Filippo Meneghetti, l'italiano che ha conquistato la Francia: "Mi sono trasferito qui per amore, come le mie protagoniste"
di
Arianna Finos
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di Arianna Finos
In arrivo il 3 maggio al Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti, il debutto del regista, 'Due', già premiato con un César e che ha rappresentato la Francia agli Oscar. Storia d'amore tra due donne non più giovani, ha per protagoniste Barbara Sukowa e Martine Chevallier
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È stato un viaggio lunghissimo, quello di Due (Deux) di Filippo Meneghetti, regista italiano che ha girato un film, premiato ai César, scelto per rappresentare la Francia agli Oscar e candidato ai Golden Globe, che finalmente è in arrivo in Italia. Le anteprime per il pubblico accompagnate dal regista hanno registrato a Milano e a Padova il tutto esaurito, lunedì 3 maggio l’appuntamento è al Nuovo Sacher di Nanni Moretti per un’anteprima con il pubblico (il 5 sarà all’Eden, poi a Bologna, Treviso e Firenze, per poi uscire nelle sale il 6 con Teodora). “Un’altra delle sorprese che mi ha regalato questo film. Ho vissuto dieci anni a Roma e al Nuovo Sacher ho visto cose meravigliose, una delle grandi emozioni della mia vita è stato vedere lì Aurora di Murnau. E certo mi colpisce essere ospite di Moretti”. Il film racconta una storia d’amore tra due donne mature. Nina e Madeleine (Barbara Suk…
È stato un viaggio lunghissimo, quello di Due (Deux) di Filippo Meneghetti, regista italiano che ha girato un film, premiato ai César, scelto per rappresentare la Francia agli Oscar e candidato ai Golden Globe, che finalmente è in arrivo in Italia. Le anteprime per il pubblico accompagnate dal regista hanno registrato a Milano e a Padova il tutto esaurito, lunedì 3 maggio l’appuntamento è al Nuovo Sacher di Nanni Moretti per un’anteprima con il pubblico (il 5 sarà all’Eden, poi a Bologna, Treviso e Firenze, per poi uscire nelle sale il 6 con Teodora). “Un’altra delle sorprese che mi ha regalato questo film. Ho vissuto dieci anni a Roma e al Nuovo Sacher ho visto cose meravigliose, una delle grandi emozioni della mia vita è stato vedere lì Aurora di Murnau. E certo mi colpisce essere ospite di Moretti”. Il film racconta una storia d’amore tra due donne mature. Nina e Madeleine (Barbara Sukowa e Martine Chevallier) sono vicine di casa, vivono entrambe all’ultimo piano. E quando la routine viene interrotta da un evento improvviso la famiglia di Madeleine scopre che le due donne si amano.
Come mai è andato in Francia per fare il regista?
“In realtà mi sono trasferito per seguire la mia compagna, un po’ come uno dei personaggi di Due mi sono trasferito per amore. Gli inizi sono stati duri, considerando che non parlavo francese. Ma è vero che alla mia decisione ha contribuito il fatto che in Francia ci sia un sistema di finanziamento del cinema importante e un’industria che produce molti film ogni anno. Nel mio caso ho incontrato dei produttori che dopo aver visto il mio primo cortometraggio, che avevo girato in Italia, hanno deciso di investire nel mio lavoro e cominciare lo sviluppo di un lungometraggio”.
Quando e come è nata l’idea del film?
“La gestazione è stata lunga. La prima idea nata una decina di anni fa, era di rendere in qualche modo omaggio a due persone che sono state molto importanti nella mia formazione, perché sono quelle che mi hanno trasmesso la passione per il cinema, dandomi all’epoca i vhs dei film che mi hanno fatto conoscere il cinema che amo. La storia è frutto di fantasia, ma è vero che queste persone avevano vissuto una storia molto difficile, ostica, di cui fui testimone nell’adolescenza. Ho continuato a pensarci per anni e ho capito che volevo raccontare questa storia di autocensura di esclusione. E ho cercato una prospettiva adeguata, la situazione visiva che potesse comunicare quello che succede all'interno dei personaggi. E l'ho trovata una decina d'anni fa andando a trovare un amico: c’erano due vicine di casa, due vedove che vivevano in due appartamenti separati da un pianerottolo che erano diventati una sola e unica abitazione. E così ho costruito questa storia di esclusione attorno a questa sorta di dispositivo architettonico, questi due appartamenti, con la loro dimensione claustrofobica. Per mettere a punto la storia ci sono voluti cinque anni, in cui ho lavorato con Malysone Bovorasmy e in cui si è arricchita di tanti altri elementi.
