Michele Placido: “Il mio Caravaggio vi scandalizzerà”
di
Arianna Finos
,
di Arianna Finos
Ascolta l'audio
Intervista al regista che ha terminato le riprese del suo film numero 14, sulla vita controversa dell'artista: "Molti mi dicono, 'ma perché hai scelto Riccardo Scamarcio? È litigioso'. Credo nel suo talento, perfetto per il ruolo"
Aggiornato 6 minuti di lettura
Michele Placido dipinge Caravaggio come una popstar sovversiva sullo sfondo degli scandali e dei segreti di una Suburra seicentesca in cui si muovono immigrati e prostitute, preti e pellegrini, principi e malviventi. Un romanzo criminale e un’indagine all’ombra dei poteri occulti in Vaticano. Il regista, 74 anni, ha finito di girare tra Napoli, Roma, Ariccia, Viterbo L’ombra di Caravaggio, 14esimo film che arriva a cinquant’anni tondi di carriera. Quattro anni di lavorazione (producono Goldenart e Rai cinema, Le Pacte e Mact) e una sceneggiatura firmata con Sandro Petraglia e Fidel Signorile. Riccardo Scamarcio è Michelangelo Merisi, con lui Isabelle Huppert, Louis Garrel, Micaela Ramazzotti, Lolita Chammah, Brenno Placido, Vinicio Marchioni e il rapper Tedua.
Placido, perché un film su Caravaggio?
“L’idea nasce da lontano. Appena arrivato a Roma, nel ’68, studiavo all’Accademia e passavo il tempo a Campo De' Fiori, co…
Michele Placido dipinge Caravaggio come una popstar sovversiva sullo sfondo degli scandali e dei segreti di una Suburra seicentesca in cui si muovono immigrati e prostitute, preti e pellegrini, principi e malviventi. Un romanzo criminale e un’indagine all’ombra dei poteri occulti in Vaticano. Il regista, 74 anni, ha finito di girare tra Napoli, Roma, Ariccia, Viterbo L’ombra di Caravaggio, 14esimo film che arriva a cinquant’anni tondi di carriera. Quattro anni di lavorazione (producono Goldenart e Rai cinema, Le Pacte e Mact) e una sceneggiatura firmata con Sandro Petraglia e Fidel Signorile. Riccardo Scamarcio è Michelangelo Merisi, con lui Isabelle Huppert, Louis Garrel, Micaela Ramazzotti, Lolita Chammah, Brenno Placido, Vinicio Marchioni e il rapper Tedua.
Placido, perché un film su Caravaggio?
“L’idea nasce da lontano. Appena arrivato a Roma, nel ’68, studiavo all’Accademia e passavo il tempo a Campo De' Fiori, con gli artisti si parlava di Giordano Bruno, vissuto nella stessa epoca di Caravaggio. Bruno era stato a Londra, dove potrebbe aver conosciuto Shakespeare. E forse Caravaggio era andato dal filosofo la notte prima dell’esecuzione, nella cella a Regina Coeli. Un mio amico e mentore scrisse un Caravaggio teatrale per me, andato perduto. Era tra i primi a sostenerne l’omosessualità, mentre critici e Chiesa lo negavano. Mi è venuta voglia di far rivivere quella vicenda e quel periodo storico in cui convivono il papato, la nobiltà e la suburra romana, luogo prediletto di Caravaggio. Caravaggio cerca disperatamente di trovare un suo spazio, Roma era il teatro del mondo in quel periodo. Per me era una sorta di Hollywood, in cui le chiese erano il teatro e i cinema di oggi e ogni cardinale aveva una chiesa e quando si inauguravano i quadri confluiva il popolo che, con la Chiesa, decretava il successo di un pittore. Michelangelo divenne popolarissimo”.
Il film è costruito come un’indagine giudiziaria.
