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Franco Oppini: “Abatantuono? Era il nostro addetto alle luci. Non mi sono fermato, ho fatto quello che volevo”

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L’attore racconta gli esordi con i Gatti di vicolo Miracoli, la pausa e lo scioglimento dopo l’addio di Jerry Calà e poi dello stesso Smaila. “Ora nessuno come noi”
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Se gli chiedessero che belva si sente, Franco Oppini, a lungo “gatto” di Vicolo Miracoli, non avrebbe dubbi. Ricorda ancora le avventure con quel gruppo di cabaret che l’ha lanciato – del quale facevano parte anche Umberto Smaila, Jerry Calà e Ninì Salerno – come un bimbo che ripensa alla sua prima volta sul brucomela. Ora va verso i 75 anni. “Li compio il 15 febbraio. Ma gioco ancora a calcio con la Nazionale attori. Per il momento le gambe funzionano, il cervello non si sa. Forse”.

Come festeggia?
“Non ho ancora deciso: se sono a Milano con mio figlio Francesco, se invece rimango a casa sul lago di Bracciano sarò con mia moglie e il cane. Una cenetta tranquilla. Voglio vivere il compleanno tra gli affetti più cari, di vita pubblica ne ho avuta abbastanza”.

Una vita intensa?
“Ancora molto intensa. Ho finito la tournée dello spettacolo Taxi a due piazze con Barbara D’Urso a ottobre e ora vado in giro a promuovere il mio libro Chiedile chi erano i Gatti di Vicolo Miracoli”.

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Se gli chiedessero che belva si sente, Franco Oppini, a lungo “gatto” di Vicolo Miracoli, non avrebbe dubbi. Ricorda ancora le avventure con quel gruppo di cabaret che l’ha lanciato – del quale facevano parte anche Umberto Smaila, Jerry Calà e Ninì Salerno – come un bimbo che ripensa alla sua prima volta sul brucomela. Ora va verso i 75 anni. “Li compio il 15 febbraio. Ma gioco ancora a calcio con la Nazionale attori. Per il momento le gambe funzionano, il cervello non si sa. Forse”.

Come festeggia?
“Non ho ancora deciso: se sono a Milano con mio figlio Francesco, se invece rimango a casa sul lago di Bracciano sarò con mia moglie e il cane. Una cenetta tranquilla. Voglio vivere il compleanno tra gli affetti più cari, di vita pubblica ne ho avuta abbastanza”.

Una vita intensa?
“Ancora molto intensa. Ho finito la tournée dello spettacolo Taxi a due piazze con Barbara D’Urso a ottobre e ora vado in giro a promuovere il mio libro Chiedile chi erano i Gatti di Vicolo Miracoli”.

E chi erano?
"Dei birbanti, dei guasconi. Non abbiamo mai avuto un padrone”.

Gatti randagi, allora.
“Sì, ma un randagismo di alto livello”.

Lei e Umberto Smaila in classe insieme al liceo classico, a Verona. Un destino segnato.
“Non solo in classe, eravamo anche compagni di banco. È lì che ho fatto scoppiare la mia prima vera risata pubblica”.

Come?
“Una delle prime lezioni di inglese. La professoressa inizia a chiedere a tutti la traduzione del verbo essere. Io ero distratto. Arriva e mi chiede ‘tu sei?’. E io ‘Franco Oppini’. ‘Ma no, in inglese’. ‘Frank Oppins’. Cacciato dalla classe”.

Si distraeva spesso?
“No, ero abbastanza attento. Mia madre aveva adottato un sistema pratico per farmi studiare: ‘Le vacanze le fai se sei promosso’. E quindi studiavo il giusto per non essere rimandato. È accaduto solo una volta, con il latino, anche se mi piaceva. Il greco invece mi era ostico”.

