Prima alla Scala: dal disegno di Chailly è nata l’opera dell’eccellenza
di Angelo Foletto , di Angelo FolettoLa critica dell'evento "A riveder le stelle" che ha inaugurato la stagione del teatro d'opera di Milano con una parata di star della lirica
La differenza tra l’inventare il “vero” cine-televisivo che dimostri l’attualità contenutistica, politica perfino dell’opera, e testimoniare il vero era ben marcata dalla forza dell’intervento parlato conclusivo di Davide Livermore, non a caso musicista e cantante di formazione. Passione intellettuale, rabbia e orgoglio di appartenere alla famiglia dell’opera. Mossa ben pensata perché, da musicista appunto, il regista sapeva che le diavolerie tecnologiche poco o nulla avrebbero potuto aggiungere all’ossatura portante inscalfibile della serata: i 27 numeri operistici (unica vittima rispetto alla scaletta già registrata, il duetto da Valchiria di Wagner) e il loro efficace montaggio disegnato da Riccardo Chailly. Scene, preludi e arie emblematiche che il maestro ha voluto “comporre” per opera, non allineare come un recital a più voci. Nella fase pratica il direttore ha ragionato concertisticamente: f…
La differenza tra l’inventare il “vero” cine-televisivo che dimostri l’attualità contenutistica, politica perfino dell’opera, e testimoniare il vero era ben marcata dalla forza dell’intervento parlato conclusivo di Davide Livermore, non a caso musicista e cantante di formazione. Passione intellettuale, rabbia e orgoglio di appartenere alla famiglia dell’opera. Mossa ben pensata perché, da musicista appunto, il regista sapeva che le diavolerie tecnologiche poco o nulla avrebbero potuto aggiungere all’ossatura portante inscalfibile della serata: i 27 numeri operistici (unica vittima rispetto alla scaletta già registrata, il duetto da Valchiria di Wagner) e il loro efficace montaggio disegnato da Riccardo Chailly. Scene, preludi e arie emblematiche che il maestro ha voluto “comporre” per opera, non allineare come un recital a più voci. Nella fase pratica il direttore ha ragionato concertisticamente: favorendo col gesto e la concertazione l’evidenza della scrittura d’accompagnamento prima di creare spazi teatrali per la voce. Esemplare in questo senso la successione dei due numeri maschili di Don Carlo lavorati con estrema premura “sinfonica”. La presa di suono calmierata della tv ci ha però tolto la possibilità di valutare bene i colori dell’orchestra scaligera, comunque in spolvero, e la resa acustica del complesso a dispetto della distribuzione allungatissima dei leggii sulla pedana costruita a allagare la platea, di cui Chailly nell’intervista introduttiva s’era detto particolarmente soddisfatto. La cura del dettaglio strumentale giustificava i tempi declamatori, non sempre spontanei, dei numeri ma non interferiva sulla libertà lasciata a singoli solisti. Tutti di prima classe, di ragguardevole quando non ottima riuscita interpretativa, e generosità “scenica”. Impossibile estrarre un graduatoria di merito anche se nell’emozione rimarranno i sette che col coro di Bruno Casoni hanno intonato il finale inno alla libertà riconquistata da Guglielmo Tell. Se uno dei messaggi artistici non strillati di A riveder le stelle era spiegare che i cantanti eccellenti ci sono, e non soffrono di invidie professionali quando possono provare che l’opera sta benissimo proprio perché le voci non mancano, lo scopo dello spettacolo-racconto ch’era vietato chiamare concerto è stato pienamente conseguito.