Frances McDormand, 'Nomadland': "Così l'America ha smesso di sognare"
di
Silvia Bizio
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di Silvia Bizio
L'attrice premio Oscar parla del mondo nomade statunitense, fatto di dimenticati, di classe operaia mandata all'inferno, di disoccupati senza un sussidio, di capitalismo ripudiato
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Prima, l'invito ad andare a vedere Nomadland "sullo schermo più grande possibile", poi la dedica a Michael Wolf, sound mixer del film morto a 35 anni, infine l'ululato, come un coyote. Frances McDormand, 63 anni, ha così accolto l'Oscar come migliore attrice per il film di Chloe Zhao, quarta statuetta in carriera, meglio di lei neanche Meryl Streep con tutte le sue nomination. Ha fatto centro con il ruolo di Fern, la donna che entra in quel mondo nomade, tutto americano, fatto di dimenticati, di classe operaia mandata all'inferno, di disoccupati senza un sussidio, di capitalismo ripudiato.
"Non ho dovuto guardare lontano. Mi sono ispirata alla mia stessa vita. Vengo dalla working class, la mia famiglia ha vissuto per lo più in aree rurali o cittadine industriali. Dopo il Canada dei primi anni, sono cresciuta in una piccola città industriale vicino a Pittsburgh, in Pennsylvanya. Se credete che Fern sia altro da me, vi sbagliat…
Prima, l'invito ad andare a vedere Nomadland "sullo schermo più grande possibile", poi la dedica a Michael Wolf, sound mixer del film morto a 35 anni, infine l'ululato, come un coyote. Frances McDormand, 63 anni, ha così accolto l'Oscar come migliore attrice per il film di Chloe Zhao, quarta statuetta in carriera, meglio di lei neanche Meryl Streep con tutte le sue nomination. Ha fatto centro con il ruolo di Fern, la donna che entra in quel mondo nomade, tutto americano, fatto di dimenticati, di classe operaia mandata all'inferno, di disoccupati senza un sussidio, di capitalismo ripudiato.
"Non ho dovuto guardare lontano. Mi sono ispirata alla mia stessa vita. Vengo dalla working class, la mia famiglia ha vissuto per lo più in aree rurali o cittadine industriali. Dopo il Canada dei primi anni, sono cresciuta in una piccola città industriale vicino a Pittsburgh, in Pennsylvanya. Se credete che Fern sia altro da me, vi sbagliate di grosso".
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La vedremo in The French Dispatch di Wes Anderson, con Timothée Chalamet, Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Léa Seydoux, Saoirse Ronan, poi nel ruolo della Lady shakespeariana in The Tragedy of Macbeth diretto dal marito Joel Coen, in Women Talking, drammatica storia di donne diretta dalla regista, attrice e attivista politica Sarah Polley.
Frances, quattro Oscar ma niente Hollywood, vive a San Francisco.
"Certo, California del Nord. Al Sud vado solo per lavorare. Joel ed io viviamo in un appartamento di due stanze e un bagno e mezzo. Altro che finti castelli a Bel Air...".
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Un po' come la Fern di Nomadland, che decide di vivere ai margini di un sistema che ha stritolato tante esistenze.
"Con la differenza che io non ho perso alcuno dei miei cari, a parte i miei genitori che sono morti in tarda età dopo aver vissuto bellissime vite e felici. Fern ha perso il marito prematuramente. Penso a me e Joel: se lo perdessi, che cosa farei? Non lo so. Ma fa parte del mio lavoro credere che quello che succede al mio personaggio potrebbe succedere anche a me. L'empatia non ha confini. E credo che il pubblico capisca Fern come l'ho capita io, per questo il film ha toccato un nervo scoperto, un tasto delicato sulla tastiera delle emozioni".
"Nomadland" mostra al pubblico l'altra faccia del sogno americano.
"Si riferisce alla giustizia sociale? O alla disparità di reddito e di opportunità? Guardi, una delle cose che più mi hanno colpita nella vita, e ora che ho 63 anni posso parlare con sognizione di causa, è che una come me, con un'estrazione operaia, possa emanciparsi e sognare di fare la differenza. Ho frequentato il liceo in una cittadina industriale, mi sono diplomata con ragazzi che subito dopo, a 18 o 19 anni, andavano a lavorare in fabbrica senza pensarci troppo, anche se si parla di industria metallurgica, quindi veleni, inquinamento dell'acqua dei laghi e dei fiumi e così via. Ma in poco tempo si compravano una macchina, una casa, si sposavano, facevano figli e riuscivano a mantenere la famiglia senza troppi problemi".
Cosa è cambiato da allora?
"Ora, anche se lavori fino a spezzarti la schiena, non puoi più permetterti macchine, case, mutuo, figli, bollette. La tua industria continua a inquinare e tu, lavoratore, a stento paghi l'affitto. La giostra del criceto. Fern di Nomaland e i suoi amici nomadi mandano a quel paese tutto questo. Si chiamano fuori. E dicono: faccio un lavoro stagionale e il resto del tempo lo vivo a modo mio, fuori da ogni giostra".
Lei in che modo è riuscita a evitare quel destino?
"Una borsa di studio mi ha permesso di frequentare Yale. Altrimenti, è poco ma sicuro, sarei finita in galera. A Yale ho imparato tantissimo, è stata una fortuna e una benedizione. È lì che sono diventata attrice. Ed è lì che ho conosciuto mio marito, che mi ha capita subito, e apprezzata".
Lei è anche produttrice del film, che cosa l'ha spinta a scegliere Chloe Zhao come regista?
"Mi lasci dire: nessuno sceglie Chloe, si sceglie da sola. Detto questo, nel 2017 al Toronto Film Festival vidi il suo penultimo film, The Rider, e pensai: non so chi sia questa Chloe Zhao, ma voglio vedere altre cose sue. Si capiva che questa giovane donna aveva una visione e uno stile tutti suoi, fuori da ogni parametro. Un po' come me. Era destino che ci incontrassimo e che diventassimo socie d'arte".