Raoul Bova: “L’inclusione è una battaglia di civiltà. Noi, vittime dell’ossessione di essere primi. La felicità? L’ho scoperta quando ho rischiato di perdere tutto”
di Claudio CucciattiROMA – “La paura che abbiamo provato di perdere tutto, dal lavoro agli affetti più cari, mi ha spinto a cambiare il modo di affrontare la vita. Dopo la pandemia ho occhi nuovi, sono attratto dalle prospettive differenti”. È grazie anche a questo switch di spirito che Raoul Bova, 52 anni, ha indossato la tuta di Riccardo Bramanti, allenatore d’atletica di campioni disabili, nella serie tv “I Fantastici 5”, in onda su Canale 5 dal 16 gennaio (coprodotta da Rti e Lux Vide): corridori-influencer e sportivi coccolati dagli sponsor metteranno a dura prova la sua pazienza.
Bova, d’un tratto si è trovato a gestire ragazzi tosti, sfrontati e famosi che la osteggiano.
“Se al primo impatto con la serie tv emergono le personalità forti degli atleti, significa che abbiamo fatto centro. Fin dalla scrittura si è cercato di rovesciare la visione della disabilità, eravamo stufi del pietismo e dei luoghi comuni. La chiave di lettura è l’uguaglianza, tutti siamo identici di fronte alle difficoltà. Che po…
ROMA – “La paura che abbiamo provato di perdere tutto, dal lavoro agli affetti più cari, mi ha spinto a cambiare il modo di affrontare la vita. Dopo la pandemia ho occhi nuovi, sono attratto dalle prospettive differenti”. È grazie anche a questo switch di spirito che Raoul Bova, 52 anni, ha indossato la tuta di Riccardo Bramanti, allenatore d’atletica di campioni disabili, nella serie tv “I Fantastici 5”, in onda su Canale 5 dal 16 gennaio (coprodotta da Rti e Lux Vide): corridori-influencer e sportivi coccolati dagli sponsor metteranno a dura prova la sua pazienza.
Bova, d’un tratto si è trovato a gestire ragazzi tosti, sfrontati e famosi che la osteggiano.
“Se al primo impatto con la serie tv emergono le personalità forti degli atleti, significa che abbiamo fatto centro. Fin dalla scrittura si è cercato di rovesciare la visione della disabilità, eravamo stufi del pietismo e dei luoghi comuni. La chiave di lettura è l’uguaglianza, tutti siamo identici di fronte alle difficoltà. Che possono essere fisiche, personali, caratteriali. Per affrontarle servono autostima, coraggio, voglia di rischiare, forza per non compatirsi”.
Lo sport può essere d’aiuto in questo?
“Ti può salvare la vita. Nella seconda puntata lo dice anche Laura, che ha perso una gamba dopo un incidente stradale. Una delle scene più emozionanti che abbiamo girato perché Chiara Bordi, l’attrice che interpreta la nuova arrivata che cerca di inserirsi in squadra, ha vissuto tutto questo sulla propria pelle. Non si tratta di uno slogan legato solo alla disabilità: l’attività fisica sottrae molti giovani a contesti di degrado e criminalità”.
Raoul Bova (Riccardo) e Fiorenza D'Antonio (Marzia). Foto: Francesca Di Stefa
Nella serie lei è più uno psicologo che un allenatore.
“Interpreto un uomo che solo dopo aver perso l’amore della moglie e delle figlie ha capito che l’ossessione della vittoria può essere dannosa. Metto le tabelle dei tempi in secondo piano rispetto ai valori, per abbattere la corazza di ragazzi fragili che hanno bisogno di guardare dentro sé stessi per migliorare ancora, in pista e nella vita. Raccontare storie di sport al cinema non è semplice: abbiamo accantonato il canovaccio classico del potenziale campione che lo diventa grazie a un incontro fortunato per presentare stelle già affermate che acquisiranno una mentalità vincente solo dopo aver capito l’importanza del lavoro di squadra”.
