Manuel Agnelli: "Autentici e rivoluzionari, così abbiamo ribaltato 'X Factor' a colpi di rock'n'roll"
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Valeria Rusconi
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Il giudice del talent ha lasciato tutti a bocca aperta con una selvaggia esibizione, a torso nudo, insieme ai 'suoi' Little Pieces of Marmalade. Arrivati secondi, dopo Casadilego, ma vincitori morali di questa edizione: "Combatto la battaglia per quei valori che il rock'n'roll rappresentava e che oggi non ci sono più"
Aggiornato 8 minuti di lettura
È mezzogiorno passato. Manuel Agnelli si è appena svegliato dopo la finale di X Factor che sancisce in qualche modo una vittoria: i "suoi" Little Pieces of Marmalade sono arrivati al secondo posto per un pugno di voti ma – ben più importante – la sua esibizione, a torso nudo e con il microfono in aria, teso a roteare sopra la testa, ha scosso il pubblico. Cambiando per sempre le regole del talent. E forse quelle televisive.
X Factor 2020, Manuel Agnelli scatenato: canta a petto nudo e ruba la scena
Allora, com'è andata questa edizione di X Factor? La qualità è stata alta.
«Credo sia stata un'edizione sufficientemente rivoluzionaria: abbiamo messo in piedi un talent show con un'attitudine fuori dal comune e lo è stata soprattutto tra i miei gruppi. Se penso alla grande naturalezza con la quale abbiamo portato avanti il nostro linguaggio, scegliendo il…
È mezzogiorno passato. Manuel Agnelli si è appena svegliato dopo la finale di X Factor che sancisce in qualche modo una vittoria: i "suoi" Little Pieces of Marmalade sono arrivati al secondo posto per un pugno di voti ma – ben più importante – la sua esibizione, a torso nudo e con il microfono in aria, teso a roteare sopra la testa, ha scosso il pubblico. Cambiando per sempre le regole del talent. E forse quelle televisive.
X Factor 2020, Manuel Agnelli scatenato: canta a petto nudo e ruba la scena
Allora, com'è andata questa edizione di X Factor? La qualità è stata alta.
«Credo sia stata un'edizione sufficientemente rivoluzionaria: abbiamo messo in piedi un talent show con un'attitudine fuori dal comune e lo è stata soprattutto tra i miei gruppi. Se penso alla grande naturalezza con la quale abbiamo portato avanti il nostro linguaggio, scegliendo il percorso che volevamo indipendentemente dalla sua efficacia, i Little Pieces of Marmelade sono stati dei vincitori. Sono veramente orgoglioso di aver mantenuto integra la loro personalità e di averlo fatto all'interno di una situazione mediatica come quella di un talent. Lo considero un bel messaggio, una delle cose più importanti della mia partecipazione a X Factor».
Portare avanti la qualità è sempre difficile. I Melancholia, ad esempio, sono stati eliminati e si è polemizzato sul fatto che abbiano stonato: l'Italia cambierà mai o ci si attaccherà sempre a dettagli che non sono poi così rilevanti?
«Non sono per nulla rilevanti: sarebbe più importante un cambiamento reale a livello musicale piuttosto che commentare com'era vestito Tizio o Caio o se ha stonato nella terza strofa oppure no. C'è anche da dire che gli italiani si attaccano a ciò che sanno e conoscono e dunque che possono giudicare. Non sono tutti critici musicali, come è giusto che sia. X Factor è un programma molto largo e generico, con un pubblico composto non solo di specialisti. È logico sia più difficile avere dei punti di riferimento».
I dati di ascolto segnano un record, con un +30% rispetto all'edizione passata. I numeri per lei contano?
«Be', se mi alzano lo stipendio, sì (ride, ndr)». Quindi l'anno prossimo farà di nuovo il giudice?
«No, non è detto. Non lo so. Di anno in anno le cose cambiano, cambiano in maniera anche abbastanza radicale. Però sono molto contento di come sia andata, del messaggio che siamo riusciti a far passare in questa edizione. Un'edizione fortunata: perché alla fine non ci sono formule per portare avanti la partecipazione al programma».
Qual è il messaggio più importante che è passato?
