New York - Pochi autori americani, ma potremmo dire del mondo intero, hanno a cuore la salute della terra come Jonathan Safran Foer, e non è un caso che negli ultimi anni abbia alternato l’attività di romanziere con quella di saggista, con testi che hanno avuto per tema il consumo della carne animale (Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?) e la difesa dell’ambiente (Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi). Le sue prese di posizione pubbliche hanno contribuito a costruirne un’immagine da pensatore radicale, ma basta incontrarlo per rendersi conto di un approccio estremamente articolato, e di una riflessione che si arricchisce costantemente delle opinioni distanti dalle sue. La sua preoccupazione sullo stato di salute del pianeta Terra è autentica, ma non c’è nulla di fanatico, e lo stesso si può dire per le opinioni politiche: si riconosce nel campo dei liberal, ma ha pre…
New York - Pochi autori americani, ma potremmo dire del mondo intero, hanno a cuore la salute della terra come Jonathan Safran Foer, e non è un caso che negli ultimi anni abbia alternato l’attività di romanziere con quella di saggista, con testi che hanno avuto per tema il consumo della carne animale (Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?) e la difesa dell’ambiente (Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi). Le sue prese di posizione pubbliche hanno contribuito a costruirne un’immagine da pensatore radicale, ma basta incontrarlo per rendersi conto di un approccio estremamente articolato, e di una riflessione che si arricchisce costantemente delle opinioni distanti dalle sue. La sua preoccupazione sullo stato di salute del pianeta Terra è autentica, ma non c’è nulla di fanatico, e lo stesso si può dire per le opinioni politiche: si riconosce nel campo dei liberal, ma ha preso ripetutamente posizioni di assoluta autonomia, a cominciare per esempio dal tema dell’aborto, là dove, pur condannando i fondamentalisti, attribuisce un approccio etico a chi si dichiara pro-life. È ottimista rispetto alla fine della pandemia, ma teme che il mondo non trarrà un insegnamento duraturo da questa tragedia: «Io penso che dopo la legittima euforia per la fine di questo incubo», mi racconta nella sua villa a Brooklyn, «riprenderanno le abitudini di sempre. Non mi riferisco agli inevitabili cambiamenti in campi quali il lavoro, ma all’attitudine mentale che nel giro di poco tempo riprenderà il proprio circolo vizioso».
Cosa intende?
«Una delle cose che abbiamo capito è che forse non è necessario fare tutti i viaggi di lavoro che si facevano un tempo: Zoom ha dimostrato che in molti casi si può essere ugualmente efficienti. Senza arrivare a concepire lo smart working come un’esclusiva, si può pensare a situazioni di lavoro ibride. Insomma quello che è successo cambierà l’organizzazione del lavoro, ma altro è quanto riguarda l’intimità degli esseri umani: temo che non cambieranno l’avidità, l’edonismo, la superficialità rispetto ai problemi etici e ambientali. Su un piano morale dobbiamo riflettere sui nostri rapporti interpersonali e su cosa è essenziale e cosa invece è superfluo, ma prima si analizza il problema alla base, poi si può pensare alle eventuali soluzioni».
Ritiene che ci sia un rapporto causale tra il cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse naturali, il nostro stile di vita e la pandemia?
«Su questo tema ci sono due risposte, una scientifica e una psicologica. La scienza ci insegna che tre virus su quattro sono generati nei grandi allevamenti industriali di animali. Voglio dire al riguardo che non sono affatto un attivista, e, per quanto possa apparire sorprendente, ho mangiato ogni tipo di cibo: ora sono vegetariano, ma rispetto chi ama la carne. Il problema ancora una volta è quello dell’attitudine mentale: se la scienza ci dice una cosa del genere abbiamo l’obbligo di porci alcune domande. Il Covid si cura con i vaccini, ed è molto probabile che entro l’anno il Nord America e l’intera l’Europa sarà vaccinato. Ma i virus ignorano le frontiere: rimane il problema, gigantesco, di molte aree del mondo nelle quali gli abitanti vivono a contatto con gli animali, che, è stato dimostrato, hanno veicolato spesso i virus più terrificanti. C’è quindi la possibilità che riprenda una nuova ondata pandemica, e qui arriva la questione etica: chi ha a cuore il pianeta capisce che se non ci si salva tutti insieme non si salva nessuno. Rispetto alla pandemia gli esseri umani hanno una reazione più evidente: hanno paura di morire, e vedono intere economie distrutte, mentre i cambiamenti climatici non appaiono una minaccia personale immediata. La sintesi tra questi due problemi è in quello che fa l’uomo, e qui interviene la seconda risposta, che è quella psicologica: dobbiamo fare del nostro meglio, o almeno evitare il peggio».
Si può dire quindi che la questione della salute della Terra risponde a un unico problema?
