Minoli e il destino de 'La Storia siamo noi': "Se la Rai non si muove rischia di perdere un patrimonio"
di Silvia Fumarola , di Silvia FumarolaIl giornalista detiene i diritti del programma per gli anni 2010-2013. Ma senza un accordo il prezioso materiale d'archivio potrebbe "lasciare" Viale Mazzini
Ma la Rai vuole davvero l’archivio di La Storia siamo noi? Dopo l’intervento della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati che ha chiesto chiarimenti, Viale Mazzini ha rassicurato: "I diritti sono nostri". Ma Giovanni Minoli, che detiene i diritti per gli anni 2010-2013, ha molto da dire. "Leggo il contratto - chiarisce subito il giornalista, ex direttore di Rai 2 e di Rai 3, inventore di Mixer - 'Lei dal 2010 al 2013 si impegna a prestare la sua opera professionale di ideatore autore consulente per la realizzazione de La Storia siamo noi, 140 puntate quotidiane e 52 in seconda serata, responsabile con presenza video e voce. L’articolo 8 recita che trascorsi i primi dieci anni, le parti o e le aventi causa valuteranno eventuali proroghe dei suddetti diritti'".
Minoli, ora a che punto siamo?
"Che i diritti valgano per quel periodo a me va bene, anche se dal punto di vista giuridico potrebbero riguardare tu…
Minoli, ora a che punto siamo?
"Che i diritti valgano per quel periodo a me va bene, anche se dal punto di vista giuridico potrebbero riguardare tu…
Ma la Rai vuole davvero l’archivio di La Storia siamo noi? Dopo l’intervento della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati che ha chiesto chiarimenti, Viale Mazzini ha rassicurato: "I diritti sono nostri". Ma Giovanni Minoli, che detiene i diritti per gli anni 2010-2013, ha molto da dire. "Leggo il contratto - chiarisce subito il giornalista, ex direttore di Rai 2 e di Rai 3, inventore di Mixer - 'Lei dal 2010 al 2013 si impegna a prestare la sua opera professionale di ideatore autore consulente per la realizzazione de La Storia siamo noi, 140 puntate quotidiane e 52 in seconda serata, responsabile con presenza video e voce. L’articolo 8 recita che trascorsi i primi dieci anni, le parti o e le aventi causa valuteranno eventuali proroghe dei suddetti diritti'".
Minoli, ora a che punto siamo?
"Che i diritti valgano per quel periodo a me va bene, anche se dal punto di vista giuridico potrebbero riguardare tutto l’opera. Ma questo è un problema che riguarda i legali".
Quanto valgono i diritti?
"Il valore commerciale è di 800, 1000 euro al minuto: sono 576 ore. Per non parlare delle 2000 ore di Dixit".
La Rai come si è mossa?
"Non mi hanno mai fatto una proposta concreta, ma sempre e soltanto discorsi fumosi per prendere tempo. Né io ho mai fatto una richiesta".
Aprirà una trattativa con altre piattaforme?
"Vorrei che l’archivio restasse in Rai ma ci deve essere la volontà di tutte e due le parti. Ci sono tante piattaforme affamate di prodotto, dal punto economico mi converrebbe. Ma sono da sempre un uomo della Rai, aspetto di trovare un accordo. Bisogna che i vertici facciano proposte concrete, per ora mi hanno preso in giro. Dopo che ha chiesto chiarimenti la presidente del Senato Casellati, prima c’erano stati il ministro Franceschini, Meloni e Di Maio, in Rai si sono mossi perché questo patrimonio non vada perso o disperso. Hanno detto: “Trattiamo”. Ma nei cinque o sei incontri mi hanno preso in giro, dicendo cose sempre più improbabili. In questi casi si discute e ci si mette d’accordo".
Perché non è successo?
"Perché non viene esercitato il potere da chi ce l’ha. L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini non lo esercita, tende a tirarla per le lunghe perché il caso arrivi al prossimo consiglio di amministrazione. In un anno ci siamo visti sei volte, c’era sempre un dettaglio che non andava, ma non ha mai affrontato davvero il problema. L’ultima volta, in collegamento via Skype, ha mandato altri, neanche c’era".
Quindi?
"Le piattaforme hanno bisogno di prodotto. De La Storia siamo noi ho fatto la versione radiofonica e podcast, ho già elaborato anche il prodotto successivo. Il cda della Rai è in scadenza, vediamo se si svegliano o se ne parlerà con chi arriva".
Cosa la amareggia?
"Che è un anno che discutiamo sul niente. Ho fatto mia la massima di Mario Schimberni: 'Tutto arriva a chi sa aspettare'. Esercito l’arte della pazienza verso chi non capisce. Mi prendo l’onere di aspettare che tu capisca, invece di vendere l’archivio sul mercato".
C’è un enorme interesse per la Storia.
"C’è un mercato pazzesco, nel recovery plan c’è un’indicazione sui programmi dedicati alla Storia: vogliamo raccontare ai figli e ai nipoti chi siamo? Da poco c’è stato l’anniversario della strage della Moby Prince, avevo tutto il materiale. Tutti gli anniversari degli eventi, le storie dei personaggi cono costruiti come gialli. I programmi storici hanno un successo enorme".
Perché punta il dito contro l’ad Salini?