«Non ne è passato solo uno: il più importante però è quello che non bisogna adattarsi al mezzo televisivo e che si è molto televisivi proprio non essendolo. Se ci pensa chi ha vinto è una ragazzina molto spontanea, che non ha nulla se non la voce e dunque che ha anche una grande naturalezza nel traslare questo atteggiamento in tv. Non fa le capriole, non s'inventa delle cose. Dall'altra parte ci sono i Little Pieces of Marmelade: anche loro sono genuini ma lo sono nell'essere estremi. Non hanno fatto nulla per farsi volersi bene, nulla che non fosse già loro. L'anti-televisività in questo momento è l'essere televisivi. Questa è l'epoca degli artifici: noi abbiamo scelto di non andare a cercarli». Il fatto che i Little Pieces of Marmelade siano arrivati secondi, dopo Casadilego, la infastidisce?
«Quella di Casadilego è una vittoria meritata. Ho sempre parlato molto bene di lei, l'ho sempre vista come un grande talento. Lei è decisamente meritevole e l'avrei presa in squadra con me se avessi avuto le Under donna. È chiaro però che, soprattutto i Little Pieces of Marmelade o anche i Melancholia, rappresentano una svolta e un cambiamento che va al di là del gusto e della musica. Si tratta proprio di un cambiamento di contenuti nel format di X Factor e, perché no, di percezione del pubblico che è la cosa più importante, rivoluzionaria».
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A X Factor ha cantato Veleno, uno dei pezzi più potenti da uno dei dischi rock italiani migliori di sempre, Hai paura del buio? degli Afterhours. Perché ha scelto proprio questo?
«Perché sarebbe stato un errore, e credo a questo punto di aver avuto ragione, adattarsi alla televisione proprio sul finale. Siccome c'erano dei duetti da fare e bisognava scegliere, invece di prendere un pezzo "piacione", pop o molto conosciuto – e comunque io non ne ho fatti – abbiamo deciso che era più forte, sincero e anche efficace spingere sull'acceleratore e fare qualcosa di dirompente, di rottura, qualcosa che in tv si vede raramente. Volevamo essere autentici pensando che essere autentici significa anche essere potenti».
Veleno,poi, contiene il ritornello “chissà come ti trovi bene senza le tue pene/ chissà come ti trovi bene col tuo nuovo pene”: è raro sentire in tv una frase del genere.
«Ancora una volta il problema non ce lo siamo posto: quella era la canzone, volevamo farla; quello volevamo dire, quello abbiamo detto. Che poi questa cosa venga presa in un modo o nell'altro non importa: è il linguaggio che parliamo sempre ed è il linguaggio che vogliamo usare, indipendentemente dal luogo in cui lo usiamo». I Little Pieces of Marmelade colpiscono. La sua esibizione a petto nudo, con loro, ha riportato al centro l'essenza del rock. Lei lo fa da sempre ma evidentemente in tv non ci erano abituati: infatti non si parla d'altro.
«Mi fa piacere di riuscire a smuovere qualcosa: fa parte delle mie funzioni. Quando dicevo di "venire a disturbare un po' il format del talent" intendevo proprio questo. Sono competitivo, mi sarebbe piaciuto vincere, ma vincere non è nei miei interessi: a me interessava creare confronto. Ero lì per questo. Penso di esserci riuscito, anche ad aprire un dibattito sulla musica, un dibattito che sembrava sopito. Credo che se i Little Pieces of Marmelade sono arrivati in finale, all'ultimo scontro, e hanno perso davvero per pochissimi voti, significa che c'è una grande quantità di persone che non si riconosce nella musica che passa in tv oggi. C'è tanta gente che quando ha l'occasione di vedere o sentire ciò in cui si riconosce si esalta, perché è così difficile trovare cose del genere. E non solo nella musica, intendo anche nella politica, nella società. Non voglio esagerare, o suonare tronfio, ma ieri sera è successo questo: migliaia e migliaia di spettatori si sono riconosciuti in qualcosa, si sono uniti e hanno votato. E votare non è così scontato. I commenti, che ho letto tra ieri sera e durante la notte, trasudano un amore enorme per il viaggio che abbiamo fatto con i Little Pieces of Marmelade. È un onore gigantesco quello che abbiamo avuto».
A X Factor erano perfettamente al corrente di quale brano avrebbe cantato, e in quale modo, o è stata una sorpresa?
