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(agf)

La prima della Scala, sul palco della storia al di là della realtà

L’inaugurazione della stagione è stata essenziale perfino in tempo di guerra. Mondanità e show oggi sono azzerati, ma ci saranno bellezza e condivisione
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Sarà una preserata bellissima o quasi, la Scala nel giorno della sua inaugurazione annuale solo in televisione, con il teatro contemporaneamente vuoto, muto, spento, con i palchi bui come antri misteriosi, prezioso reperto dopo il terremoto che ancora stiamo vivendo, quasi una allegoria dello splendore di quando eravamo felici e non lo sapevamo.

Mancherà la realtà ma non la sua immagine, la partecipazione ma non la condivisione: mancherà il palcoscenico fiabesco e la grande opera con stupefacenti scenografie e centinaia di comparse, vuoi in divisa nazi o in chimono o in gonnellini egizi, e il palco presidenziale rutilante di presenze istituzionali, e l’indispensabile loggione più o meno inferocito, e le signore esagerate con lo strascico, e i vecchi banchieri in smoking, e qualche modaiolo in giacca laminata. Ma sarà tutto nuovo.

L’insidiosa e cieca epopea covidiana avrebbe reso necessaria la sottrazione di festa, spegnendo la Mi…
Sarà una preserata bellissima o quasi, la Scala nel giorno della sua inaugurazione annuale solo in televisione, con il teatro contemporaneamente vuoto, muto, spento, con i palchi bui come antri misteriosi, prezioso reperto dopo il terremoto che ancora stiamo vivendo, quasi una allegoria dello splendore di quando eravamo felici e non lo sapevamo.

Mancherà la realtà ma non la sua immagine, la partecipazione ma non la condivisione: mancherà il palcoscenico fiabesco e la grande opera con stupefacenti scenografie e centinaia di comparse, vuoi in divisa nazi o in chimono o in gonnellini egizi, e il palco presidenziale rutilante di presenze istituzionali, e l’indispensabile loggione più o meno inferocito, e le signore esagerate con lo strascico, e i vecchi banchieri in smoking, e qualche modaiolo in giacca laminata. Ma sarà tutto nuovo.

L’insidiosa e cieca epopea covidiana avrebbe reso necessaria la sottrazione di festa, spegnendo la Milano del 7 dicembre, la notte del privilegio di una istituzione giustamente superba e suprema nel mondo, una gravissima pausa artistico mondana e civile, persino politica. E tutto il teatro, cominciando dal suo sovraintendente Dominique Meyer, tutti i suoi collaboratori, tutta la comunità della musica, si sono accordati per salvare la magia insostituibile di una serata che si ripete da quasi 250 anni, dal 3 agosto 1778, quando il nuovo teatro del Piermarini fu inaugurato con L’Europa riconosciuta di Salieri. Che si sa essere un’opera tremendissima, poi scelta eroicamente da Riccardo Muti per il ritorno nel teatro dopo il lungo restauro, il 7 dicembre 2004, e c’era per la prima volta il premier Berlusconi che dopo quella dura esperienza non ci tornò mai più e si separò persino da sua moglie Veronica che, bellissima, quella sera lo aveva accompagnato.

L’inaugurazione della stagione scaligera è sempre stata essenziale, tanto che il teatro non volle cancellarla neppure negli anni di guerra, con la Scala distrutta dalle bombe alleate nella notte del 16 agosto del 1943: infatti il 26 dicembre il Mefistofele di Boito andò in scena al teatro Sociale di Como , il 28 gennaio del ’44 l’Aida di Verdi al Teatro Lirico di Milano e l’anno dopo, il 13 dicembre, sempre al Lirico, la Francesca da Rimini di Ricordi-D’Annunzio.

Per questo 7 dicembre era quasi pronta un’opera che mai aveva inaugurato una stagione del Piermarini, la Lucia di Lammermour di Donizetti, diretta da Riccardo Chailly, regia di Yannis Kokkos, venerato francese ultrasettantenne di origine greca, protagonisti il divino Juan Diego Flòrez e la carinissima americana di origine cubana Lisette Oropesa, detta la nuova Callas più che per la voce, per aver perso 30 chili in pochi mesi. La si vedrà a teatro riaperto e se tuttora vivo ci sarà chi potrà confrontarla con Maria Callas che già fascinosissima faceva delirare il pubblico come inimitabile Lucia. Ancora di corpo monumentale e già Meneghini, Maria Callas era stata la protagonista del primo 7 dicembre, nel 1951, come Elena dei Vespri Siciliani di Verdi, perché sino ad allora e quasi sempre il giorno dell’inaugurazione ingioiellata e litigiosa era stato il 26 dicembre, data che pareva meglio destinata a stravizi postnatalizi.

Qualcuno ebbe un’idea fulminante: perché non anticiparla al 7, celebrando il patrono di Milano, il laico Ambrogio, romano originario di Treviri nella Gallia belgica (come Karl Marx!), battezzato e fatto vescovo il 7 dicembre del 374, appassionato musicista e autore di inni liturgici, che usò il canto per entusiasmare le masse dei fedeli? Questo 7 dicembre, segnato dalle porte scaligere sprangate, diventa quasi salvifico dando un duro colpo ai no mask tuttora deliranti, perché testimonia quanto sia pericolosa la disubbidienza; il coro è stato dimezzato dal Covid-19 (una cinquantina di cantanti ammalati), nell’orchestra si sono contagiati i fiati ma non gli archi, e nessuno nel corpo di ballo.

Perché chi canta non può portare le maschera e neppure chi suona tromboni o clarinetti, mentre chi balla almeno alle prove, sì. La serata del 7 dicembre ha sponsor speciali, quindi anche per stasera il disordine del mezzo televisivo sarà superato senza troppe ristrettezze dall’ingegnosità dei cervelli scaligeri, consegnando un grande spettacolo antipandemico col trionfo del distanziamento, chissà che qualche scemo si ricreda.
Tutto avverrà sullo schermo televisivo, la sala chiusa, invece il ridotto dei palchi sfolgorante di luci ospiterà un parco numero di giornalisti (distanziati e con mascherina) che seguirà la trasmissione su un grande schermo, assieme ad alcuni suoi protagonisti (distanziati e con mascherina) su cui avventarsi per ulteriori curiosità. Non ci saranno i gloriosi intervalli esibizionisti, non la piazza impenetrabile fortificata dalla polizia in divisa antisommossa, non ci saranno nel palco presidenziale incoronato di fiori, ministri scadenti, premier intimiditi e amabili presidenti della repubblica.

Si rimpiange almeno il 7 dicembre 2019, solo un anno fa, presente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lungo applaudito, in piedi come tutti alle note solenni dell’inno di Mameli diretto da Chailly e tutti a cantarlo con una specie di ritrovata emozione risorgimentale, di colta italianità. Trasmessa in diretta da RaiUno, intervalli lussuosi compresi, quella Tosca è stata vista da quasi tre milioni di telespettatori italiani, mezzo milione in Germania e Francia. Stasera ce ne saranno molti di più.