"Perché la legge Renzi ha detto una cosa chiara: se hai in testa un progetto lo puoi realizzare. L’amministratore delegato ha una libertà enorme che prima non aveva. Lui dopo tre anni cosa ha fatto? Non lo saprei dire. Il piano industriale? Boh; il piano editoriale? Boh. Carrettate di nomine abbastanza senza senso e basta. RaiPlay si capisce poco cosa sia, e comunque l’aveva creata l’ex direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto. Se RaiPlay, come dovrebbe essere, è la vendita della cineteca, capisco che vengano rinnovati i programmi e i prodotti, un po’ come fece Sergio Marchionne con la 500. Prese un prodotto di 50 anni e gli diede nuova vita con un’operazione che ha fatto di Fiat una monomarca. Qui si può fare la stessa cosa, i format ce li abbiamo in casa".
Oggi come si rinnova la tv?
"Fare programmi non è facile, pensano che basta mettere qualcuno in studio ed è fatta. Non è così. Ma è anche colpa dei giornalisti, che con la crisi della carta stampata si sono buttati sulla tv e l’hanno trasformata in radio: parlano e basta. La televisione prima di tutto è fatta di immagini".
La Rai è ancora in mano ai partiti?
"La Rai è la fotografia del paese: se la politica è zero, la Rai è zero. Se la politica è forte, la Rai è forte. Una volta i partiti mandavano i migliori".
Minoli, ora a che punto siamo?
"Che i diritti valgano per quel periodo a me va bene, anche se dal punto di vista giuridico potrebbero riguardare tutto l’opera. Ma questo è un problema che riguarda i legali".
Quanto valgono i diritti?
"Il valore commerciale è di 800, 1000 euro al minuto: sono 576 ore. Per non parlare delle 2000 ore di Dixit".
La Rai come si è mossa?
"Non mi hanno mai fatto una proposta concreta, ma sempre e soltanto discorsi fumosi per prendere tempo. Né io ho mai fatto una richiesta".
Aprirà una trattativa con altre piattaforme?
"Vorrei che l’archivio restasse in Rai ma ci deve essere la volontà di tutte e due le parti. Ci sono tante piattaforme affamate di prodotto, dal punto economico mi converrebbe. Ma sono da sempre un uomo della Rai, aspetto di trovare un accordo. Bisogna che i vertici facciano proposte concrete, per ora mi hanno preso in giro. Dopo che ha chiesto chiarimenti la presidente del Senato Casellati, prima c’erano stati il ministro Franceschini, Meloni e Di Maio, in Rai si sono mossi perché questo patrimonio non vada perso o disperso. Hanno detto: “Trattiamo”. Ma nei cinque o sei incontri mi hanno preso in giro, dicendo cose sempre più improbabili. In questi casi si discute e ci si mette d’accordo".
Perché non è successo?
"Perché non viene esercitato il potere da chi ce l’ha. L’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini non lo esercita, tende a tirarla per le lunghe perché il caso arrivi al prossimo consiglio di amministrazione. In un anno ci siamo visti sei volte, c’era sempre un dettaglio che non andava, ma non ha mai affrontato davvero il problema. L’ultima volta, in collegamento via Skype, ha mandato altri, neanche c’era".
Quindi?
"Le piattaforme hanno bisogno di prodotto. De La Storia siamo noi ho fatto la versione radiofonica e podcast, ho già elaborato anche il prodotto successivo. Il cda della Rai è in scadenza, vediamo se si svegliano o se ne parlerà con chi arriva".
Cosa la amareggia?
"Che è un anno che discutiamo sul niente. Ho fatto mia la massima di Mario Schimberni: 'Tutto arriva a chi sa aspettare'. Esercito l’arte della pazienza verso chi non capisce. Mi prendo l’onere di aspettare che tu capisca, invece di vendere l’archivio sul mercato".
C’è un enorme interesse per la Storia.
"C’è un mercato pazzesco, nel recovery plan c’è un’indicazione sui programmi dedicati alla Storia: vogliamo raccontare ai figli e ai nipoti chi siamo? Da poco c’è stato l’anniversario della strage della Moby Prince, avevo tutto il materiale. Tutti gli anniversari degli eventi, le storie dei personaggi cono costruiti come gialli. I programmi storici hanno un successo enorme".
Perché punta il dito contro l’ad Salini?
"Perché la legge Renzi ha detto una cosa chiara: se hai in testa un progetto lo puoi realizzare. L’amministratore delegato ha una libertà enorme che prima non aveva. Lui dopo tre anni cosa ha fatto? Non lo saprei dire. Il piano industriale? Boh; il piano editoriale? Boh. Carrettate di nomine abbastanza senza senso e basta. RaiPlay si capisce poco cosa sia, e comunque l’aveva creata l’ex direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto. Se RaiPlay, come dovrebbe essere, è la vendita della cineteca, capisco che vengano rinnovati i programmi e i prodotti, un po’ come fece Sergio Marchionne con la 500. Prese un prodotto di 50 anni e gli diede nuova vita con un’operazione che ha fatto di Fiat una monomarca. Qui si può fare la stessa cosa, i format ce li abbiamo in casa".
Oggi come si rinnova la tv?
"Fare programmi non è facile, pensano che basta mettere qualcuno in studio ed è fatta. Non è così. Ma è anche colpa dei giornalisti, che con la crisi della carta stampata si sono buttati sulla tv e l’hanno trasformata in radio: parlano e basta. La televisione prima di tutto è fatta di immagini".
La Rai è ancora in mano ai partiti?
"La Rai è la fotografia del paese: se la politica è zero, la Rai è zero. Se la politica è forte, la Rai è forte. Una volta i partiti mandavano i migliori".