“Sgarbi paragona giustamente Caravaggio a Pasolini, anche nella fine misteriosa. Qualcuno inizia ad ammettere che la sua fine sia stata violenta. La nostra è una biografia che rivela il ruolo di chi gli era intorno, il popolo della Suburra, la famiglia Tomassoni che gestiva prostitute e gioco d’azzardo in via della Scrofa, la vita dissoluta nelle osterie. Caravaggio usava molto la spada, ebbe uno scontro e fu condannato: chiunque avrebbe potuto decapitarlo incontrandolo e portare la testa in Vaticano. La Roma di allora era una città di spie, filospagnole, che volevano farlo sparire, e filofrancesi, più progressiste. Caravaggio era scomodo e oltraggioso perché i suoi quadri rappresentavano la vera vita romana, come Pasolini andava per le strade e si sceglieva i compagni di viaggio. Caravaggio in un processo dirà “io cerco il vero”. Era cresciuto dai 13 anni in poi nella bottega del pittore Peterzano, tra severità e rigore. Conosceva a memoria la Bibbia e il Vangelo. Ecco perché i suoi santi vanno sempre oltre il cliché religioso e sono legati al Vangelo di Cristo, che era a contatto con chi soffriva. Questa è la rivoluzione di Caravaggio. Un uomo con un grande misticismo. Borderline, amico di prostitute che gli ricordavano la Maddalena. Ragazze di provincia educate da cortigiane, sfruttate ed emarginate. Una di loro, uccisa e buttata nel fiume, oggi è esposta al Louvre. Dietro ogni quadro che raccontiamo nel film c’è una storia vera”.
Quale Caravaggio avete rivisto?
“Quello di Derek Jarman. Bello, ma a noi non interessava restituire estetica e atmosfera di Caravaggio. Abbiamo scelto un’operazione pop, più per chi non lo conosce. Com’è nata quella pittura, cosa c'è dietro un quadro. Il pubblico non vedrà mai Caravaggio che dipinge la tela. Per noi è stato che sceglieva i modelli dalla strada, faceva prove di settimane, creava la luce rompendo il soffitto. Lo ritraiamo regista. Molti critici la prenderanno male, ma noi non cercavamo un saggio. La nostra è appunto un’indagine su Caravaggio, con Petraglia abbiamo fatto Romanzo criminale: il pubblico cerca una verità e questo film secondo noi va nella direzione del vero che Caravaggio voleva mettere in scena.
La vostra versione sarà scandalosa?
“Sì. Ma più che per l’omosessualità per il misticismo del nostro Caravaggio che non farà piacere alla Chiesa romana, che ci ha negato le chiese per le riprese, siamo dovuti andare a Napoli dove abbiamo trovato luoghi straordinari e una grande libertà che ci ha dato la Film commission campana. Di sicuro il Papa non ne sa nulla. Ma certo la Chiesa non fa una bella figura per come tratta Bruno, per la morte di Caravaggio che non è quella comoda di malaria. Pensiamo che sia stato ucciso, e prima ricattato dai Cardinali che chiedevano quadri per le loro collezioni private”.
Caravaggio è spesso citato quando si parla di separare l’uomo dall’artista, come di recente per la vicenda di Woody Allen.
“Ogni figura ha la sua umanità, in ogni opera di Shakespeare c’è lo scandalo di chi uccide o tradisce. Caravaggio aveva un brutto carattere, crudo e vero come i personaggi dei suoi quadri, dove si muore malamente, dove si ruba. Caravaggio e Woody Allen sono misteri a loro stessi, forse hanno peccato e saranno condannati. Ma oggi Woody Allen mi dà una forza spirituale attraverso quei film in cui c’è un continuo confessare la sua fragilità umana soprattutto nel sesso. Come Bergman, Allen presenta la solitudine, la fragilità dell’uomo nel peccare. Hanno un grande misticismo. Ha detto più cose sul MeToo nei suoi film di tutte le accuse che gli hanno fatto negli anni successivi”.
Ha voluto Scamarcio come Caravaggio.
“Molti mi dicono, ma perché lo hai preso? È uno che litiga sempre, antipatico, trasgressivo. Credo profondamente nel suo talento e nella sua professionalità. Ho risposto loro che è un Caravaggio perfetto, non moralista ma neanche amorale. Caravaggio non nega il peccato, dice 'tutti i miei peccati sono mortali'. Mi ricorda noi artisti, ci vogliono come esempio di purezza e virtù ed esempio morale, perché? È il contrario. Nella poetica dell’uomo c’entra il peccato, che diventa l’elemento più affascinante per chi legge i libri o vede i film. La parte più buia dell’uomo che ci affascina perché dentro abbiamo anche quei semi lì”.
Sui social si è parlato di uno scontro tra Scamarcio e suo figlio Brenno.
