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Sabina Ciuffini: “Sono un'icona, ma la mia vita non è stata una passeggiata. Mike Bongiorno? Un maestro ma anche un ingenuo”

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La conduttrice e storica valletta di Mike Bongiorno si racconta. Il rapporto con Mike e la televisione di quegli anni, la “rivoluzione” della minigonna e l’addio alla tv. “Oggi fanno parlare chiunque, noi eravamo tutta un’altra storia”
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Sabina, sono cinquant’anni che le chiediamo della sua minigonna: non si è stancata?

“Ma no! Anche perché, se non è stata una rivoluzione del costume, poco ci è mancato. A Rischiatutto arrivavano lettere di ragazze della provincia italiana, con dentro fotografie insieme ai padri, e loro che dicevano: se la minigonna la mette Sabina, che è educata e seria, papà dice che posso metterla anch’io”.

Togliamoci il dente, allora: minigonna. A lei chi la fece indossare?

“Ma la Rai, naturalmente. Decidevano tutto loro, purché poi io rimanessi ferma, composta e sorridente. Non dovevo dimenarmi. Sul pavimento mi avevano pure disegnato i segni per i piedi: dovevo stare lì sopra, immobile”.

A occhio, da quei segni lei è uscita presto.

“Può scommetterci”.

Ma si diceva della minigonna.

“A un certo punto accadde che campione di Rischiatutto diventò un certo Rolfi, che faceva il sacrestano. Venimmo a sapere che Paolo VI aveva cominciato a seguire il programma perché lo interessava questo tizio, e allora…

Sabina, sono cinquant’anni che le chiediamo della sua minigonna: non si è stancata?

“Ma no! Anche perché, se non è stata una rivoluzione del costume, poco ci è mancato. A Rischiatutto arrivavano lettere di ragazze della provincia italiana, con dentro fotografie insieme ai padri, e loro che dicevano: se la minigonna la mette Sabina, che è educata e seria, papà dice che posso metterla anch’io”.

Togliamoci il dente, allora: minigonna. A lei chi la fece indossare?

“Ma la Rai, naturalmente. Decidevano tutto loro, purché poi io rimanessi ferma, composta e sorridente. Non dovevo dimenarmi. Sul pavimento mi avevano pure disegnato i segni per i piedi: dovevo stare lì sopra, immobile”.

A occhio, da quei segni lei è uscita presto.

“Può scommetterci”.

Ma si diceva della minigonna.

“A un certo punto accadde che campione di Rischiatutto diventò un certo Rolfi, che faceva il sacrestano. Venimmo a sapere che Paolo VI aveva cominciato a seguire il programma perché lo interessava questo tizio, e allora mi misero i pantaloni finché Rolfi non perse il titolo. Però arrivarono altre lettere, di ragazzi, militari, insomma i giovani maschi rivolevano le gambe. Io mi limitavo a eseguire gli ordini”.

Cosa c’era dietro quei suoi sorrisi?

“Ero ingenua, mica stupida. Avevo fatto il classico al “Giulio Cesare” di Roma, poi mi ero iscritta a filosofia alla Sapienza. Il posto di valletta non lo voleva nessuno, rifiutò pure la sorella di Ornella Muti che era bellissima e si chiamava Claudia. Quando presero me, pensai allo stipendio. Era anche il mito di papà: quando guadagnerai uno stipendio, allora sì…”

E cos’era Mike, in tutto questo?

"Un maestro amabile, un soldato. Anche un ingenuo. Come quando s’illuse che la tivù commerciale sarebbe stata un moltiplicatore economico, invece si abbassò paurosamente il livello. Mike Bongiorno era modesto, aveva conosciuto tante delusioni e non pensava soltanto ai quiz. Noi si andava in onda nell’Italia delle Brigate Rosse, tutti ci giudicavano una cosa leggera ma c’era di più”.

Beh, intanto i concorrenti dovevano essere preparati davvero. Bisognava studiare per meritare le cose. O no?

“Eccome. Quando qualcuno ebbe l’idea di rifare Rischiatutto, e io ero contrarissima, il famoso “Signor no” non riuscì a trovare nessuno che sapesse davvero qualcosa. Ormai erano arrivati altri format, in cui il concorrente doveva rispondere sì o no, come a “M’ama non m’ama” che pure presentavo io, con Marco Predolin. Era già cambiato il mondo. E la Rai spese fior di soldoni per comprare format stranieri che uccisero la creatività degli autori”.

