Un film su mio padre Carosone: per stare con lui dovevo andare nei night club"
Il 18 marzo su Rai 1 il film 'Carosello Carosone', protagonista Eduardo Scarpetta, che racconta la storia del musicista. Incontro con Pino Carosone, suo figlio, in una casa che conserva ricordi e memorabilia
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di
Gino Castaldo
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Nell’ampio salotto di casa Carosone, un luminoso e accogliente appartamento nella zona Nord di Roma, dove vive il figlio Pino, campeggia un pianoforte nero. “Questo era di papà, uno dei due che possedeva” ci racconta commosso, “l’altro ce l’ha Gigi D’Alessio. Si accordò con mia madre e comprò il più grande, quello a gran coda, l’altro è rimasto a me”. Sono qui in visita, con Pino e sua moglie che mi mostrano scatole di 78 giri meticolosamente classificati e conservati, e foto ingiallite che raccontano la storia di Renato Carosone, splendido, amabile protagonista di una stagione creativa in cui genio, sberleffo, melodia e “napolitudine” si incrociarono a meraviglia.
A rievocare questa storia arriva un film per la televisione intitolato Carosello Carosone, in onda il 18 marzo su Rai1, prodotto da Groenlandia e RaiFiction e diretto da Lucio Pellegrini, con due interpreti d’eccezione. Eduardo Scarpetta, illustre erede della dinastia Scarpetta/De Filippo, definisce un Carosone da manuale, misurato e attraente, e uno strepitoso Vincenzo Nemolato interpreta con impressionante verosimiglianza l’estrosa follia di Gegè Di Giacomo, cantante, batterista e supremo fantasista del gruppo Carosone, quello che come un imbonitore/pazzariello urlava “canta Napoli… Napoli petrolifera” all’inizio di Caravan Petrol. Ma cosa ne ha pensato Pino del racconto dedicato al papà: “Tenendo presente che una vita non potrà mai essere esaurita da un film, l’ho trovato molto bello, preciso, fedele a quello che era mio padre”. Che ebbe soprattutto all’inizio una geniale intuizione, quella di adattare i ritmi americani a immagini e testi profondamente italiani, anzi napoletani. Un gioco da nulla in apparenza, ma da quella grandiosa sintesi nacque un capolavoro come Tu vuò fa’ l’americano e da lì in poi una lunga linea genealogica che ha attraversato tutta la musica italiana fino a oggi.
Renato Carosone e il suo Trio, in una foto autografata da Louis Armstrong. In alto, Eduardo Scarpetta in 'Carosello Carosone', regia di Lucio Pellegrini, in onda su Rai 1 il 18 marzo
Umanamente il film descrive il ritratto di un uomo buono, perfetto, quasi eccessivamente buono. Possibile? “Era di una bontà pazzesca, era generoso, sempre, aveva perso la mamma da piccolissimo e forse per questo stravedeva per la famiglia, ma considerava famiglia anche i suoi amici. Anche con Van Wood, dopo la separazione, sono rimasti sempre amici, molto legati”. Ricordi che scorrono e si intrecciano agli episodi raccontati dal film, a partire da Carosone giovane che va a suonare in Africa, lì conosce Lita, che ha già un figlio, Pino, e se ne innamora perdutamente, a prima vista, poi il primo trio, con Gegè e Van Wood alla chitarra. “Lui era speciale” ricorda Pino, “una volta ci incontrammo allo storico night club di Capri, La canzone del mare, avevo dieci anni ed ero stato rimandato in francese, e la moglie di Van Wood, Kitty, che era una principessa persiana, mi fece ripetizioni. Facevamo sempre le vacanze insieme”. E poi il successo, la vita frenetica nei night club, i tour che portarono Carosone e la sua banda a viaggiare in tutto il mondo, fino a suonare nei luoghi più prestigiosi come la Carnegie Hall.
“Sì, in quel periodo lo vedevo poco, c’era sempre un concerto alla sera, di giorno provava, registrava dischi. Qualche volta andavamo noi appresso a lui, io e mia madre. Una volta suonava alla Bussola di Viareggio e andammo a trovare Fred Buscaglione a Portofino e siamo rimasti tutta la sera, lui non aveva figli, e mi ricordo che rimase impressionato quando mi vide, era contento che fossi con loro. Poi però nel 1960 si ritirò dalle scene e lì abbiamo recuperato il tempo perduto”. A proposito di ritiro, quell’improvviso abbandono, con tanto di annuncio televisivo, lasciò tutti interdetti. Nessuno capì davvero come uno come Carosone, malato di musica, potesse mollare così da un giorno all’altro, al culmine del successo, senza una spiegazione convincente. C’è ancora qualcosa da dire che non è stato detto sulle reali motivazioni che lo indussero a lasciare tutto? “La verità è che mio padre era una persona molto orgogliosa. Quando arrivarono gli urlatori e i primi cantautori, capì che stava cambiando tutto, e allora pensò di smettere quando era ancora al top. E poi, questa parte della vita il film non la racconta, lui voleva anche fare altre cose, a Milano costruì un palazzo, cercava sempre sfide nuove, amava dipingere, ci ha sofferto, io lo so, gli mancava tutto quel movimento legato alla musica, ma era quello che voleva, e sicuramente ci ha guadagnato come uomo”.
Il film si ferma al momento dell’addio, quando le sue canzoni Maruzzella, Torero, Caravan Petrol, Pigliate ‘na pastiglia erano la parte più creativa della canzone italiana. In tutte o quasi, primeggiava lo spirito allegro e incontenibile di Gegè Di Giacomo che è stato il suo più grande amico. “Senza alcun dubbio, anche io gli ero molto affezionato, pensate che è lui che mi ha insegnato a nuotare, visto che d’estate spesso stavamo in località di mare, quando suonavano. Lui non aveva figli, aveva un sacco di fidanzate molto belle ma non si è mai sposato. E poi era di una simpatia travolgente. Visto che i miei avevano la mania di fare continue modifiche alla casa, un giorno Gegè entrò e disse: “Lita, addò sta 'a cucina oggi?”.