parlare di John Belushi- La biografia definitiva - 536 pagine e 114 foto dell'archivio personale - dal 26 novembre in libreria con Sagoma Editore.

Questo libro è una bibbia. Cosa scopriranno i suoi ammiratori e i giovani che lo conoscono solo come una icona degli Ottanta?
"Penso che troveranno l'uomo dietro l'attore, raccontato da chi lo conosceva davvero. John seguiva il modello Brando: le persone non hanno bisogno di…
A quarant'anni dall'uscita di The Blues Brothers il ricordo di John Belushi è vivo più che mai. L'attore, morto di overdose nel 1982 a 33 anni, è protagonista di della "biografia definitiva", di un documentario, di un progetto di biopic, di una marca di caffè e di prodotti a base di cannabis che portano il nome suo e dei fratelli blues. Al centro dei progetti c'è la moglie Judith Belushi Pisano, con cui ha condiviso la vita fin dall'adolescenza. L'abbiamo incontrata su zoom per parlare di John Belushi- La biografia definitiva - 536 pagine e 114 foto dell'archivio personale - dal 26 novembre in libreria con Sagoma Editore.

Questo libro è una bibbia. Cosa scopriranno i suoi ammiratori e i giovani che lo conoscono solo come una icona degli Ottanta?
"Penso che troveranno l'uomo dietro l'attore, raccontato da chi lo conosceva davvero. John seguiva il modello Brando: le persone non hanno bisogno di sapere chi è davvero un attore. Se qualcuno fa domande personali, praticamente lo spegne. Però la confusione intorno a questa morte - la droga, la donna misteriosa, il caso giudiziario - hanno finito per oscurare quel che resta del suo lavoro".

Perché era così così popolare e amato?
"Era dispettoso e irriverente per natura. Quando c'era lui il pubblico si aspettava qualcosa di folle, di soprendente. Poteva starsene tranquillo e d'improvviso esplodere. Era come un cartone animato, talmente fisico da poter trascendere il linguaggio, come faceva nel personaggio del Saturday Night Live, il Samurai. Bastavano le sue espressioni facciali. Ed era simbolo della working class, molti dicevano "somiglia al mio amico del college". Faceva molto ridere, e questo attira le persone".

"The Blues Brothers" è stata davvero una missione per lui.
"Sì, ne era orgoglioso. Lui e Dan (Aykroyd ndr) hanno creato la band e portato in vita il film. Amavano la musica, erano molto umili rispetto alle loro capacità blues, si sono sentiti onorati di aver messo insieme una band che è diventata una sorta di movimento: il genere ha trovato nuovo pubblico, tanti musicisti mi hanno detto che grazie al film avevano ricominciato a lavorare, c'è stato un effetto a catena".


Era il suo film preferito?
"Forse sì. Ma amava anche Animal House ed era affezionato a Chiamami aquila, un film in cui si era sentito più a disagio perché esponeva un lato di sé che non era sicuro avrebbe funzionato in quel momento; il film usciva dopo Animal House e Blues Brothers, la gente si aspettava un altro grande selvaggio e invece trovava uno scrittore-giornalista che somiglia al vero John, grande appassionato di storia e politica, divoratore di giornali".

Era anche attivo politicamente.
"Sì, aveva parteciato alle proteste contro la guerra in Vietnam, aveva davvero intenzione di lasciare il paese se fosse stato arruolato. Era molto consapevole, aveva 19 anni, io 17 e ne sapevo meno. Gli chiesi "Ma non sei un patriota?" E lui rispose sì, lo sono, per questo non voglio sostenere una guerra immorale e senza significato".

