Marta Flavi: “Così ho incontrato Costanzo. Mi amo moltissimo, ho la casa piena di specchi”
di Maurizio CrosettiMarta Flavi, è vero che casa sua è piena di specchi?
«Sì: ho un ottimo rapporto con la mia immagine e, sono sincera, mi guardo e ringrazio il Signore. Credo sia una questione genetica. Del resto, mia madre era molto più bella di me».
Anche lei una donna di spettacolo?
«Faceva la mamma e la moglie, anche se Luchino Visconti, che l’ammirava molto, provò a convincerla invano a diventare attrice. Pure mio fratello e mia sorella sono sempre piuttosto in forma».
Sappiamo che non si chiede l’età a una signora: il suo rapporto con gli anni è come quello con gli specchi?
«Direi di sì. Di anni ne ho 73, e mi meraviglio io per prima: com’è stato possibile? Comunque, all’estero dico che ne ho 50 e ci credono. Lo ammetto: mi amo molto».
Sempre stato così?
«No davvero! Da ragazza avevo il naso aquilino e volevo rifarmelo. I miei lo chiamavano “un naso nobile”, però a me faceva schifo. Mio padre, severissimo, minacciava di denunciar…
Marta Flavi, è vero che casa sua è piena di specchi?
«Sì: ho un ottimo rapporto con la mia immagine e, sono sincera, mi guardo e ringrazio il Signore. Credo sia una questione genetica. Del resto, mia madre era molto più bella di me».
Anche lei una donna di spettacolo?
«Faceva la mamma e la moglie, anche se Luchino Visconti, che l’ammirava molto, provò a convincerla invano a diventare attrice. Pure mio fratello e mia sorella sono sempre piuttosto in forma».
Sappiamo che non si chiede l’età a una signora: il suo rapporto con gli anni è come quello con gli specchi?
«Direi di sì. Di anni ne ho 73, e mi meraviglio io per prima: com’è stato possibile? Comunque, all’estero dico che ne ho 50 e ci credono. Lo ammetto: mi amo molto».
Sempre stato così?
«No davvero! Da ragazza avevo il naso aquilino e volevo rifarmelo. I miei lo chiamavano “un naso nobile”, però a me faceva schifo. Mio padre, severissimo, minacciava di denunciare il chirurgo, e allora vendetti l’argenteria di casa, ne avevamo un armadio pieno, dissi che partivo per una vacanza e invece andai a operarmi. Al ritorno fu una tragedia, papà non mi parlò per un anno intero».
C’è un modo per ingannare il tempo?
«Faccio tre ore di sport quasi tutti i giorni, e questo mi serve per smaltire i carboidrati a cui non rinuncerei mai. Zero botox, giuro: ho paura delle punture che lasciano i lividi, al massimo mi concedo un po’ di laser».
Ci parli ancora dei suoi genitori.
«Comincerei da mia nonna, torinese. Papà era di origini ferraresi, mamma era veneta: non si direbbe, vero?, sentendo il mio accento romano. In casa non sbracava nessuno».
Anche lei possiede questo senso della misura?
«Cerco di essere sempre in ordine. Una volta, era piena notte, suonarono al citofono i poliziotti perché c’era stato un furto nel palazzo. Andai ad aprire in pigiama di raso nero, avevo i sandali con i tacchi, e loro credevano che stessi uscendo di casa. Non è frivolezza ma decoro. E, spero, eleganza».
Lei all’anagrafe si chiama Marta Fiorentino. Quando, e perché, diventò Marta Flavi?
«Il direttore dell’emittente romana con la quale cominciai a fare televisione, Quinta Rete, di Rusconi, disse che il mio cognome era troppo lungo: per cambiarlo ci ispirammo ai Flavi, gli imperatori…».
Come iniziò?
«Avevo accompagnato un’amica a un provino: cercavano una mora con gli occhi verdi e presero me… Sempre quel direttore, che si chiamava Vanni Angeli, un romanone simpaticissimo, mi disse che gli ricordavo il suo primo amore. Diventare Marta Flavi mi ha dato molta identità. A volte firmo i documenti o gli assegni “Marta Flavi Fiorentino”. Ma esistono ancora, gli assegni?».
Lei cominciò presentando un programma per bambini. Come mai?
«Erano tempi di trasmissioni bellissime per l’infanzia, chissà perché non se ne fanno più, ora ci sono soltanto valanghe di orribili cartoni. Noi siamo stati i primi a trasmettere Candy Candy, Heidi e l’Ape Maia. Il programma si chiamava “L’ora dei ragazzi”, durava cinque ore e faceva più ascolti della Rai. Così mi notarono e mi chiamarono. Nacque “Tutti per uno”, il regista era Marco Zavattini, un maestro, il figlio del grande Cesare Zavattini. Era tutto un gioco, gli stipendi ridicoli ma ci divertivamo un mondo. Facevamo torte, si insegnavano cose».
Pensava di diventare un volto della tivù?
«Veramente, da ragazza sognavo di fare la hostess ma papà era contrario, tanto per cambiare. Telefonò non so più a chi all’Alitalia, e li convinse che sua figlia non poteva volare perché era alta appena un metro e 61. Che poi non è vero, perché io porto sempre il tacco 12, dunque sono alta un metro e 73… Poi ho studiato da dietista e sono andata in America per imparare l’inglese. Non avevo la green card e non potevo lavorare, e quando sono finiti i soldi sono tornata a Roma. Sull’aereo, vidi un programma statunitense che si chiamava “Pets and gardens”, animali e giardini. Mi venne in mente di proporlo a qualcuno, così andai da Maurizio».
