✕

Massimo Carlotto: "Con tutte queste serie rischio di non leggere più"

Ascolta l'audio

Lo scrittore ci racconta la fiction “L’Alligatore”, tratta dai suoi libri, su Rai 2 dal 25 novembre
3 minuti di lettura
Diluvia. È una notte da dimenticare quella in cui Marco Buratti, detto l’Alligatore (Matteo Martari) accompagna Max “La Memoria” (Gianluca Gobbi), giornalista ambientalista, a riprendere un allevamento lager. Fuori dalla stalla un uomo viene ucciso, una partita di stupefacenti passa da una mano all’altra. Inizia così la serie L’Alligatore diretta da Daniele Vicari, anche showrunner, e Emanuele Scaringi – da domani su Rai 2 – tratta dai libri di Massimo Carlotto.

Ex cantante, investigatore senza licenza e senza pistola, affamato di giustizia, l’Alligatore sconta sette anni di carcere da innocente per non tradire Max. Viene lasciato da Greta (Valeria Solarino), con cui condivide la passione della musica, annega il dolore nel calvados. Al suo fianco ritrova Beniamino (Thomas Trabacchi), ex compagno di cella, il braccio armato. Il nord est è un paesaggio metafisico immerso nella nebbia e nella musica di Teho Teardo. &la…
Diluvia. È una notte da dimenticare quella in cui Marco Buratti, detto l’Alligatore (Matteo Martari) accompagna Max “La Memoria” (Gianluca Gobbi), giornalista ambientalista, a riprendere un allevamento lager. Fuori dalla stalla un uomo viene ucciso, una partita di stupefacenti passa da una mano all’altra. Inizia così la serie L’Alligatore diretta da Daniele Vicari, anche showrunner, e Emanuele Scaringi – da domani su Rai 2 – tratta dai libri di Massimo Carlotto.

Ex cantante, investigatore senza licenza e senza pistola, affamato di giustizia, l’Alligatore sconta sette anni di carcere da innocente per non tradire Max. Viene lasciato da Greta (Valeria Solarino), con cui condivide la passione della musica, annega il dolore nel calvados. Al suo fianco ritrova Beniamino (Thomas Trabacchi), ex compagno di cella, il braccio armato. Il nord est è un paesaggio metafisico immerso nella nebbia e nella musica di Teho Teardo. «Sono entusiasta», commenta lo scrittore che ha collaborato alla sceneggiatura con Andrea Cedrola e Laura Paolucci, «la serie non tradisce i romanzi, anzi esalta gli aspetti a cui tenevo. Non mi interessava il caso di puntata, ma raccontare la provincia criminale».


Una scena della serie 'L'Alligatore'. IN alto, il protagonista Matteo Martani 


Carlotto, l’Alligatore televisivo è fedele a quello dei libri.
«Riflette esattamente lo spirito dei romanzi. All’inizio ero preoccupato che ci fosse una tensione esagerata rispetto al meccanismo giallo, invece è coerente con il clima dei libri. Ho lavorato con persone straordinarie che mi hanno insegnato molto».

Come Montalbano, anche il suo Alligatore sullo schermo è più giovane.
«In tv sono ringiovaniti, è un meccanismo tipico, ma Martari è il vero Alligatore, il più giusto. È di Verona, grazie a Vicari ha recuperato il dialetto veneto. Però è vero, nello scambio di mail, i lettori mi chiedono del protagonista».

Anche nel suo caso immaginano il loro eroe e avrebbero voluto fare il cast?
«La relazione è complicata. C’è la paura, esagerata, che la tv “tradisca”. Io rassicuro sempre tutti. Sono l’autore e per me Martari e Trabacchi, che interpreta Beniamino Rossini, sono perfetti. Beniamino poi è amatissimo, e molto caratterizzato nei romanzi, come lo è Gobbi che fa Max. Sono giusti nel modo di porsi e in quello di camminare. Anche la timidezza dell’Alligatore, il suo rapporto col mondo, tipico dei perdenti, funziona. Lo vedo in azione e lo ritrovo».


Lo scrittore Massimo Carlotto
(foto: Daniela Zedda) 


Non sarà perché gli uomini tristi danno l’impressione di avere ragione?
«In effetti pensa di avere sempre ragione, esperienza pescata dalla mia generazione: continuiamo a pensarlo. È un bel tratto che non è facile da restituire in una serie, Martari è stato bravissimo. Ho la foto del vero Beniamino e Trabacchi gli assomiglia, restituisce le sue espressioni».

Com’è stato il percorso dell’Alligatore fino alla tv?
«Tormentato. Il libro è passato di produttore in produttore per anni, è stato persino opzionato dalla tv scozzese. Poi è arrivato Domenico Procacci con Fandango che ha realizzato il progetto con RaiFiction».

Quali erano le difficoltà?
«È la prima serie hard boiled, una vera scommessa. Ma grazie a registi e attori straordinari, secondo me lascerà il segno».

Da “Montalbano” a “I bastardi di Pizzofalcone”, da “Rocco Schiavone” a “L’Alligatore” il pubblico si è appassionato al giallo, declinato in modo diverso. Perché?
«È cambiato il rapporto tra società e crimine, che è un grande punto di domanda. Tutti vogliono sapere cosa c’è dietro un delitto. E poi le serie pongono al centro il racconto della realtà, fotografano i tempi che viviamo. Il pubblico si riconosce nei personaggi, anche se sono lontani dal proprio carattere».

Con Manzini e De Giovanni vi confrontate?
«Siamo amici. Siamo contenti quando ci vediamo, non ci sono invidie».

Come giudica le serie italiane?
«La produzione migliora sempre di più anche se io, che ho 64 anni, sono cresciuto guardando gli sceneggiati ed erano fantastici. Riuscivano a raccontare il boom economico, il ’68 che si avvicinava. Per me sono stati formativi».

Che tipo di spettatore è?
«In tv guardo quello che viene realizzato in Italia, anche Un posto al sole. Trovo interessante il lato produttivo. Seguo i racconti molto popolari per capire il punto di vista. Sono abbonato a tutte le piattaforme: devo stare attento che immergermi nel racconto non predomini rispetto alla lettura, sarebbe grave per uno scrittore».

Che pensa di “The Crown”?
«È inarrivabile. Guardandola sto imparando tanto sui rapporti umani».

Era anche fan di “Downton Abbey”?
«Certo. Ho visto pure il film, anche se mi ha un po’ deluso rispetto alla serie».

Cosa le chiedono i lettori?
«Le stranezze sono molte: a cominciare dal tipo di abbigliamento quando scrivo. Uno mi ha chiesto se la mattina scrivo in pigiama e se porto le calze. La vera tragedia con i lettori è Virna (nella serie Eleonora Giovanardi, ndr), quella tra lei e l’Alligatore è una relazione non risolta».

Camilleri aveva lo stesso problema con Livia.
«Virna continua a essere un tema di dibattito. I lettori sono per l’80% donne e gli editori alzano l’indice: “Stai attento”».

Si farà una seconda stagione dell’Alligatore?
«Lo spero tanto, ovviamente non dipende da me».