L’Italia è pronta a una nuova narrazione della disabilità?
“Sì, lo vedo tutti i giorni. Oggi gli appassionati di sport guardano le gare delle Paralimpiadi con lo stesso trasporto riservato alla Nazionale di calcio. Ci si concentra sull’atleta e sulla prestazione, ai microfoni si parla di allenamenti, sacrifici, errori tecnici, preparazione fisica. Prima invece si era attenti solo alla vicenda personale, alla malattia o all’incidente. Medaglie e figure di riferimento come Bebe Vio hanno contribuito a velocizzare questo processo”.
Per un’inclusione completa non basta.
“È vero, il lavoro da fare è ancora molto, ma questa importante battaglia di civiltà è a buon punto. Girando per il nostro Paese si vedono sempre più stazioni, palazzetti, locali, cinema, bagni e marciapiedi adatti al passaggio delle carrozzine e attrezzati per accogliere persone disabili”.
Raoul Bova (Riccardo) con Enea Barozzi (Elia) e Fiorenza D'Antonio (Marzia)
Monica Contrafatto, che insieme ad Ambra Sabatini e Martina Caironi ha completato lo storico podio tutto italiano nella gara dei 100 metri categoria T63 alle Paralimpiadi di Tokyo, è una testimonial della serie.
“Ci ha dato dei consigli preziosi sul set, così come il Comitato italiano paralimpico che ci ha supportati. Ringrazio il presidente Luca Pancalli per questo. A un attore può capitare di non comprendere a pieno il valore sociale del ruolo che gli è stato affidato, per me invece era la priorità. Monica e le altre atlete si sono divertite e ci hanno assicurato che tutti i canoni sono stati rispettati, si sono riviste in molte cose. È una soddisfazione enorme, l’applauso più bello che potessi ricevere”.
È stato un nuotatore. A febbraio ci sono i Mondiali, li seguirà?
“Certo, sono un divoratore di sport in tv. Ceccon, Martinenghi, Pilato: si sono formati grandi campioni che stanno portando l’Italia in cima al mondo. Questi fenomeni sono figli di una programmazione avviata anni fa. Dobbiamo essere orgogliosi di loro. Il livello sportivo italiano è molto alto: dall’atletica alla scherma, fino alle azzurre dello sci”.
Riccardo Bramanti ha una storia sentimentale turbolenta. Raoul Bova oggi è un uomo felice?
“Sto vivendo un momento di grande crescita professionale, mi diverto ogni giorno di più. L’esperienza negativa che abbiamo vissuto globalmente, il Covid, ci ha portati a vedere lo scenario peggiore che potrebbe capitare: la perdita della libertà, del lavoro, degli affetti. Certo, non ho trovato la pozione della felicità, ma ora ho un approccio diverso. Prima mi concentravo su ciò che non andava, perché anche le cose negative ci fanno sentire vivi, trasmettono emozioni. Ne siamo attratti perché abbiamo tutto. La pandemia mi ha insegnato ad apprezzare la bellezza. Un cambio di prospettiva che si riflette in famiglia, sul lavoro, nei rapporti con le persone”.
Con Don Matteo entra tutti i giorni nelle case degli italiani. Pesa l’eredità di Terence Hill?
“Avevo paura di non essere capito, temevo di venire schiacciato dal personaggio. Sentimenti legittimi, me lo concederete. Il risultato però è stato molto buono e la gente mi ha aperto le braccia. Don Massimo non è un sostituto, ma un nuovo personaggio: è questa la sua forza. Don Matteo è Terence Hill e lo sarà per sempre. Il set è magico e fatto dalle stesse persone che ci lavorano da 15 anni. Una famiglia che si aiuta per azzerare tutte le difficoltà. Mi sento fortunato”.
Cosa si aspetta dal 2024?
“Ho molti progetti, ma non ne parlo. La scaramanzia è una barriera che ancora non sono riuscito ad abbattere”.