James Levine, il gigante del podio ferito dallo scandalo
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Gregorio Moppi
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di Gregorio Moppi
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E' morto a 77 anni il direttore d'orchestra che per quarant'anni ha regnato al Metropolitan di New York. Poi i problemi di salute, infine il crepuscolo con le accuse di molestie sessuali
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Nel giorno in cui si viene a sapere, in ritardo, della morte di James Levine, il direttore d’orchestra che per oltre quattro decenni ha regnato al Metropolitan di New York, quel che le cronache crudelmente devono subito ricordare è la sua uscita di scena dalla carriera con disonore e tanti malanni fisici. Un gigante del podio il cui tracollo è stato rovinoso. Gli ultimi dei suoi 77 anni, infatti, sono stati segnati da diversi interventi chirurgici (che di recente lo costringevano a raggiungere il podio su un sedia a rotelle motorizzata) e dal Parkinson, i cui sintomi hanno cominciato a manifestarsi ben trent’anni fa.
Nel giorno in cui si viene a sapere, in ritardo, della morte di James Levine, il direttore d’orchestra che per oltre quattro decenni ha regnato al Metropolitan di New York, quel che le cronache crudelmente devono subito ricordare è la sua uscita di scena dalla carriera con disonore e tanti malanni fisici. Un gigante del podio il cui tracollo è stato rovinoso. Gli ultimi dei suoi 77 anni, infatti, sono stati segnati da diversi interventi chirurgici (che di recente lo costringevano a raggiungere il podio su un sedia a rotelle motorizzata) e dal Parkinson, i cui sintomi hanno cominciato a manifestarsi ben trent’anni fa.
Ma soprattutto a segnarne violentemente il crepuscolo sono state le accuse di molestie sessuali condotte ripetutamente nel tempo a danni di giovanotti spesso nemmeno maggiorenni. Denunce che lui ha rigettato (denunciando a sua volta tutti per diffamazione) e che invece il Met ha preso molto sul serio: della condotta inappropriata di Levine si era spettegolato a lungo, ma senza tirar le mai le somme, finché il movimento del #metoo non ha preso a scalfire anche la torre d’avorio della classica. Perciò nel 2018 il malandato Levine è stato costretto ad abbandonare il suo regno, ostracizzato dall’America intera. Non da noi, dove non è stato mai tanto presente: in gennaio, se non ci avesse messo lo zampino il Covid, avrebbe dovuto dirigere al Maggio fiorentino (accompagnato da un nutrito staff sanitario) e per giugno era in cartellone a Santa Cecilia.
Levine a Monaco con "i tre tenori" Domingo, Pavarotti e Carreras (ansa)
Guai giudiziari a parte, di Levine, nato a Cincinnati e deceduto il 9 marzo a Palm Springs, California, la storia della direzione d’orchestra non potrà non tener conto. Per qualità e quantità di lavoro svolto, dacché a metà degli anni Sessanta George Szell lo chiamò come assistente alla Cleveland Orchestra. Sul podio del Met salì la prima volta nel 1971 per una Tosca con Franco Corelli che non ebbe nemmeno il tempo di provare. Un paio di stagioni dopo si era già appropriato di quel teatro dove da spettatore, ragazzo, aveva formto il suo gusto per l’opera. Con lui il Met, elefantone un po’ bolso e attempato, è divenuto un modernissimo carro armato produttivo, protagonista di decine e decine di registrazioni, video, trasmissioni televisive che coprono un repertorio vastissimo da Mozart a Berg – solo la musica nuova ha un po’ patito, se si eccettua la presenza di titoli di Philip Glass, Tan Dun e di pochi altri autori di oggi.
Fatto sta che qualsiasi autore gli sia passato per la bacchetta, Levine è stato in grado di presentarlo a dovere: forse mai in maniera troppo personale, con un’incisività memorabile, ma di certo sempre, ogni cosa, con mestiere inscalfibile, sicuro, senza sbavature tecniche o di stile. I cantanti lo hanno adorato per come sapeva sostenerne le ugole. In effetti anche lui, come il suo teatro, è stato una corazzata imbottita di musica da capo a piedi, malgrado si presentasse senza aureole, rilassato, sorridente, pacioso come un qualsiasi vicino di casa impegnato la domenica a potare le siepi del giardino. Oltre 2500 le recite da lui dirette a New York, che gli hanno procurato tanta popolarità al punto di farlo protagonista accanto a Topolino di Fantasia 2000. Ma non solo: per tante volte ha ripetuto nel mondo il concertone dei tre tenori, con Pavarotti, Domingo e Carreras, il format inaugurato a Caracalla (ma allora con la direzione di Zubin Mehta) per i Mondiali di calcio del 1990.
Tutto questo senza poter contare su un aspetto particolarmente carismatico. Non si è mai dato pose da gran sacerdote della cultura. Sbeffeggiava chi s’azzardava a consigliargli di perder peso. Eppure, nel lavoro, tutto quanto ha fatto l’ha azzeccato. Solo una volta ha perso una battaglia professionale: nel 1995 si oppose strenuamente all’introduzione dei sopratitoli nelle opere, ma la direzione del Met gli andò contro e installò davanti a ogni poltrona uno schermetto per permettere agli spettatori di seguire le parole pronunciate dai cantanti. In Europa Levine si è fatto notare nel 1976, a Salisburgo, con La clemenza di Tito di Mozart. Nel 1982, lui, ebreo, nipote di un cantore di sinagoga, fu chiamato al festival wagneriano di Bayreuth per dirigere l’edizione del centenario di Parsifal. Né ha mancato di dirigere a Vienna, a Berlino, e per un quinquennio, fino al 2004, è stato direttore stabile dei Filarmonici di Monaco. Ora che si è spenta l’attenzione mediatica su Levine uomo, sarà possibile riflettere sul suo lascito artistico, che soprattutto per il Met è incalcolabile.