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Perché vi amiamo ancora così tanto?

“Forse perché eravamo ottimismo, ma non solo leggerezza. Anche garbo, educazione. Rischiatutto fu una rivoluzione che produsse stupore e rispetto. E poi c’era qualità. Il massimo dirigente Rai di allora, il mitico Ettore Bernabei, mi chiamava e mi diceva come pronunciare “duecento”, oppure che si dice “cintura” e non “cinta”: “Sabina, si ricordi che noi della televisione parliamo a tutta l’Italia, non solo ai romani”, ripeteva”.

Ora useremo un termine orribile: lei è un’icona.

“Lo so, lo capisco dall’affetto di chi ancora mi riconosce per strada e mi accosta con rispetto. Mi sono sempre sentita protetta. La mia vita cambiò di colpo quando mi accorsi che non potevo più viaggiare in pullman: ero diventata davvero famosa, ci guardavano 30 milioni di italiani. Non che ci fosse grande scelta, ammettiamolo. Però eravamo seri, concentrati e attentissimi. Sempre Bernabei assumeva annunciatrici e vallette, poi le mandava alle conferenze di Pasolini”.

Lei però è uscita abbastanza presto dal video: come mai?

“La scatola magica, come la chiamava Mike, è anche una scatola malefica. Forse non ho saputo coltivare le relazioni, non mi sono tenuta aggrappata a nessuna cordata, oppure avevo poca ambizione. Non ero competitiva, non sgomitavo. In fondo, sono stata un’italiana semplice: forse mi vogliono ancora bene per questo”.

Sabina Ciuffini in una foto recente

 

Cosa ha fatto, dopo?

“Qualche programma, purtroppo ancora quiz. Ho fatto un po’ di cinema, ho inciso un disco, ho presentato anche un Sanremo, ho viaggiato, ho fatto la spesa”.

Oggi la tivù la guarda?

"Mi sembra piena di violenza e volgarità. E poi, fanno parlare chiunque. Con noi era tutta un’altra faccenda, c’erano filtri, selezioni accurate. Ora, quel vociare continuo e scomposto mi pare una tragedia. Che dice, sto facendo la saputella?"

Un poco, ma si sa che lei avrà per sempre vent’anni.

“Grazie, gentilissimo, ma ormai sono 73. Comunque, non è stato male rimanere fuori dalla scatola: dentro ci ho visto invecchiare male tanta gente che conoscevo. E quasi tutti quelli bravi, prima o poi li hanno fatti fuori. Forse perché nella selezione naturale della vita, i peggiori sono anche i più scaltri, i più svegli”.

Sono sempre i peggiori a sopravvivere: lo diceva anche Primo Levi.

“Che atroci questi giorni in Israele, che incredibile paura e quanta voglia di pace. Ieri pensavo: chissà cosa direbbe Mike. Ma lui amava il prossimo, si fidava della gente”.

Nostalgia?

"Un po’, ma i ricordi sono di più. Vorrei aver capito allora quello che ho compreso dopo, forse è il pensiero di ognuno. Ero giovane, ero distratta. Era l’epoca in cui una ragazza aveva nell’armadio un cappotto, due golfini, due camicette e due paia di scarpe, e per uscire la sera si doveva chiedere il permesso a papà. Poi vennero il matrimonio, i figli, la separazione, qualche disgrazia familiare di salute, insomma non è stata una passeggiata. Non lo è per nessuno”.

La fate la pizza dei reduci di Rischiatutto?

“No, ma l’altro giorno ho rivisto la signora Longari in uno studio televisivo. Beh, è una donna che sta ancora bella dritta e sorride. C’era pure Fabbricatore. Ve lo ricordate, Andrea Fabbricatore? Uno che di viso non è cambiato tanto, un po’ come me”.

Sabina Ciuffini era una ragazza del Sessantotto dentro la tivù democristiana. Come la

visse?

“A noi giovani, la televisione non interessava: volevamo andare in piazza. Poi mi accadde all’improvviso una cosa che non avevo cercato, e che è rimasta mia per sempre. La gioventù me la sono ripresa dopo, almeno un poco. Da minorenne ero diventata la ragazza più famosa d’Italia e quando la cosa finì, dopo cinque stagioni di Rischiatutto, provai un senso di liberazione. Però oggi sono contenta di non essermi liberata poi così tanto da quel tempo, che è stato profondamente mio”.

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