“Il primo a litigare con Scamarcio sono stato io, che l’ho trattato malissimo. I primi giorni sono cruciali per impostare il personaggio, al terzo giorno io non vedevo il risultato e mi è venuto spontaneo aggredire Riccardo. Monicelli diceva 'quando non sono nel ruolo gli attori li tratto malissimo'. È compito di un regista. Ma il giorno dopo, al primo ciak ho visto Riccardo con la luce di Caravaggio negli occhi e l’ho abbracciato”.
E Brenno?
“Dovevano girare la scena in cui Caravaggio uccide Ranuccio, erano molto carichi entrambi, si erano allenati a duellare. Ranuccio ha dato una manata a Riccardo sulla spalla, che ha giudicato il gesto eccessivo. 'Ma è il mio ruolo', ha detto Brenno. Hanno litigato davanti a 150 persone, tutti a guardare, ovvio che i toni si alzino. Hanno girato la scena con l’odio giusto. Riccardo ha ammazzato mio figlio, poi si sono abbracciati. Hanno fatto una bella scena. La vera lotta l’abbiamo fatta con il Covid”.
È stato difficile lavorare in questa situazione?
“Un’operazione rara nel panorama europeo. Duemila comparse, misure di sicurezza assolute. Tutti tamponati, ogni giorno che finiva era un risultato straordinario. Dieci settimane a Napoli perfette, a Cinecittà ci sono stati due ammalati ma gestiti perfettamente”.
Un set familiare perché oltre ai suoi figli Brenno e Michelangelo c’erano anche Isabelle Huppert e sua figlia.
“L’ho incontrata a casa di Isabella a Parigi. È venuta a Roma per un provino. Pur essendo francese è la più caravaggesca di tutti, trovo una coincidenza magica che interpreti la fanciulla del quadro esposto al Louvre. Quanto a Michelangelo, lui non vuole recitare ma i fratelli Tomassoni erano quasi gemelli e mi serviva. Con Caravaggio erano amici ma lo strozzavano col gioco d’azzardo, un’amicizia malata e pericolosa come quelle di Romanzo Criminale. Ci si frequenta tra amici, ma può succedere qualcosa che va storto e determina la vita di tutti. Caravaggio uccide Ranuccio, che verrà seppellito al Pantheon grazie alla ricca famiglia”.
"Romanzo criminale" è diventato una serie. Succederà anche stavolta?
“I francesi sono entrati come produttori perché Romanzo Criminale è stato un successo in Francia e in questo film hanno ritrovato quel meccanismo, con la Roma della suburra e la politica e il Vaticano. Non posso fare nomi ma ci son trattative. Ma non la dirigerei io, punto a un film diverso”.
Sarà un film per la sala?
“Sì. Non so se uscirà prima in Francia o in Italia. Mi piacerebbe andare alla Mostra di Venezia, dove qualche volta mi hanno tratatto male, è successo a Ovunque sei con Accorsi e mia figlia Violante, uno dei film che amo di più. Ma sono orgoglioso dell’Ombra di Caravaggio, vorrei mostrarlo lì e uscire in autunno in sala”.
Anche la produzione è stata in famiglia.
“Se non fosse stato per Federica Vincenti (moglie di Placido, ndr) il film non si sarebbe fatto. Non avevamo la forza finanziaria per un film come questo, ma quando si sono tirati indietro importanti produttori lei ha chiesto tre mesi di tempo alla Rai e ha trovato i francesi. Ha gestito 12 milioni. Questo è un film per fare cultura, non guadagni. Tutti vogliono andare sul sicuro e sulle piattaforme. Pochi investono nel cinema”.
Come ha vissuto gli ultimi mesi?
“Con sofferenza. Ma le confesso ho paura anche del ritorno degli antichi vizi. In questi mesi ho scoperto una Roma straordinaria che prima del Covid non riuscivo a vedere pur vivendoci da quarant’anni. Ho scoperto la bellezza di camminare in una città non invasa dal turismo di massa e dai pullman parcheggiati in centro. Il Natale lo passerò in famiglia come tutti e ci godremo ancora di più Roma”.
Lei ha anche girato il film collettivo Europe C-19 con altri quattro registi europei, Winterbottom, von Heinz, León de Aranoa e Von Dormael.
“Speriamo di andare alla Berlinale. Nel mio segmento racconto il lockdown vissuto dall’Italia e da me. La mia versione è quella di qualcuno che si rifugia nella sua memoria teatrale, con i grandi autori di teatro, Pirandello e lo compara a quel che stiamo soffrendo. Ci sono sempre punti comuni nell’arte sulle sofferenze dell’individuo”.