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Foto Ray Tarantino 

Ligabue: "Riprendiamoci la vita e l'energia per costruire un futuro migliore"

Superati i trent'anni di attività, il rocker fa il bilancio della sua carriera e racconta le sue speranze. In edicola le ristampe di tutti i suoi album
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C'è un' immagine che, da sola, racchiude perfettamente l'idea, la musica, i sentimenti di Luciano Ligabue oggi, nel pieno del 2021, a 30 passati dal suo esordio, in questa fase di bilanci, di conti, di riassunti che il cantautore e rocker di Correggio sta attraversando. E' nel video di Mi ci pulisco il cuore, singolo uscito poche settimane fa, uno dei brani più belli di 7, il suo album più recente. Liga è con il suo giubbotto di pelle, in riva a un mare agitato, con i suoi capelli leggermente mossi dal vento, contro il cielo grigio. L'idea che l'immagine trasmette è che il peggio è passato, che la tempesta è finita, che il mare davanti è grande, immenso e che guardando oltre le onde qualcosa si può vedere e trovare.

Ed è verso i prossimi trent'anni che guarda Ligabue, tutt'altro che pacificato, tutt'altro che pronto riposare sugli allori di una carriera gloriosa che sta celebrand…
C'è un' immagine che, da sola, racchiude perfettamente l'idea, la musica, i sentimenti di Luciano Ligabue oggi, nel pieno del 2021, a 30 passati dal suo esordio, in questa fase di bilanci, di conti, di riassunti che il cantautore e rocker di Correggio sta attraversando. E' nel video di Mi ci pulisco il cuore, singolo uscito poche settimane fa, uno dei brani più belli di 7, il suo album più recente. Liga è con il suo giubbotto di pelle, in riva a un mare agitato, con i suoi capelli leggermente mossi dal vento, contro il cielo grigio. L'idea che l'immagine trasmette è che il peggio è passato, che la tempesta è finita, che il mare davanti è grande, immenso e che guardando oltre le onde qualcosa si può vedere e trovare.

Ed è verso i prossimi trent'anni che guarda Ligabue, tutt'altro che pacificato, tutt'altro che pronto riposare sugli allori di una carriera gloriosa che sta celebrando con la pubblicazione di 7, con quella della raccolta 77+7,  che contiene i 77 singoli che hanno fatto la sua storia ora anche in versione vinile, con il libro E' andata così, uscito qualche mese fa, e adesso anche con l'uscita mensile in edicola dei suoi album, dal primo all'ultimo. Il "diavoletto" che gli fa rodere l'anima da sempre, non si è stancato di rodere..."anzi, tutt'altro", dice lui, "è ovvio che io sia soddisfatto di come sono andate le cose, mi sveglio contento di me. Ma il diavoletto è sempre al lavoro, mi spinge a cercare qualcos'altro, mi fa stare sul chi vive, come se dovessi fare ancora chissà cosa. E' un fatto di natura, è così: alle volte penso che la canzone perfetta per me sia già stata scritta tempo fa, lo hanno fatto gli Stones con Satisfaction. Parla di sicuro per me, ma in generale parla degli esseri umani, che non riescono a trovare soddisfazione, soprattutto di quelli che hanno dentro questo diavoletto della creatività che fa tanto bene, tante volte è impegnativo e soprattutto non mi lascia mai in pace".

Stefano Accorsi e Francesco Guccini, protagonisti del suo film 'Radiofreccia' 


Mai? Non ha mai avuto un serio ripensamento in questi trent'anni, la voglia di mandare al diavolo tutto?
"Il problema più serio l'ho avuto all'indomani di un periodo in cui le cose andavano fin troppo bene, alla fine degli anni Novanta, il momento in cui tra Buon compleanno Elvis, Su e giù per il borgo e Radiofreccia mi era arrivata addosso anche la parte meno piacevole del successo, che richiedeva un impegno nuovo. Dovevo fare i conti con la nuova curiosità della gente nei miei confronti, convivere con un nuovo isolamento che quella curiosità comportava, fare i conti con una realtà diversa da quella che avevo vissuto fino ad allora. Mi chiesi davvero se ne valeva la pena, se non fosse stato meglio smettere in quel momento, all'apice, in bellezza, lasciando solo un buon ricordo. Ma dall'altro lato sapevo che non sarei mai stato capace di stare senza fare concerti e il piatto della bilancia è andato da quella parte e mi sono rimesso al lavoro facendo la cosa che mi ha aiutato di più, l'album che nessuno si aspettava da me, Miss mondo, in cui ho raccontato direttamente tutto il mio disagio, in cui bene o male mi mettevo a nudo. Erano canzoni in cui cercavo di raccontare quello che meno interessa, i lati oscuri del successo. E' sempre brutto lamentarsi del brodo grasso, da quel momento in poi me ne sono ben guardato, ma dovevo dire come me lo vivevo, mi sono liberato e sono andato avanti".