Smaila invece che tipo era?
“È sempre stato un bonaccione. Ed era un grande venditore: per raccattare due lire facevamo lavoretti, lui vendeva le bombolette spray di deodoranti e profumi ed era bravissimo, inventava scuse per impietosire le signore”.

E a scuola?
“Andavo a studiare da lui. La mamma per merenda ci preparava cioccolata calda e biscotti, lui mangiava anche i miei. Eravamo molto amici: alla maturità era un po’ carente in filosofia e lo aiutai. Alla fine lui prese più di me, ma fui comunque molto contento”.

Organizzava già feste?
“Avevamo ridipinto il garage di casa mia stile hippy, con fiori e farfalle. Tiravamo fuori l’auto di mia madre e ci facevamo feste con 30-50 persone e il giradischi”.

Musica?
“Twist, ma puntavamo al lento per avvicinare le ragazze”.

E come andava?
“Era dura, per conquistarle ci volevano mesi. Avere un bacetto era un traguardo”.

Lei quando è salito per la prima volta sul palco?
“Per caso. Al liceo organizzavamo uno spettacolo in cui prendevamo in giro i prof e raccontavamo cos’era accaduto durante l’anno. Cominciai come siparista, avevo anche un paio di guanti in cotone appositi. Poi, siccome Smaila vide come mi scatenavo in discoteca, mi scaraventò sul palco a ballare. E lì è iniziata la mia carriera”.

Il gruppo dei Gatti di vicolo Miracoli è nato in quel liceo. Ma quando avete fatto il salto?
“Eravamo a suonare con la chitarra e a dire stupidaggini in piazza Dante a Verona, quando Dore Modesti, marito dell’attrice Gabriella Farinon, ci notò e chiese se volessimo comparire in una pubblicità per la sicurezza stradale della Rai. Ci richiamò per davvero e andammo a Roma nel 1971”.

E fu quella pubblicità a lanciarvi?
“No, in realtà il progetto saltò, ma un agente ci vide a Roma e ci presentò Cino Tortorella. Ci disse che eravamo adatti per il Derby club di Milano e facemmo un provino con il proprietario, Gianni Bongiovanni”.

Come andò?
“Ci interruppe a metà del pezzo e ci disse solo “allora, alle 22”. Non capivamo, pensavamo di essere andati male. Invece a quell’ora avremmo dovuto presentare lo spettacolo al pubblico. Quando finì, commentò soltanto: “Buono, buono, allora 10mila”. Intendeva 10mila lire a testa a serata. E cominciammo. Lì conoscemmo anche Diego Abatantuono”.

Già si esibiva nel locale?
“No, era il nipote dei proprietari e lavorava come addetto alle luci. Diventò nostro amico perché eravamo gli unici più o meno coetanei. Quando entravamo nel locale e c’era già il pubblico, chiedeva a me di portare il riflettore e lui la chitarra, “così le ragazze pensano che sia un artista”. Era già bravissimo e molto divertente, quindi lo spingemmo a fare quello che poi ha fatto. Immagini che non prendeva la patente perché voleva godersi le serate: faceva finta sempre di essere stato bocciato all’esame. Era il nostro quinto gatto”.

Perché lei invece è uscito dal gruppo, per un periodo?
“Avevo 21 anni, la mia ragazza Spray Mallaby era nel gruppo ma ci lasciammo e si mise con Gianandrea Gazzola, un altro componente bello come un Dio greco, e caddi nella disperazione. Iniziai a essere scontroso, ombroso, e me ne andai. Poi dopo un po’ andarono via anche loro due e dopo un paio d’anni gli altri mi invitarono a tornare. Nel frattempo avevo fatto teatro, al quale mi dedico ancora oggi”.

Quanto si guadagnava con i Gatti?
“Abbastanza bene all’epoca, un commercialista molto rigido ci dava una specie di stipendio. Il nostro cachet era come quello di Beppe Grillo, ma tra spostamenti, tecnici e strumentazione ci rimaneva poco”.

