Massimo Cantini Parrini: "Corro all'Oscar con Pinocchio e i colori dell'amore"
di
Arianna Finos
,
di Arianna Finos
Ascolta l'audio
Il costumista è candidato alla statuetta per gli abiti del film di Matteo Garrone. "Devo tutto a mia nonna e ai pomeriggi passati con lei in sartoria"
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
L’eccellenza italiana nel mondo ha l’umiltà, il talento e lo sguardo profondo di Massimo Cantini Parrini, 50 anni, fiorentino, candidato all’Oscar per i costumi del Pinocchio di Matteo Garrone. Lunga gavetta alle spalle, tanti premi (tra i più recenti, per Favolacce, Indivisibili, Il racconto dei racconti, Dogman) e maestri illustri come Piero Tosi e Gabriella Pescucci: «Non ho seguito l’annuncio in diretta, non ci speravo. Ero a pranzo e sul cellulare sono esplosi fiori, cuori, congratulazioni».
A chi l’ha detto per primo?
«A mia madre. E’ stata in silenzio per un po’. “Mi prendi in giro?” Sono cose grandi per noi».
Suo padre?
«I miei sono divorziati. Non ci sono rapporti».
L’idea alla base dei costumi di 'Pinocchio'?
«Ho cercato la verità nei costumi, ho voluto che qualunque persona vedesse il film si sentisse parte di quel mondo. Non ho voluto eccede…
L’eccellenza italiana nel mondo ha l’umiltà, il talento e lo sguardo profondo di Massimo Cantini Parrini, 50 anni, fiorentino, candidato all’Oscar per i costumi del Pinocchio di Matteo Garrone. Lunga gavetta alle spalle, tanti premi (tra i più recenti, per Favolacce, Indivisibili, Il racconto dei racconti, Dogman) e maestri illustri come Piero Tosi e Gabriella Pescucci: «Non ho seguito l’annuncio in diretta, non ci speravo. Ero a pranzo e sul cellulare sono esplosi fiori, cuori, congratulazioni».
A chi l’ha detto per primo?
«A mia madre. E’ stata in silenzio per un po’. “Mi prendi in giro?” Sono cose grandi per noi».
Suo padre?
«I miei sono divorziati. Non ci sono rapporti».
L’idea alla base dei costumi di 'Pinocchio'?
«Ho cercato la verità nei costumi, ho voluto che qualunque persona vedesse il film si sentisse parte di quel mondo. Non ho voluto eccedere, far sì che tutto fosse protagonista. Ho voluto che i costumi fossero giusti per quel che si rappresentava. Non credo al bello o al brutto, piuttosto a ciò che è giusto o sbagliato. Ho spinto in questa direzione. Sono costumi che restano addosso ai personaggi per tutto lo spettacolo, non volevo annoiare lo spettatore, ma volevo anzi che trasparisse anche una certa tenerezza. Il colore scelto per Pinocchio è stato il colore dell’amore, della follia, della discordia, amore e odio insieme».
'Il racconto dei racconti' di Matteo Garrone: Cantini Parrini ha vinto un David di Donatello, un Nastro d'argento e un Ciak d'oro. In alto, il costumista sul set di 'Pinocchio' di Garrone
È anche diventato membro dell’Academy.
«Sì, ho votato per la prima volta».
Sua nonna aveva una sartoria, le ha trasmesso la passione.
«C’era un legame molto forte. E' nato tutto in quei pomeriggi passati con lei mentre lavorava. L’abito per me è un’espressione forte dell’essere umano e anche del mondo che rappresenta, parla di pittura e architettura. Oggi non si rincorre il giubbotto alla moda ma l’ultimo telefonino, la moda non è uno status symbol. Siamo fatti tutti di vintage, peschiamo nell’armadio di famiglia. Ci vestiamo più o meno come vent’anni fa, mentre tra gli anni 50 e i 70 la differenza è abissale».
Il primo vestito che ha amato?
«L’abito da sposa di mia nonna, la sarta. Aprì l’armadio e mi fece vedere quest’abito di raso di seta degli anni 50. Ho passato pomeriggi interi a guardarlo da piccolo».
Lei è anche un collezionista.
«Ho iniziato quando, adolescente, mamma mi ha portato alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti. In quel museo meraviglioso ho scoperto che si potevano possedere gli abiti antichi e ho iniziato una collezione d’epoca che oggi ha oltre quattromila costumi”.
Il primo che ha comprato?
“In un viaggio a Parigi con mia madre. Oggi mi fa tenerezza perché non ha alcun valore storico, ma quando lo comprai mi sembrava di possedere l’abito di una regina».
Con 'Indivisibili', di Edoardo De Angelis, Cantini Parrini ha conquistato un David di Donatello, un Nastro d'argento e un Ciak d'oro
Il pezzo più importante?
«Il mio più antico, del 1630. Un vestito azzurro-Madonna che comprai per intuito in un mercatino a Firenze. Ho scoperto che era un abito di corte, alto collezionismo».
Il cinema come è arrivato?
«Volevo fare lo storico del costume, poi ho scoperto il Centro sperimentale, ho incontrato Piero Tosi, il mio maestro. Mi ha insegnato a stare con i piedi per terra, ad avere pazienza e tenacia. La parola che ripeteva di più è resistere, difendere la propria visione. Non era un insegnante classico, trasmetteva il sapere con i suoi meravigliosi racconti. Era il modo per continuare a fare un lavoro che amava. L’ho visto felice quando ho vinto il David. Vorrei che fosse qui oggi».
Con il premio Oscar Gabriella Pescucci avete condiviso tanti set. Il più difficile?
«Quello di La fabbrica di cioccolato, di Tim Burton, gli unici due italiani in un set gigantesco, ci siamo dati una forza enorme. Con Gabriella, ex allivea di Tosi, c’èun rapporto speciale, l’ho affiancata per dieci anni, dopo i tre alla sartoria Tirelli».
Lavora con Garrone, i fratelli D’Innocenzo, Edoardo De Angelis.
«La stima che hanno per me mi fa sentire vivo, sono felice quando mi richiamano. Sono mondi diversi. Matteo ha una cultura visiva enorme, viene dalla pittura, colore e semplicità hanno valenza forte. Edoardo è napoletano, un mondo più solare. I fratelli D’Innocenzo sono legati alla contemporaneità e quindi è come affrontare un tema futurista».
Ha appena finito di girare 'Cyrano' di Joe Wright.
«Ho adorato Espiazione e L’ora più buia. Abbiamo finito lo scorso dicembre, il primo grande lavoro internazionale. Non mi piace parlare di modernità: ho fatto un lavoro storico sul Settecento. ma ho voluto dare una chiave più contemporanea, abolendo fiori e righe e usando i colori. Ho lavorato in totale libertà».