Cosa ha pensato quando hanno scelto il suo film per rappresentare la Francia agli Oscar?
“Ero davvero stupito e mi pare una bella dimostrazione di apertura del cinema francese ed europeo. Già qualche giorno prima, quando era stata annunciata la cinquina della preselezione, non mi aspettavo di essere convocato. Quando la settimana precedente è stata annunciata la cinquina della preselezione, sono stato sorpreso e molto felice. Poi mi ha chiamato il produttore per darmi la notizia e dal tono emozionato della voce ho capito che non stava scherzando”.
Qual è stato il momento più difficile del suo lavoro finora?
“È stato un momento lungo, quando ho dovuto tenere duro negli anni che sono serviti a trovare i finanziamenti. Perché quando lo giro, anche se con pochi mezzi e mille problemi, sai che quel film esisterà un giorno. E invece è durissimo continuare ascrivere, presentare il progetto, lavorare senza sapere se la storia vedrà la luce. Ci sono stati altri film che non sono riuscito a realizzare che mi sono rimasti dentro. Se non avessi incontrato i miei produttori non ce l’avrei fatta”.
Quando ha capito che voleva fare il regista?
“Non vengo da una famiglia di appassionati, è stato appunto un incontro che ho fatto nell’adolescenza che mi ha avvicinato ai grandi registi. Ho capito a un certo punto che si potevano fare cose bellissime, si è aperta una porta nella mia testa, o nella mia anima. Sono andato avanti con tranquilla incoscienza e ogni volta che c’è stato un problema ho sempre trovato la forza di andare avanti e provarci ancora, imparando da ogni situazione. Il cinema diventa una sorta di ossessione. E non mi lamento perché malgrado tutto sono arrivato qui, e questo è il momento più bello, perché il film sta vivendo la sua vita e non mi appartiene più. Ho avuto la fortuna e il privilegio di incontrare il pubblico di tanti osti nel mondo che si sono emozionati. Un gesto che pensavo privato diventa pubblico, le mie emozioni le ho viste risuonare in persone che non avevo mai incontrato”.
Come è riuscito a mantenersi negli anni?
“Ho fatto ogni genere di lavoro, a Padova, a Roma, a New York, dove ho studiato cinema mettendomi al servizio gratuito dei set, grato di quando mi chiamavano alle 5 del mattino per scaricare i camion del set, ma con il privilegio di guardare e imparare e capire. E poi ho fatto il fonico e altre mansioni tecniche. Ho fatto tanti lavori, cameriere a New York, gelataio a Parigi, a Roma anche la guida turistica al Colosseo. Ho studiato cinema, e prima medicina e antropologia all’università”.
Il regista, Filippo Meneghetti La cosa che le hanno detto a una proiezione che l’ha colpita di più?
“Il film racconta di due donne di settant’anni omosessuali. Mi è capitato in Francia, dopo una proiezione in provincia, di ricevere la mail di una signora che diceva che non ama le storie di omosessuali e che certe storie non le sembrano adeguate al racconto. Ma che era finita a vedere il mio film per caso, accompagnando un'amica, e alla fine aveva sentito le due donne come fossero sue sorelle, aveva sentito le loro emozioni. L’idea che anche solo una persona possa provare un’esperienza diversa, che non riteneva possibile, grazie al mio film è qualcosa di meraviglioso”.
Sta già lavorando a un altro progetto?
“Promuovere il film, accompagnarlo nei Festival e nella campagna per gli Oscar è stato un lavoro a tempo pieno. Di certo so che voglio lavorare con gli stessi produttori, che hanno avuto il coraggio di sostenermi e credere in me malgrado le moltissime difficoltà che abbiamo affrontato in questi sette anni. Due è stato un film molto difficile da fare e che ha rischiato di non vedere la luce, è restato fragile per tanto tempo. Di certo ho tantissime storie da raccontare”.