Sanremo, una settimana fa l’ultimo evento collettivo prima del lockdown: il diario di chi c'era
di Emanuela Del Frate , di Emanuela Del FrateUna settimana fa la vittoria dei Måneskin (e del rock) sul palco di Sanremo. L’ultimo evento collettivo prima del lockdown, proprio come un anno fa. È stato il Festival della pandemia, il primo senza pubblico e con gli applausi finti, da vivere in presenza, ma a distanza. Specchio fedele dell’anno appena passato che vale la pena ricordare, gettando uno sguardo sul dietro le quinte.
Giornalisti in smart working
Nessuna intervista dal vivo ai cantanti, 73 pagine di - rigido - protocollo Rai da rispettare. La sala stampa ha una sola location, il Casinò, ed è blindatissima. Pochi gli accreditati, un tampone ogni 72 ore, risultato caricato su Qr code. Mascherine Ffp2 …
Una settimana fa la vittoria dei Måneskin (e del rock) sul palco di Sanremo. L’ultimo evento collettivo prima del lockdown, proprio come un anno fa. È stato il Festival della pandemia, il primo senza pubblico e con gli applausi finti, da vivere in presenza, ma a distanza. Specchio fedele dell’anno appena passato che vale la pena ricordare, gettando uno sguardo sul dietro le quinte.
Giornalisti in smart working
Nessuna intervista dal vivo ai cantanti, 73 pagine di - rigido - protocollo Rai da rispettare. La sala stampa ha una sola location, il Casinò, ed è blindatissima. Pochi gli accreditati, un tampone ogni 72 ore, risultato caricato su Qr code. Mascherine Ffp2 nel kit di benvenuto; una chat WhatsApp per le comunicazioni urgenti, conferenze stampa solo in digitale.
Il Sanremo dei giornalisti, di solito, fatta eccezione per qualche rapida intervista negli hotel dei cantanti, si vive in sala stampa. Divisi in file, gli stessi posti da sempre; se c’è una notizia da lì passa. O da lì parte. Un microcosmo fatto di colleghi, manager, ufficio stampa che si fermano per un pit stop, due chiacchiere veloci. Qualche artista che si azzarda a prendere un caffè. Il Piccolo coro dell’Antoniano che improvvisa nel corridoio a favore di telecamera, Daniele Silvestri sulle scale che si fa intervistare prima delle prove. Quest’anno è tutto diverso. La sala stampa è aperta solo una manciata di ore al giorno, tra una sanificazione e l'altra, i giornalisti vivono nella propria area delimitata dal plexiglass. Niente chiacchiere, né punti ristoro interni.
Finire tutti, di nuovo, in smart working. Stanze di albergo trasformate in postazioni di lavoro, camere che diventano regia o set per le interviste. Pezzetti di intimità messi al servizio del giornale. La sera si cerca di sopravvivere alle scalette infinite - i rave, sicuro, finivano prima - facendo rimbalzare notizie, segnalazioni e commenti, via chat. “Ma che ha detto Wrongonyou: gatto matto?”.
E se i video per Instagram li andassimo a girare in riva al mare? Almeno facciamo due passi, mezz’ora d’aria.
Cantanti in Dad
Otto giorni di Sanremo, due soli artisti incrociati, due direttori d’orchestra. Rodrigo D’Erasmo, storico violino degli Afterhours (qui per Ghemon, Fulminacci, Folcast, Greta Zuccoli) e Orang3. Che, sul palco dell’Ariston, sale per Gaia, ma anche con il suo compare Frenetik, per suonare con Achille Lauro. Entrambi incrociati all’altezza della stessa targa. Quella di Diodato e della sua Fai rumore, sarà un caso. Per un attimo è spiazzante; essere a Sanremo e poter intervistare i cantanti solo in collegamento video. Come anelare la zona bianca della Sardegna e ritrovarsi nel rosso del Lazio. Fedez che si collega e dice: “Sono ancora in pigiama, lo confesso, mi sono appena svegliato”. Il segnale che cade nel bel mezzo dell’intervista coi Måneskin; sono in un ‘covo’, lo avevano detto. Ermal Meta, nell’albergo 50 metri più in là, anche lui, solo in videochat. Un po’ come stare in dad, con la connessione che viene e che va. E, di nuovo, ritrovarsi a cedere, con una telecamera davanti, un pezzettino di intimità.
Per i social ci fate voi un video con lo smartphone? Che di immagini via Zoom, dopo un anno, non ne può più nessuno.
La città e i colori della pandemia
Istantanee da una città prima arancione, poi gialla, poi di nuovo arancione rafforzato. Un attimo di ossigeno prima di ripiombare nel rosso del lockdown. La Sanremo dei locali deserta, quasi si sente il rumore (inesistente) delle onde del mare. Niente folla né fan che assediano gli ingressi degli alberghi. Nessun capannello intorno a Max Gazzé intento a regalare selfie e autografi. Il furgone nero marchiato Achille Lauro si aggira solitario (e probabilmente vuoto) per le strade. I ristoratori tirano fuori i tavolini, poi li rimettono dentro. Abbassano le saracinesche, in segno di protesta, tra le lacrime. I più fortunati hanno firmato la convenzione Rai; possono aprire per gli addetti ai lavori. Ma anche loro guardano sconsolati le strade: “Questo non è il festival. È un’umiliazione per la città”.
Ogni giorno la protesta, in piazza Colombo; tra negozianti disperati e complottisti.
Una foto ricordo davanti al Casinò ai ragazzi di un’etichetta discografica: “Da domenica è la prima volta che usciamo di casa”.
La fioraia non può entrare all'Ariston, niente fiori nei camerini. Ha rintracciato tutti gli artisti, rintanati nelle loro bolle, gliene mancano solo due, i Coma_Cose, e non sa come fare. Quattro giorni che li cerca per un mazzo di calle bianche e “un peso sul cuore”. Per un attimo, ritrovarsi a lavorare per C'è posta per te, trovarle l’albergo che li ospita. “E Paolo Vallesi, lo sa dove dorme?”.
Esserci, ma non esserci
Il volto malinconico e un po’ scazzato di Irama mentre ci porta in video a casa sua: “Ecco, io Sanremo lo sto vivendo da qui”. Lui in isolamento preventivo, la sua immagine sul palco dell’Ariston: “Sono comunque al Festival e allo stesso tempo non ci sono”. Nelle parole di Irama c’è tutto un anno di emozioni mediate dalle videochat; una generazione lo vorrebbe sul podio; già lo immagina a festeggiare in pigiama, da casa, come tutti gli studenti. E non ci arriva solo per un soffio.
Mi manchi come un concerto
In piazza Borea d’Olmo, al posto del tappeto rosso che arrivava fino all’Ariston, i tendoni con i tamponi per le maestranze. Per quei pochi tecnici che hanno avuto la fortuna di lavorare, in un anno devastante per il settore. "Oltre mille live club chiusi, oltre 10mila persone che non lavorano da un anno. Ma non sarà per sempre, credeteci. I nostri fiori non sono ancora rovinati. Continueremo a camminare domandando”. Lo Stato Sociale li abbraccia e se li porta tutti sul palco, l’unico a poter essere calcato. Un simbolo disegnato sulla mano degli altri cantanti: “I diritti sono uno spettacolo, non mettiamoli in pausa”. La campagna per ricordare che: “è passato un anno e non c’è più tempo”. Però, adesso: “Metti un po’ di musica leggera nel silenzio assordante”. Perché, “Mi manchi come un concerto”, in fondo, è scritto sui muri di tutta Italia.