Quindici anni di rivoluzione Spotify: la forma della musica è cambiata
di
Ernesto Assante
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di Ernesto Assante
Nel 2006 nasceva il servizio di streaming ideato da Ek e Lorentzon che ha stravolto l’industria discografica
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Chissà se i libri di storia prima o poi segneranno il giorno 23 del mese di aprile di quindici anni fa come un giorno importante. Dovrebbero, perché il 23 aprile del 2006 Daniel Ek e Martin Lorentzon fondarono Spotify e, da quel giorno, il mondo, tutto il mondo, è, anche se in piccola parte, cambiato.
La cosa più evidente e ovvia è che quindici anni fa con l'avvento di Spotify è cambiato completamente il mondo della musica. Oggi che ci siano i servizi di streaming ci appare normale e invece quindici anni fa, lo streaming non era una realtà così presente, non era una forza in grado di cambiare le cose, sembrava una scommessa quella di chiedere ai consumatori di abbonarsi a un servizio che permetteva di ascoltare la musica in streaming, in un mondo fatto di cd in rapido declino, un'industria discografica ridotta al lumicino, e l'unica alternativa rappresentata dai download legali e dalla pirateria digitale. L'indus…
Chissà se i libri di storia prima o poi segneranno il giorno 23 del mese di aprile di quindici anni fa come un giorno importante. Dovrebbero, perché il 23 aprile del 2006 Daniel Ek e Martin Lorentzon fondarono Spotify e, da quel giorno, il mondo, tutto il mondo, è, anche se in piccola parte, cambiato.
La cosa più evidente e ovvia è che quindici anni fa con l'avvento di Spotify è cambiato completamente il mondo della musica. Oggi che ci siano i servizi di streaming ci appare normale e invece quindici anni fa, lo streaming non era una realtà così presente, non era una forza in grado di cambiare le cose, sembrava una scommessa quella di chiedere ai consumatori di abbonarsi a un servizio che permetteva di ascoltare la musica in streaming, in un mondo fatto di cd in rapido declino, un'industria discografica ridotta al lumicino, e l'unica alternativa rappresentata dai download legali e dalla pirateria digitale. L'industria discografica, tanto per fare dei numeri e rendere chiara a tutti la situazione dell'epoca l'industria discografica era passata nei quindici anni trascorsi tra il 1999 e il 2014, da un giro di affari di 14.6 miliardi di dollari, a meno della metà, 6.7 miliardi di dollari, un vero e proprio tracollo. Oggi siamo a 12,2 miliardi di dollari, il quinto anno consecutivo di crescita per l'industria della musica (ormai non più discografica), una rinascita dovuta essenzialmente all'avvento di Spotify e alla crescita inarrestabile della musica in streaming.
Ma per noi, consumatori, ascoltatori, appassionati, cosa è cambiato? Praticamente tutto. La musica, innanzitutto, è stata "smaterializzata", ha perso i supporti che fino all'inizio del nuovo millennio erano stati per cento anni circa lo strumento essenziale per l'ascolto, la diffusione e la vendita di musica, il disco, in vinile e in cd, e la musicassetta. Musica immateriale che non viene più acquistata ma "fruita", il che ha cambiato in maniera radicale il nostro rapporto con la musica stessa. Non siamo più "possessori" di dischi e di contenuti, che fino all'avvento dello streaming avevamo acquistato sotto la forma di supporti prima e di file dopo. Non, possediamo più nulla, paghiamo ogni mese per il diritto di accedere a un gigantesco database che contiene gran parte della musica registrata al mondo e nella storia. Siamo i primi, nell'evoluzione degli esseri umani, ad avere in tasca, a un solo click di distanza, tutta o quasi la musica che è stata registrata, disponibile immediatamente, sempre e ovunque. Questo ha cambiato il nostro modo di ascoltare la musica, non più davanti a un giradischi o a un impianto stereo, con un ascolto dedicato, con del tempo consegnato solo alla musica, ma ovunque e comunque, in macchina, al lavoro, facendo sport, o come sottofondo a mille altre nostre attività quotidiane. L'ascolto è raramente un'occupazione primaria, ma quasi sempre un'attività secondaria rispetto ad altre. Il che ha cambiato il nostro rapporto con la musica e con le canzoni, diventate sempre meno "essenziali" per la nostra vita, anche se incredibilmente onnipresenti. La musica la "consumiamo", come mai l'abbiamo consumata prima, in quantità assolutamente maggiori e con una libertà completamente inedita. Siamo ascoltatori del "terzo tipo", volendo parafrasare il titolo di un film di fantascienza, esploratori di un nuovo mondo sonoro che ancora non abbiamo compreso, in tutte le sue implicazioni fino in fondo.