«Certo, e questo appare evidente se si riflette su come si sta reagendo ai vaccini: sono considerati un modo per riprendersi la vita identica a quella che c’era prima. Tu mi parlavi dei nostri stili di vita: io sono il primo a voler godere di tante cose che mi mancano, come esempio andare a un concerto o ad assistere a una manifestazione sportiva in uno stadio, ma mi spaventa il fatto che non si rifletta su quello che è successo. Io credo che la risposta sia nel riconoscere umilmente che non si può fare tutto e sempre: è necessario imparare a contenersi. E anche da un punto di vista economico non è affatto detto che ci debba essere sempre una crescita costante, se questa va a scapito della sicurezza ambientale o della salute degli abitanti della terra. Io vedo invece una profonda miopia, e la volontà di fingere che il problema di fondo non esista: ognuno dovrebbe chiedersi se continuare a non pensare o invece dirsi che è arrivato il tempo di fare una scelta».
Come si sta comportando da questo punto di vista l’amministrazione Biden?
«Molto meglio del previsto: credo che nessuno si aspettasse che Joe Biden avesse un’agenda così verde. Ma ancora una volta: la politica riuscirà a rivoluzionare gli animi?».
La sua sembra una riflessione religiosa, più che politica.
«Ben venga, la religione, se aiuta a riflettere su queste cose e non prende posizioni estremiste. Io parlo di rivoluzione interiore perché altrimenti quando cambierà l’amministrazione c’è la possibilità che si ritorni a posizioni opposte, catastrofiche per il pianeta e per gli esseri umani».
Cosa intende?
«Una delle cose che abbiamo capito è che forse non è necessario fare tutti i viaggi di lavoro che si facevano un tempo: Zoom ha dimostrato che in molti casi si può essere ugualmente efficienti. Senza arrivare a concepire lo smart working come un’esclusiva, si può pensare a situazioni di lavoro ibride. Insomma quello che è successo cambierà l’organizzazione del lavoro, ma altro è quanto riguarda l’intimità degli esseri umani: temo che non cambieranno l’avidità, l’edonismo, la superficialità rispetto ai problemi etici e ambientali. Su un piano morale dobbiamo riflettere sui nostri rapporti interpersonali e su cosa è essenziale e cosa invece è superfluo, ma prima si analizza il problema alla base, poi si può pensare alle eventuali soluzioni».
Ritiene che ci sia un rapporto causale tra il cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse naturali, il nostro stile di vita e la pandemia?
«Su questo tema ci sono due risposte, una scientifica e una psicologica. La scienza ci insegna che tre virus su quattro sono generati nei grandi allevamenti industriali di animali. Voglio dire al riguardo che non sono affatto un attivista, e, per quanto possa apparire sorprendente, ho mangiato ogni tipo di cibo: ora sono vegetariano, ma rispetto chi ama la carne. Il problema ancora una volta è quello dell’attitudine mentale: se la scienza ci dice una cosa del genere abbiamo l’obbligo di porci alcune domande. Il Covid si cura con i vaccini, ed è molto probabile che entro l’anno il Nord America e l’intera l’Europa sarà vaccinato. Ma i virus ignorano le frontiere: rimane il problema, gigantesco, di molte aree del mondo nelle quali gli abitanti vivono a contatto con gli animali, che, è stato dimostrato, hanno veicolato spesso i virus più terrificanti. C’è quindi la possibilità che riprenda una nuova ondata pandemica, e qui arriva la questione etica: chi ha a cuore il pianeta capisce che se non ci si salva tutti insieme non si salva nessuno. Rispetto alla pandemia gli esseri umani hanno una reazione più evidente: hanno paura di morire, e vedono intere economie distrutte, mentre i cambiamenti climatici non appaiono una minaccia personale immediata. La sintesi tra questi due problemi è in quello che fa l’uomo, e qui interviene la seconda risposta, che è quella psicologica: dobbiamo fare del nostro meglio, o almeno evitare il peggio».
Si può dire quindi che la questione della salute della Terra risponde a un unico problema?
«Certo, e questo appare evidente se si riflette su come si sta reagendo ai vaccini: sono considerati un modo per riprendersi la vita identica a quella che c’era prima. Tu mi parlavi dei nostri stili di vita: io sono il primo a voler godere di tante cose che mi mancano, come esempio andare a un concerto o ad assistere a una manifestazione sportiva in uno stadio, ma mi spaventa il fatto che non si rifletta su quello che è successo. Io credo che la risposta sia nel riconoscere umilmente che non si può fare tutto e sempre: è necessario imparare a contenersi. E anche da un punto di vista economico non è affatto detto che ci debba essere sempre una crescita costante, se questa va a scapito della sicurezza ambientale o della salute degli abitanti della terra. Io vedo invece una profonda miopia, e la volontà di fingere che il problema di fondo non esista: ognuno dovrebbe chiedersi se continuare a non pensare o invece dirsi che è arrivato il tempo di fare una scelta».
Come si sta comportando da questo punto di vista l’amministrazione Biden?
«Molto meglio del previsto: credo che nessuno si aspettasse che Joe Biden avesse un’agenda così verde. Ma ancora una volta: la politica riuscirà a rivoluzionare gli animi?».
La sua sembra una riflessione religiosa, più che politica.
«Ben venga, la religione, se aiuta a riflettere su queste cose e non prende posizioni estremiste. Io parlo di rivoluzione interiore perché altrimenti quando cambierà l’amministrazione c’è la possibilità che si ritorni a posizioni opposte, catastrofiche per il pianeta e per gli esseri umani».