Peppino Di Capri: "Ho cantato prima dei Beatles, ma i complimenti di Dalla furono la gioia più grande"
di
Silvia Fumarola
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di Silvia Fumarola
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Sanremo amarcord / Quindici festival e due vittorie, una carriera iniziata da ragazzino, il successo in tutto il mondo e alcune esperienze indimenticabili. "Il festival era importante quando si faceva buona musica. Ora è un grande show del sabato sera"
Aggiornato alle 4 minuti di lettura
Ironico con un fondo di malinconia, ha fatto innamorare e ballare milioni di italiani. «La pandemia? Mi sono adeguato, sono sei mesi che non esco di casa. In questo periodo sono a Napoli, passa mio figlio Dario e mi porta a correre. Ma a Pasqua mi trasferisco sulla mia isola». L’isola è Capri, dove Giuseppe Faiella, per tutti Peppino di Capri, è nato 81 anni fa. Da Nun è peccato a Roberta, da Champagne a Saint Tropez twist a Luna caprese, la colonna sonora di una vita. Sorride: «Mi dicono “lo sa che ci ha fatto innamorare?”, qualcuno si è anche lasciato però». Quindici festival di Sanremo alle spalle - ha vinto nel 1973 con Un grande amore e niente più e nel 1976 con Non lo faccio più – fa capire con eleganza che gli sarebbe piaciuto un premio alla carriera. «Due anni fa l’ho sfiorato, fu dato a Pino Daniele, alla memoria, per carità, un artista immenso».
Ironico con un fondo di malinconia, ha fatto innamorare e ballare milioni di italiani. «La pandemia? Mi sono adeguato, sono sei mesi che non esco di casa. In questo periodo sono a Napoli, passa mio figlio Dario e mi porta a correre. Ma a Pasqua mi trasferisco sulla mia isola». L’isola è Capri, dove Giuseppe Faiella, per tutti Peppino di Capri, è nato 81 anni fa. Da Nun è peccato a Roberta, da Champagne a Saint Tropez twist a Luna caprese, la colonna sonora di una vita. Sorride: «Mi dicono “lo sa che ci ha fatto innamorare?”, qualcuno si è anche lasciato però». Quindici festival di Sanremo alle spalle - ha vinto nel 1973 con Un grande amore e niente più e nel 1976 con Non lo faccio più – fa capire con eleganza che gli sarebbe piaciuto un premio alla carriera. «Due anni fa l’ho sfiorato, fu dato a Pino Daniele, alla memoria, per carità, un artista immenso».
Dice sempre: “Non chiedo”. Ma le piacerebbe ricevere l’invito?
«Certo, qualche anno fa i fan si erano mobilitati sui social. Ho sessanta anni di carriera»
Quindici festival di Sanremo: il più bello?
«Forse rimane quello del 1987, quando ho portato Il sognatore. Si complimentò anche Lucio Dalla. Mi fece piacere».
E’ ancora importante andarci?
«Lo era quando si faceva buona musica. Adesso è diventato un grande show del sabato sera, forse non dovrei dirlo. La verità è che ha ancora importanza, forse fin troppa, e però prevale la lotta per l’ospite».
Ha vinto due volte, cosa cambia?
«Non cambia niente, è un fatto di prestigio. Puoi raccontarlo ai nipotini: “Quell’anno c’era anch’io”. Però il festival esercita sempre un certo fascino. Ti dici: “Quest’anno non lo vedo”, poi comincia e sei davanti alla tv. E’ un momento di condivisione e di aggregazione, c’è il fascino della gara: “Te lo dicevo che vinceva quello...”».
Indovina i vincitori?
«L’anno scorso appena Diodato ha aperto bocca ho detto: “Questo vince”. Fai rumore è una canzone bellissima».
Cosa le piace del circo festival?
«A volte c’è tanto contorno e la sostanza è minima. Però ci sono cose incredibili: le radio, passi da un’intervista all’altra senza sosta, i manager discografici ti fanno schiattare. E poi c’è la gente che ti aspetta e chiede una foto, a volte mi chiedo come si possa rifiutare un selfie».
Quest’anno niente foto, niente pubblico in teatro, niente folla fuori.
«Chissà come sarà. Se ci pensa è terribile perché il pubblico dà la prima indicazione, senti l’intensità dell’applauso. Capisci tante cose».
La sua vita è legata alla musica, i primi ricordi?
«Papà era stato richiamato sotto le armi. Avrò avuto 4 o 5 anni, portavo già avanti la famiglia. Nei weekend andavo a suonare per gli americani e il generale Clark: mi lasciavano le Am-lire su un vassoio d’argento. Arrivavo a casa, svuotavo le tasche e crollavo nel letto. Non avevo giocattoli, l’unico, il pianoforte, nonno l’aveva bruciato perché allora si usava così, per tingere i vestiti. Papà ne comprò un altro, capì che c’era da cavarne qualcosa, essendo musicista anche lui. Cominciai a studiare».
