Paolo Calabresi: “Mi ha scoperto Strehler, ma sono rinato con Biascica”
di
Arianna Finos
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di Arianna Finos
Dopo aver interpretato il maestro di Nada nella fiction dedicata alla cantante e aver prestato la voce per il nuovo cartoon Disney 'Raya e l'ultimo drago', l'attore sarà protagonista in quattro film: "Rifare Boris senza Mattia Torre è doloroso ma anche meraviglioso"
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In attesa di tornare a indossare il capello con la scritta “asshole” di Biascica, l’elettricista della serie culto Boris, Paolo Calabresi, 56 anni, ha consegnato con successo il malinconico maestro di Nada in La ragazza che non voleva cantare, dà voce a un umanissimo gigante nel cartone Disney Raya e l’ultimo drago, sarà il prete di casa Totti in Speravo de morì prima. E poi ci sono quattro film che aspettano il grande schermo, tra cui il musical Land of dreams.
Il suo maestro Leonildo è malinconico, poetico.
“Un uomo fuori dal tempo, che ancora vive con la mamma, un romantico nel senso profondo del termine, la sua vita sentimentale è tutta dentro la musica. L’incontro con Nada lo mette in discussione, mentre lei compie il suo percorso di crescita anche lui riesce a fare i conti con il suo mondo sommerso”.
Il suo rapporto con la musica viene da lontano.
"Quando sono stato preso alla scuola del Piccolo …
In attesa di tornare a indossare il capello con la scritta “asshole” di Biascica, l’elettricista della serie culto Boris, Paolo Calabresi, 56 anni, ha consegnato con successo il malinconico maestro di Nada in La ragazza che non voleva cantare, dà voce a un umanissimo gigante nel cartone Disney Raya e l’ultimo drago, sarà il prete di casa Totti in Speravo de morì prima. E poi ci sono quattro film che aspettano il grande schermo, tra cui il musical Land of dreams.
Il suo maestro Leonildo è malinconico, poetico.
“Un uomo fuori dal tempo, che ancora vive con la mamma, un romantico nel senso profondo del termine, la sua vita sentimentale è tutta dentro la musica. L’incontro con Nada lo mette in discussione, mentre lei compie il suo percorso di crescita anche lui riesce a fare i conti con il suo mondo sommerso”.
Il suo rapporto con la musica viene da lontano.
"Quando sono stato preso alla scuola del Piccolo Teatro da Strehler, mi avevano proposto di fare il cantante, ho una voce da baritono. Ho sempre avuto grande predisposizione, anche se oggi sono un po’ arrugginito".
A quel provino arrivò per caso.
"Non dovevo fare questo mestiere, vengo da una famiglia completamente diversa, di avvocati, commercialisti, costruttori. Ho studiato al liceo di Draghi, l’Istituto Massimo, sono più giovane ma abbiamo avuto gli stessi professori. Poi abbiamo preso due strade diverse, diciamo. Quando decido di cambiare vita accompagno un mio amico, gli faccio da spalla al provino per Strehler che invece di lui prende me. Un classico. La mia vita è cambiata di colpo".
Prima però sua madre aveva chiesto consiglio a Panelli.
"I miei erano stupefatti che io volessi lasciare l’università, giurisprudenza. Panelli andava in chiesa vicino casa nostra, lei si apposta a fine messa per convincerlo a dissuadermi, lui risponde “se suo figlio ha deciso di fare questo mestiere nessuno potrà fargli cambiare idea”.
Come mai al provino al Piccolo hanno scelto lei?
"Forse perché ho affrontato la prova con grande disincanto. Il distacco di venire da un mondo del tutto diverso da quello classico dei giovani aspiranti attori. Continuavo a passare le selezioni sentendomi un pesce fuor d’acqua. Ho avuto poi un rapporto con Strehler molto molto stretto, lui vedeva in me qualcosa di anomalo che lo incuriosiva, la mia altezza smisurata e questa mia ingenuità un po’ incosciente su cui ha lavorato molto. Dopo la scuola, negli ultimi sette anni della sua vita, fino al ’97, ho fatto tutti i suoi spettacoli, dall’Arlecchino, ai Giganti della montagna al Faust. Per me era un maestro. Mi ha trasmesso la voglia di giocare con i personaggi, cambiare spesso, avere il coraggio di non fare un solo ruolo, come spesso ti viene chiesto. Quando sono entrato nel mondo del cinema e della televisione, ho capito che era proprio quello il pericolo, reiterare il commissario, il poliziotto, il cattivo. Ho capito che non faceva per me, a costo di sacrificare qualcosa nella mia carriera. Volevo arricchire il campionario delle possibilità interpretative".
Il ricordo più forte con Strehler?
"Alle celebrazioni del cinquantesimo del piccolo, nel 97 proprio pochi mesi prima che morisse. Mi ero appena sposato, ero lì con mia moglie e non glielo avevo detto. Ma lui si accorgeva di tutto. Si avvicina a me, guarda la mia Fiamma e le dice “devi stargli vicino perché lui sembra fortissimo in realtà è fragilissimo”. Aveva un grande intuito e qualcosa di magico che riusciva a sviluppare solo quando era dentro un teatro".
La sua morte è stata un brutto colpo.
"Purtroppo per me è arrivata poco dopo aver perso i miei, a distanza di dieci giorni l’una dall’altro, per ragioni diverse. Mia mamma aveva una malattia incurabile, mio padre si fece venire un infarto prima e le andò ad aprire la porta del paradiso. E’ sempre stato un signore educato, come il maestro di Nada, che ho un po’ tagliato su di lui. Mi sono ritrovato senza punti di riferimento nella vita. Sono andato avanti come se non fosse successo nulla, non riuscivo a trovare il dolore forte e concreto dei miei fratelli. Ma dopo un paio d’anni ho iniziato a perdere la voglia di lavorare. Ero in spettacoli importanti, con Ronconi, ma il lavoro non mi interessava più in quel periodo di depressione".