Quindi fare concerti è rimasto il cuore del suo essere musicista?
"In tutti questi anni il povero Maioli (il manager, ndr) si è dovuto inventare ogni modo possibile per farmi suonare. Sono sempre ingordo, suono volentieri ovunque, dal piccolo club fino a Campovolo e tutto quello che c'è nel mezzo. In questi trent'anni ho acquisito una forma di dipendenza, sono tossico, non lo nego. Quello che provo sul palco non lo trovo nel mio quotidiano ed è difficile farne a meno. Ormai so cosa mi porta ogni esperienza. Nel club c'è il rock'n'roll al suo meglio, niente di più fisico, il sudore, le birre, il suono non è controllato, è selvatico, grosso; nei palazzetti è il massimo del contenitore al chiuso, tutta l'esplosività della gente che urla è amplificata, c'è una rumba importante; in teatro mi metto alla prova, devo stare seduto, suonare acustico, con la gente seduta, facciamo tutti uno sforzo di concentrazione e, peraltro, mi tocca essere il più intonato che posso; fare gli stadi, nell'epoca del digitale, con tutto quello che vuol dire, trovare migliaia di persone che si mettono insieme per una storia sola, per due o tre ore, è un miracolo incredibile. E poi c'è Campovolo, che è un altro film, in cui sei all'interno di una festa pazzesca e il festeggiato sei tu, decine di migliaia di persone che sono lì per stare bene e sei al centro di un enorme abbraccio collettivo che ha a che fare con il festeggiare la vita. Ho provato in tutti i modi a spiegare cosa provo, ma è difficile, meglio risalire su un palco, come ho già fatto per la bellezza di 850 volte in questa vita".

Con Pelù e Jovanotti ha inciso 'Il mio nome è mai più' 

Un uomo fortunato, no?
"Sì, ma se dico che sono fortunato, con un po' di scaramanzia, penso di tirarmela, se dico di no sembro un presuntuoso. Posso dire che sono grato al progetto divino di chi ha deciso di farmi vivere questa esperienza e al tempo stesso ha attivato la mia inquietudine. Quella che mi ha spinto a fare tante cose diverse, come se non dovessi farmi scappare niente dalle mani. Sa, io ho iniziato tardi e tra i miei venti e i trent'anni ho vissuto compresso. Negli anni Settanta come una splendida esperienza collettiva dove tutto sembrava possibile, poi sono arrivati gli Ottanta e il divertimento era finito e ognuno si faceva i cazzi suoi; io che in quel periodo ho fatto tanti mestieri, otto o nove, che non mi piacevano, ho maturato una compressione tale che quando ho potuto ho cercato di non farmi scappare più niente. Quindi canzoni, album concept, romanzi, racconti, poesie, sceneggiature, film, tutto".

E tutto questo l'ha reso quello che voleva essere o un altro?
"Ah, io non posso che essere me stesso. Ma, che ci si creda o no, ho sempre cercare di trovare un suono, un linguaggio, un'idea che fossero mie. Posso dire di essere rimasto legato al rock'n'roll come intenzione, ma in trent'anni non puoi certo riproporre la stessa tavolozza con gli stessi colori. E poi negli anni, specialmente negli ultimi, nel mondo della musica è cambiato tutto, è successa una rivoluzione, anzi la parola non basta a descrivere la situazione. Sono cambiate le classifiche, il mercato, il modo di ascoltare la musica, il modo di farla, i supporti sono spariti, c'è lo streaming, sono cambiati suoni e linguaggi, abbiamo in tasca una discoteca mondiale da cui attingere anche in termini di idee. Cerchi di esserci, ma io sono anche abbastanza maldestro, faccio fatica in un mondo in cui le cose vanno tutte insieme in tante direzioni diverse. Quindi sono me stesso, mi lascio catturare dalla musica".

E quanto è contata la sua vita privata in questi cambiamenti?
"Parto da una famiglia felice, non ho avuto inquietudini particolari, due genitori semplici, che hanno avuto a che fare con la fame del dopoguerra e sono cresciuti andando d'accordo. Mi sono sposato a trent'anni, ho avuto mio figlio Lenny a 38, sposato tardi e figli tardi, e poi la separazione che da buon ex comunista e ex cattolico mi regala un discreto tasso di senso di colpa da smaltire. La seconda figlia l'ho avuta a 44 anni, adesso è un'adolescente con tutto quello che ne consegue. Stanno crescendo tutti e due, Lenny è un buon batterista, vuole fare il produttore musicale e io lo supporto più che posso sapendo che non devo esagerare. L'altra mia figlia vive con me, le devo dare attenzione più che posso sapendo che devo lasciarle lo spazio perché riesca a trovare la sua strada".

Nelle canzoni lei si è raccontato molto, alla fine...
"Racconto di quello che conosco, quindi alla fine arrivo a parlare di me. Sento un impegno nei confronti di chi mi segue, quello di dire comunque la verità, anche se sono un tipo piuttosto riservato".

C'è qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?
"Le faccio una confessione: dopo il terzo Campovolo chiamo Maioli e gli dico che ho un concept di 28 canzoni, Made in Italy. Quindi quello che avete ascoltato è solo la prima parte, perché mi sembrava troppo, non abbiamo avuto il coraggio di fare la cosa giusta. Quell'album era giusto per come l'avevo pensato, all'epoca capii le preoccupazioni e decisi che andava bene così, facciamo uscire la prima parte e poi vedremo quando fare uscire la seconda. E' uscito, poi ho avuto il problema alle corde vocali e per non stare sei mesi fermi, abbiamo anticipato le riprese del film, poi abbiamo fatto i concerti che avevamo spostato e quindi a quel punto il film era completo, raccontava tutto, non aveva più senso pubblicare il resto. Di fatto, però, è un opera mozza".

E i prossimi trent'anni?
"Siccome, visto quello che è successo, è possibile tutto, credo che alla fine di questa fase ci sarà un'energia enorme e avremo bisogno di far convergere tutte le cose, farle succedere, condividerle, e scoprire che ogni emozione è più forte di come ce la ricordavamo. Dobbiamo pensare insieme che il futuro sia migliore di come era il nostro passato, per l'ambiente, per il lavoro, per tutti quelli che dovranno fare i conti con le macerie, e che dopo aver dato fondo al nostro istinto di sopravvivenza tireremo fuori anche altro, cercando di riprendere in mano la vita. E voglio pensare che tutto questi passi anche attraverso la musica".