Quando si rivede bambino cosa prova?
«Molta tenerezza. Mi chiedo come sono stato capace di fare tutto questo».
Com’era Napoli in quegli anni?
«Portavano me e mia sorella a trovare i parenti dalle parti del porto, la zona della città più bombardata. Se ci ripenso mi si stringe il cuore».
Ha suonato prima dei concerti dei Beatles.
«Facevo parte della stessa etichetta discografica, ero stato primo in classifica. Devo essere sincero, all’inizio ero scettico, invece mi sono esibito per 20, 25 minuti. Il pubblico fu molto carino. Ovviamente al momento dei Beatles ero in prima fila a rubare qualche immagine».
E dopo?
«Dopo ci fu un periodo di crisi. Capelli lunghi, chitarre. Mi chiedevo: devo fare le stesse cose? Non me la sentivo, feci i tour all’estero. Ho avuto la forza di aspettare. Ci sono momenti, oserei chiamarli “di depressione artistica”, in cui non c’è più l’ispirazione. Allora meglio aspettare e ricaricarsi, per fortuna ho la mia isola».
Ha amici cantanti?
«No. C’è rispetto reciproco ma non di più. Però sento l’affetto. Il mio difetto, scambiato per superbia, è la timidezza. Sono profondamente timido, o forse ho pudore dei sentimenti. La gente mi prende per “un isolano isolato”. Ho ricevuto un’educazione molto severa. Quando venivo premiato e tutto felice chiamavo casa: “Avete visto? Ho vinto!”, papà diceva solo: “Eh”. Cerco di recuperare con i miei figli, di esternare l’affetto».
Cosa pensa dei talent show?
«Alla fine sono più una macchina per le delusioni. E’ vero, offrono opportunità però emergono in due o tre, e i 50 mila esclusi? Odio la competizione, mi dispiace vedere che spesso c’è uno più bravo di quello che – misteriosamente - vince. Poi magari funziona chi è vestito in un certo modo e i talenti sfuggono. Soffro per gli esclusi».
Farebbe il giudice?
«Dipende dal talent, certo non in quelli dove devi scavare nell’anima. Ma preferirei di no. Immagino già i commenti a casa: “Questo che cavolo dice?”».
Si è esibito in tutto il mondo. Quanto gioca il fattore nostalgia nel pubblico?
«In America del nord ti ascoltano con l’emozione di chi sogna il ritorno a casa. I ricordi più belli sono legati al Sud America, suonare in Brasile e in Argentina è una soddisfazione. Durante uno degli ultimi concerti prima del Covid in un teatro da 5000 posti a Rio de Janeiro, ho chiesto: “Quanti italiani ci sono in sala?”. Si alza solo uno spettatore: “Io song ‘e Napule”, per il resto erano tutti brasiliani. Mi vogliono bene, è pazzesco, sanno tutte le canzoni».
Invece a New York?
«L’italoamericano a New York è fiero della bella macchina che ha conquistato col sacrificio, il brasiliano è più napoletano. Ho tirato affettuosamente l’orecchio a Renzo Arbore: “Guarda che alla Carnegie Hall sono andato nel 1961, prima di te”. Non era la bellissima sala che è oggi, ma i grandi si esibivano tutti lì, era la più ambita».
Dice che era timido, però indossava certe giacche di lamé...
«Ho vissuto a Capri, mi è stata trasmessa la stravaganza, la gioia per i colori. Erano scelte spontanee, oggi ci sono gli stylist».
Tra i cantanti chi le piace?
«Tiziano Ferro, Marco Mengoni. Però mi soffermerei sulle donne: vorrei maggiore personalità. Sono per le voci originali, invece il tuo idolo diventa un punto di riferimento e finisci per imitarlo senza accorgertene, Ho inciso un singolo, Canzona mia, e ho rifatto Nun è peccato, mi sono affezionato a un arrangiamento ascoltato a una festa privata a Napoli. Ho chiesto all’interprete, Rosa Chiodo: mi fai cantare?».
Le sue artiste preferite?
«Emma. Ha grinta anche fuori dal palcoscenico. Giorgia è bravissima, Arisa ha una bella timbrica. Alle mamme che mi bussano per chiedere consigli dico sempre: risalga in macchina e riporti sua figlia a casa. Oggi non si cerca la perfezione ma l’originalità, un’artista deve essere la sola a avere quella voce. Vedo troppi cloni».