Fu allora che decise di diventare Nicolas Cage?
"Sì. Facevo uno spettacolo con Ronconi, quattro ore sul palco. Non avevo i biglietti per Milan-Roma a San Siro, ho chiamato attraverso il centralino il Milan dicendo che ero l’agente italiano di Nicolas Cage, che volevo due biglietti. Era appena uscito Al di là della vita, film minore di Scorsese, era credibile che l’attore fosse qui. Sono impazziti, hanno fatto tutto loro. Non avevo niente da perdere. Mi sono truccato, un po’ di fard nei capelli, lenti a contatto azzurre. La suggestione ha fatto il resto. Allo stadio hanno annunciato la mia presenza, mi sono trovato al fianco di Galliani, che aveva un inglese così scarso da non accorgersi del mio, e poi nello spogliatoio con i giocatori seminudi. Era come in un film di Tim Burton, i campioni venivano da me a ringraziarmi per i film. E’ stata un’esperienza attoriale fantastica".
Ha preceduto Sacha Baron Coen e Borat.
"Infatti. L’ho ripetuta in Spagna con il Real Madrid. E poi quando sono stato in tour teatrale a Los Angeles mi sono presentato con il cd delle mie avventure alla villa di Nicolas Cage a Beverly Hills, non c‘era nessuno e ho buttato il cd oltre il cancello. Mi sono piombati addosso dieci addetti alla sicurezza, ho spiegato loro le intenzioni, mi hanno restituito il cd, in copertina c’era un fotomontaggio con la mia faccia e quella dell’attore. Mi hanno mandato via abbastanza schifati".
E’ iniziata l’era del trasformismo.
"Sì, lo facevo in parallelo alla vita normale, al lavoro e alla famiglia, quattro figli con una sola moglie. Poi c’è stato il programma televisivo, gli altri scherzi, da capo africano ho incontrato il sindaco Walter Veltroni, ci siamo scambiati dei doni, da Marilyn Manson sono andato nel galà della pubblicità di Mediaset, mi sono finto John Turturro ai David di Donatello, al fianco di Alberto Sordi. Era una forma di dipendenza".
Come riassume l’esperienza a Le Iene?
“Ci sono arrivato come coda del periodo trasformista, dopo The italian job. Qualcosa carina l’ho fatta, il provino a Corona, poi dovendo fare un servizio a settimana ero diventato il classico inviato e questo non era quello che aspiravo fare. Ma lì ho imparato a stare davanti alla telecamera con la mia faccia”.
E poi è arrivato 'Boris', Biascica. Lei ne auspicava fortemente il ritorno.
“Boris per me è stato un riconquistare la fiducia verso il mondo televisivo, della fiction, spesso superficiale e per me difficile: Gli occhi del cuore, per capirci. Girare una serie che sublimava le mie difficoltà è stato un regalo. Biascicfa nella scrittura era solo vessatorio, un po’ violento, il re della savana del set, con Mattia (Torre), Giacomo (Ciarrapico) e Luca (Vendruscolo) già dalla puntata pilota abbiamo spinto verso un contrappeso di fragilità, debolezza, incapacità di mettersi in relazione con le persone. E’ un uomo che fa tenerezza, un orsacchiotto dentro un corpo da Yeti. Un po’ come il mio gigante nel cartone Disney Raya e il drago”.
Lei aveva fatto il provino per il ruolo di René Ferretti.
“In disaccordo tra loro, mi fecero fare il provino. Giacomo arrivò in ritardo e senza vederlo mi disse “devi fare Biascica, sei tu. E convinse gli altri”. A posteriori l’ho adorato. Mi è capitato spesso che capo macchinista o un elettricista sul set si siano riconosciuti. Io mi sono ispirato a un tecnico conosciuto in una stagione di Distretto di polizia. Gli ho aggiunto un po’ di malinconia. Cercava di vendere oggetti sul set, come Duccio in Boris fa con i saraghi”.
La stagione quarta finalmente è in arrivo.
“C’era stato un altro periodo in cui eravamo vicini, Mattia era ancora vivo, tramontata l’ipotesi ho pensato fosse finita. In realtà credo che Mattia volesse raccontare qualcosa di più personale, ha scelto Linea verticale, magari sapendo che il tempo davanti no nera così tanto. Farlo senza Mattia è doloroso ma anche meraviglioso. Stavolta ho capito che si fa, ho sentito la convinzione. Sono bastate poche telefonate con i miei fratelli di set. Una cosa che oggi piace ai ventenni, gente che nel 2008 aveva otto anni”.
Ha conservato qualcosa del set?
“Il cappelletto con la scritta asshole è mio da prima di Boris, l’ho preso a Los Angeles in quel famoso viaggio. L’ho in mano in questo momento, è una reliquia. Pronto a tornare in campo”.
Lei fa il prete di casa Totti in 'Speravo de morì prima'. Il suo rapporto con la Roma è sempre fortissimo. Com’è cambiato il rapporto con il calcio oggi che ha un figlio giocatore professionista?
"La Roma mi ha cambiato la vita, anche per l’interpretazione di Cage. Mio figlio Arturo ha fatto tutte le giovanili della Roma, arrivato nella nazionale under 21 oggi è nel Cagliari. Il fatto che lui sia un professionista mi ha tolto la follia del tifoso cieco. Oggi vedo tanti aspetti di una professione che non avrei pensato, sono più distaccato. Ma quando segna la Roma il cuore batte sempre come una volta".