Cioè Costanzo, che diventerà suo marito.
«Mi disse: in Italia gli animali li mangiano e i giardini li calpestano, questo programma non si può fare. Ma poi aggiunse: da sei mesi non ridevo così tanto, potrebbe tornare domani?»
Per amarsi, quando conta ridere?
«È fondamentale, e non solo in amore. Se non mi diverto, non riesco a comprare nemmeno un paio di calze. Sarà per questo che non faccio acquisti online, io devo conoscere le persone, devo parlarci. Vivo a Roma, vicino a piazza del Popolo, dove sembra di stare in un piccolo borgo e ci conosciamo tutti. Esco e vado a comprarmi la pizza margherita o le lampadine».
Poi venne l’epoca di “Agenzia Matrimoniale”, forse il primo reality della tivù italiana.
«Abbiamo fatto sposare mille e ottocento coppie! Era tutto vero, non servivano autori, bastava scegliere i personaggi giusti. Oggi è tutto finto. I reality, li chiamo falsity».
La televisione la guarda?
«Sono patita di politica, vedo i programmi di La7 e qualche serie. Anche se la mia vera passione sono gli horror».
Non si direbbe.
«Mia nonna mi leggeva i gialli invece delle favole. A Roma, per un certo periodo sono stata dirimpettaia di Dario Argento. Una volta suonò alla porta Jo Champa, che stava con lui, e mi chiese se avevo un limone. Entrò in casa, spalancò gli occhi e disse “ma è bellissima, tutta colorata, non come la nostra che è sempre al buio perché Dario deve concentrarsi”. In effetti, la casa di Dario Argento era illuminata solo da qualche candela, e ora che ci penso forse avevano pure un gatto nero… Ricordo Asia quand’era ragazzina, deliziosa: voleva fare la giornalista e si esercitava sul giornale della scuola, io la tenevo molte ore con me».
Le manca non avere figli?
«Un dolore che non ho mai superato. Mi immaginavo preparare marmellate e crostate, circondata da bambini, però non è successo. Ho provato tanto, ma la scienza e la medicina non avevano le possibilità di oggi».
Lei è un’esperta di posta del cuore: c’è un motivo?
«Non lo so, e questo mi succede per tanti aspetti della mia vita. Non so perché ho avuto successo e attenzione, perché la gente mi ha seguito, perché lei mi sta facendo questa intervista. Comunque, va benissimo così. Tornando alla posta del cuore, è proprio un mondo. Un giorno mi arriva una lettera di una donna che mi decanta il marito, uomo eccezionale, e il suocero, persona meravigliosa. Poi mi dice: “Sono incinta, ma non so se dell’uno o dell’altro. Ho deciso di fare una riunione di famiglia per raccontare tutta la verità”».
Lei cosa le ha risposto?
«Che il silenzio è d’oro».
Le piaceva lavorare in radio, di notte?
«Sono stati quattro anni magnifici a Radio Due, in via Asiago. A mezzanotte, come Marzullo. Poco tempo prima, mi era stata offerta la partecipazione al reality “La fattoria” con un compenso spaventoso, enorme: avrei potuto comprarci una casa. Rifiutai. Il mio agente piangeva fuori dalla porta… Scelsi la radio, con un contratto da cinque milioni di lire per l’intera stagione, come dire quasi niente. Però, che divertimento! Una notte telefonò in diretta una signora per confessarmi che aveva provato a uccidere il marito col Valium, ma lui si era accorto di quell’acqua tanto amara… Un’altra volta, chiamò in incognito una nota attrice teatrale per lamentarsi dell’infedeltà del coniuge, io riconobbi la voce e lei mi pregò di non rivelarlo. Di notte, la gente racconta molte più cose di sé. Certo, c’è il problema di restare svegli: io, per riuscirci, mi avvolgevo in una nuvola di profumo».
Qualche anno fa, il pubblico l’ha ammirata a Ballando con le stelle. Come andò?
«Il più bello spettacolo della mia vita! Peccato per il Covid, e perché col mio ballerino non funzionava, però è stato ugualmente stupendo. Il ballo è una bolla, sembra una filastrocca: un universo a parte, dove le persone parlano ballerino e pensano ballerino, una lingua tutta loro. Sono atleti votati al gesto».
Cosa conta davvero, per lei?
«Fare le cose seriamente, prepararsi sempre bene per sentirsi al meglio di sé stessi, essere sinceri e non ingannare mai il pubblico. Però, non fermatevi alle apparenze: io sembro così aperta perché amo parlare, ma in realtà sono introversa e, a volte, anche malinconica».
È vero, come dicono, che lei è sempre piena di corteggiatori?
«Ne ho avuti tanti, ed è un’altra cosa che non riesco a spiegarmi».
Sta ancora lavorando?
«Qualche ospitata, ma solo nei programmi che mi piacciono. Mi sono molto divertita da Nunzia De Girolamo, una donna simpaticissima».
Si immagina ancora in un programma tutto suo?
«Ho un progetto ma è meglio non parlarne, altrimenti qualcuno mi ruba l’idea. Vi dirò solo che si tratterebbe di interviste notturne…»
C’è qualcosa che vorrebbe più di tutto?
«Spero di avere sempre con me le persone che amo, di non perdere nessuno».
Marta Flavi, come definirebbe la sua vita?
«Sono stata molto fortunata e molto felice, molto amata, molto seguita e aiutata. Le persone per lo più mi vogliono bene, e anche di questo non mi do spiegazione. Sul lavoro, beh, devo ammettere che sono stata brava e che ho sempre fatto un botto di ascolti. E mi sono tanto divertita».