Ed è cambiata la musica. Sia dal semplice punto di vista del consumo, come abbiamo detto, ma anche da quello della produzione. Perché se prima per poter arrivare a pubblicare un disco ci volevano tempo e denaro, e quindi anche gli investimenti delle case discografiche, dei manager, della promozione, oggi invece pubblicare un brano su Spotify, così come sugli altri servizi streaming, è immediato e poco costoso. E non ha necessariamente bisogno di alcuna mediazione, la musica va dal produttore al consumatore in maniera completamente diretta. Il che, come è facile immaginare, ha provocato uno slittamento delle produzioni musicali in favore di quelle dei più giovani, alle volte giovanissimi, e dei loro linguaggi contemporanei. Lo streaming è fondamentale non sono per l'affermazione continua di nuove e giovanissime star, che hanno accesso a una distribuzione immediata e planetaria, ma anche di nuovi linguaggi musicali. L'esempio più ovvio è quello della trap, ma l'elenco dei "sottogeneri" dell'hip hop e dell'elettronica che hanno trovato diritto di cittadinanza nel mondo della musica attraverso lo streaming è straordinariamente più lungo.
E questo ha cambiato anche il modo in cui noi, tutti, veniamo a conoscenza della nuova musica, non più dai canali tradizionali (radio, giornali, siti web), ma dai sistemi di raccomandazione delle piattaforme e dal passaparola dei social. L'"élite" dei critici musicali e dei dj è stata travolta da una forza comunicativa che parte dal basso e dalla potenza degli algoritmi, che portano all'attenzione di chi frequenta le piattaforme artisti, suoni, canzoni che altrimenti non avrebbero potuto con la stessa forza e la stessa rapidità raggiungere un pubblico così ampio.
E la scomparsa dei supporti (parallelamente all'avvento dei social, che hanno parentela strettissima con le piattaforme streaming) ha causato un ulteriore radicale cambiamento nelle nostre pratiche di consumo musicale, portando all'accrescimento di importanza dei concerti, degli eventi dal vivo, che sono "unici" e che quindi meritano l'investimento economico nell'acquisto di biglietti, sono eventi che hanno un "valore" universalmente riconosciuto, che invece noi non riconosciamo più alla musica registrata, svalutata nei pochi euro al mese che destiniamo all'abbonamento alle piattaforme. Quei pochi euro servono a ricompensare le case discografiche e gli artisti. I quali protestano per l'esiguità dei compensi: Spotify paga per ogni singolo ascoltato in streaming 0,0036 euro, 3,60 euro per ogni mille ascolti, cifra considerata quasi offensiva da molti artisti, Radiohead in testa. Ma va considerato che mentre nel mondo analogico ogni volta che un qualsiasi appassionato ascoltava un disco che aveva acquistato non pagava più nulla, anche se lo ascoltava per assurdo un milione di volte, oggi quel milione di ascolti produce invece un guadagno mentre l'appassionato non possiede più nulla, visto che il disco non c'è.
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Potremmo andare ancora avanti elencando altri cambiamenti ancora, ma vale la pena, prima di concludere, di ricordare che la rivoluzione digitale non è finita e che siamo solo nel "medioevo" tra un'era quella analogica che ancora non si è conclusa e un'era digitale che ancora non si è dispiegata in tutta la sua potenza. Quella della musica è stata la prima industria della comunicazione ad aver vissuto il collasso e la rinascita completi, ma il percorso che ci poterà alla definizione di un nuovo mercato della musica è ancora da compiere fino alla fine.