Lei lo ha accompagnato dall'adolescenza al successo.
"Avevo 15 anni quando abbiamo iniziato a uscire insieme e 31 quando è morto. Ha sempre avuto talento, si faceva notare già nelle esibizioni al liceo, era il capitano della squadra di football. È sempre stato un leader. Sicuro nelle cose che sapeva fare, sport e spettacolo, meno nel quotidiano. Mi diceva: "Tanto sono a mio agio sul palco quanto sono stonato in un negozio di alimentari: mi sento perso, voglio uscire...". C'erano degli aspetti che gli piacevano della fama: la reazione del pubblico, il successo televisivo. Poi però lo riconoscevano ovunque, anche se si travestiva con i capelli e gli occhiali, lo individuavano dalla corporatura, dai movimenti e la gente si prendeva confidenze. Non era un divo altero di Hollywood, era "l'amico stonato del college", il ragazzo della working class. È stato così veloce questo viaggio che non abbiamo avuto il tempo per sistemarci e mantenere il nostro spirito attaccato e ci siamo persi nel caos della celebrità".


La scorsa estate è morta Cathy Smith (che iniettò la dose fatale a Belushi, ndr) che con Bob Woodward sono state due persone che, in modo diverso, l'hanno fatta soffrire.
"Sono state lezioni importanti nella mia vita. Ho compiuto un percorso spirituale che mi ha portato al perdono. È stato più facile con Cathy, era una tossicodipendente: è come se due ubriachi sono in macchina, uno guida, c'è un incidente e il passeggero muore. Al contrario dei miei suoceri, al processo ho detto che aveva bisogno di terapie, non di carcere. Quando a Woodward, veniamo dalla stessa città, per questo lo cercai. Mi sono sentita ingannata. Non era la persona giusta. Non sapeva che taglio dare, ha puntato sul sensazionale. Leggere il libro è stato come guardare una commedia su John interpretata da un attore pessimo che non coglieva l'anima, di festa in festa, di droga in droga. Me lo sono lasciato alle spalle".

È vero che Belushi fu contattato per 'C'era una volta in America' di Sergio Leone?
"So solo che c'è stato un periodo di incontri, conversazioni. Non sapremo mai come sarebbero andate a finire. So che amava tanto il cinema italiano, gli spaghetti western, ma anche Fellini. Era un cinefilo. Lavorava in tv fino a tardi, tornava a casa e si piazzava sui canali dei classici. Poi la mattina dopo con gli amici ne facevano parodie".

Il doc "Belushi" si vedrà in Usa tra qualche giorno.
"È un progetto sincero. Avrei valorizzato di più gli aspetti comici, ma la parte politica è interessante: nell'82 Nancy Reagan dice che la sua politica sulla droga era solo di dire no. Non c'era comprensione, non era considerata una malattia. Ecco perché tutta quella spazzatura su quel tema. I nostri amici mi dicono di aver pianto, ma di essere grati di aver rivisto John nel film".

A che punto è il biopic? Che ne è degli altri progetti: la cannabis, il caffè, la serie animata?
"Sono tutti progetti a cui lavoro, come un giocoliere con le palle che salgono e scendono. Sono molto legata a mio cognato Jim e agli altri fratelli. Jim ha una fattoria in Oregon e ha iniziato a coltivare cannabis, crediamo nelle sue proprietà curative e abbiamo lanciato con successo i prodotti col marchio Blues Brothers. Con lo stesso marchio stiamo anche portando sul mercato un ottimo caffè. La serie animata era la mia preferita, ma ora c'è un altro progetto e siamo anche in contatto con una casa di animazione giapponese. Per il biopic c'è il regista, David Frankel, quello di Il diavolo veste Prada e c'è una sceneggiatura. Il set è fermo perché le misure anti Covid porterebbero via il venti per cento del budget. Per il protagonista cerchiamo un volto nuovo. Se devo pensare a figure che mi ricordano John, Joaquin Phoenix per la sua energia, mentre Jack Black lo considero un discepolo, con l'umorismo, la musica. E poi c'è il figlio di Jimmy, Robert. Con l'altro cognato, Billy, l'abbiamo visto recitare e alla fine abbiamo detto "nella scena sul divano era identico a John". È stata un'emozione".