«Abbiamo fatto le prove, anche se non sono state esattamente al 100% come spinta... Io non ero a torso nudo... e roteavo il microfono ma meno violentemente... (ride, ndr)».
Allora un po' li ha ingannati. Saranno rimasti colpiti.
«Ma no... Se sono rimasti colpiti è perché nel live abbiamo dato tutto. La verità è che anche loro sono contenti di aver contribuito a dare spazio a un'esibizione del genere. Sono stati molto felici. Era necessario per il talent, cinicamente parlando, per rinnovarlo. Ma sono in tanti a condividere il messaggio».
Chi la conosce e segue gli Afterhours da anni sa che questo show col microfono roteante, a petto nudo, arriva da lontano. Quando è stata la prima volta che l'ha fatto?
«Sa che non me lo ricordo? Probabilmente tantissimo tempo fa e le prime volte mi partiva il microfono! Abbiamo imparato a gestire la situazione dopo tanto. Se non lo fissi con il nastro isolante e non lo saldi bene al cavo, si stacca e parte... abbiamo perso un paio di microfoni in questo modo. Devi usare una tecnica precisa, perché rischi anche che si rompa il cavo. È un'altra cosa che mi è successa, e quando inizi a cantare, non c'è niente che amplifichi la voce... (ride, ndr)».
Si ricorda come l'è venuta in mente l'idea?
«Molto istintivamente».
Gli esempi sono tanti: tutti ricordano Iggy Pop far ondeggiare il filo del microfono come fosse un serpente e non solo per i suoi concerti selvaggi, quasi completamente nudo.
«O Henry Rollins. Cerco di prendere da quell'immaginario, perché mi affascina ancora tanto e perché mi ci ritrovo ancora perfettamente. È accaduto anche a questi artisti nei confronti dei loro predecessori. Io ho adorato tantissimo personaggi estremi, da David Bowie a Iggy Pop, da Roger Daltrey degli Who a... GG Allin. Però non sono arrivato a tanto! (ride, ndr)». Quando il microfono vola sei sulle spine, hai paura che succeda l'irreparabile. Sul palco si sprigiona un senso di pericolo. Questa sensazione pensa sia arrivata al pubblico?
«Lo spero. Perché questo è proprio il punto. Roteare il microfono non è come roteare una bandana o una bandiera. Se sbagli e ti colpisci la testa, se ti va bene ti provochi un trauma cranico, altrimenti ti ammazzi. Il microfono pesa, è un'arma. Io sono abbastanza allenato, perché da sempre sono appassionato di arti marziali. So come maneggiare oggetti fatti per "fare male", per cui ho sufficiente sicurezza psicologica. Quel tipo di pericolo non lo percepiscono tutti ma è reale, fa parte della tensione che io voglio trasmettere, non è un semplice gesto sportivo».
È esattamente la sensazione che si provava andando ai primi concerti punk.
«Quando ho cominciato ad andare ai concerti punk, o anche rock, lo percepivi nell'aria: era tangibile, una sensazione introvabile altrove... quelle vibrazioni trasudavano pericolo. Adesso il rock'n'roll è diventato così "protetto" che ha perso molto del suo senso. Io non combatto la battaglia per il rock'n'roll in sé, che non mi interessa, combatto la battaglia per una serie di valori che il rock'n'roll rappresentava e che quello che viene fatto oggi rappresenta sempre meno».
Lei è in perfetta forma fisica e questo e un dettaglio che non è passato inosservato, anzi. Ama le arti marziali: che tipo di allenamento segue?
«Ho fatto Savate, la boxe francese. Ultimamente sto praticando il Jiu-jitsu brasiliano, che unito allo striking e al Savate è un po' la componente delle MMA (Mixed Martial Arts, ndr). Sono una pippa, eh... ma mi sta appassionando molto. Ho iniziato da un anno, non riesco ad allenarmi con la continuità che vorrei... Non so perché mi affascina tanto. L'ho sempre trovato uno sport completo, uno dei pochi che ti avvicina alla meditazione vera: quando senti male non ci sono distrazioni che tengano, sei obbligato a concentrarti al mille per mille, stacchi da tutto, perché rischi di prenderle. E io mi focalizzo su questo: sul cercare di non prenderle (ride, ndr)». Si allena ogni giorno? Per quante ore?
«Non più di 40, 50 minuti, però tutti i giorni».
In una palestra?
«Prima della pandemia sì. Nella palestra del campione Alessandro Candian, un grandissimo allenatore di Jiu-jitsu brasiliano. Sa adattare la preparazione al tipo di persona che si trova di fronte e questo mi galvanizza. Quando posso ci vado spesso e quando non posso, mi alleno a casa».
Deve abbinare anche una dieta specifica?
«Non più di tanto. Se ti alleni bene e con intensità, come sto facendo. Certo, è meglio non bere troppo e non mangiare schifezze. Io, per esempio, fritti o cibi con salse ne mangio raramente, anche perché non mi fanno impazzire... Però non mi nego niente. Se pensa che ho 54 anni... allenarsi così ti rimette in moto tutto, ti smuove il metabolismo, e così ti puoi permettere cose che i tuoi coetanei non si possono permettere». Sui browser, da ieri sera, una delle ricerche più effettuate è la sua età, 54 anni, e la frase “Manuel Agnelli nudo”.
«(Ride, ndr). Va be', dai!».
Le fa piacere, alla fine.
«Sì. Sì! Perché no... ma certo! Comunque penso che chiunque vada sul palco possieda una dose notevole di ego. Non ho mai creduto alla storia dell'umiltà nell'arte, perché l'arte è la celebrazione dell'ego. E la celebrazione dell'ego la reputo qualcosa di meraviglioso che contraddistingue l'essere umano più alto, se fatta in maniera artistica. C'è anche una dose di vanità. Perché no, sei su un palco, alla fine. Questo, se tenuto sotto controllo, può essere molto creativo, liberatorio, soddisfacente. La parte etico-estetica fa parte non solo della cultura punk e rock'n'roll ma è fondamentale nella definizione dell'identità del musicista. Giocarci è divertente».
Il sesso è una componente sempre presente nelle sue esibizioni. Che, nel rock'n'roll, va di pari passo con il senso di pericolo di cui parlavamo prima.
«Questo lo diceva sempre Mara Maionchi: se trovava del "sesso" in un concorrente, era contenta. Probabilmente è vero. Noi ci muoviamo quasi sempre per quello, anche se poi socialmente non è così, perché così non può essere. Però è una componente fondamentale nelle nostre vite e dunque è normale che venga rappresentata nell'arte, nella musica e utilizzata in maniera liberatoria. Fa ancora abbastanza specie che uno a torso nudo, su un palco, faccia notizia, dopotutto». Anche perché, parecchi anni fa, c'era un ragazzo di nome Elvis Presley, con il suo bacino.
«E poi Iggy Pop, che tirava fuori il pene sul palco. Cose dissacranti. La gente le pensa ma non le può fare, certe cose. In realtà il palco è una zona franca dove è permesso quasi tutto e questa è una delle magie più grandi dello starci sopra: hai un enorme privilegio, hai la possibilità di sublimare la vita, là sopra, senza filtri, senza seguire delle regole, se non le tue».
È finita una stagione, finirà anche la pandemia: quando torneranno gli Afterhours come saranno? Un gruppo nuovo?
«Gli Afterhours torneranno: glielo dico sicuramente. Sto scrivendo un bel po' di pezzi che però non so che fine faranno; li farò uscire in un'altra forma, non con gli Afterhours. Sono pezzi che non vedo giusti per il gruppo perché non hanno le chitarre. Con gli Afterhours stiamo invece portando avanti un percorso ritmico ancora diverso rispetto al passato: Fabio Rondanini e Stefano Pilia stanno suonando tantissime cose nordafricane. Pilia suona, tra gli altri, con Rokia Traoré e insieme abbiamo suonato con Fatoumata Diawara alla serata finale di Matera capitale europea della cultura. Farci contaminare ritmicamente ci piace, anche se ci stiamo lavorando un po' pigramente perché ognuno di noi ha avuto altri impegni. Chissà cosa salterà fuori. In primavera si scioglieranno parecchi nodi».
Ha lavorato anche al film su Diabolik dei Manetti Bros.
«Sì, mi hanno chiesto di scrivere la canzone portante del film e l'ho fatto; poi erano così entusiasti che mi hanno chiesto di farne un'altra e così è stato. Sono arrivato in visita persino sul set e mi sono trovato molto bene con loro. Faremo anche un video del brano: un video d'autore, firmato Manetti Bros.».