Vizi? Eravate spendaccioni?
“No, ma ci divertivamo come dei ragazzi di 28 anni che raggiungono quel successo. Ci piaceva stare in compagnia e mangiare bene dopo gli spettacoli, rimanevamo fino alle 4 a cantare. Anche perché non potevamo andare in giro più di tanto: una volta a Roma andammo al supermercato e le cassiere ci vennero a chiedere gli autografi. I clienti uscivano senza pagare e il proprietario del negozio ci fece andar via velocemente dal retro”.

Senza i Gatti pensa che sareste emersi ugualmente, come singoli?
“Ai posteri l’ardua sentenza. Certo, non so se sarebbe stato così facile emergere ma forse la nostra vena comica sarebbe uscita ugualmente. Dopo lo scioglimento ognuno ha avuto successo, quindi qualcosa evidentemente c’era”.

Come finì l’avventura con i Gatti?
“Jerry Calà manifestò la sua volontà di fare cinema da solo, fu allettato da alcune proposte e non volle fare parallelamente serate e tournée con noi. Rimanemmo in tre per un periodo, poi anche Umberto disse che aveva avuto proposte televisive. I produttori non furono lungimiranti, misero i bastoni tra le ruote di un gioiellino che andava sfruttato di più”.

Lei come la prese?
“Non ho mai tremato. Certo, ero un po’ abbattuto. Ho provato a fare il cabarettista ma era troppo faticoso far tutto da solo. Poi il regista Memè Perlini mi chiamò per interpretare il protagonista in uno spettacolo del festival di Spoleto e da lì mi sono rilanciato nel mondo del teatro. Era il mio destino”.

Per quanto tempo non ha parlato con Calà?
“Quando ci siamo separati ci sono rimasto un po’ male, ma siamo rimasti fratelli. Tanto che poi mi ha chiamato per fare i suoi film”.

Come "Abbronzatissimi”.
“Mi disse che c’era un ruolo per me e che gli avrebbe fatto piacere se ci fossi stato”.

E "Selvaggi”?
“Era un film di Carlo Vanzina: il primo successo con Enrico fu proprio il film dei Gatti. Ci siamo lanciati a vicenda”.

“Selvaggi” è diventato un cult.
“In quel film potevo essere l’unico abbronzato perché interpretavo l’animatore di un villaggio e quindi mi godevo le isole Grenadine: prendevo il sole, facevo il bagno, mentre tutti gli altri dovevano mettere la protezione 100 per non abbronzarsi. Ero molto invidiato dal cast. E poi girammo anche in Sardegna: mio figlio era con la mia ex moglie Alba Parietti in vacanza proprio lì e veniva a trovarmi”.

Anche lui è juventino come lei.
“Abbiamo partecipato insieme anche a Quelli che il calcio. A proposito di Juventus, andai ai Telegatti con Smaila e Abatantuono. Arrivò Silvio Berlusconi e disse: “Un tavolo di milanisti, bene”. Allora spiegai che in realtà ero juventino e rispose: ‘Beh, ci vuole anche il contraddittorio’”.

E il rapporto con Alba Parietti?
“Mia moglie Ada Alberti mi ha detto: tutte le altre donne devono sparire, ma con la madre di tuo figlio devi avere un buon rapporto”.

Chi sono i nuovi Gatti?
“Non li vedo. La comicità si è un po’ evoluta, ora si punta più sul singolo. Noi cantavamo, facevamo sketch, avevamo testi anche di critica sociale”.

E i nuovi comici sui social?
“Non li seguo, c’è troppa confusione mentale e culturale sui social. E poi ho da fare. Sono boomer e anche boomerang: addirittura torno indietro”.

È soddisfatto della sua carriera?
“Ho avuto tutto quello che ho meritato. E non ho mai cercato agganci per arrivare più su”.

A un certo punto ha deciso di rallentare?
“No, ma la mia vita è rimasta frenetica e caotica ma nella direzione che volevo io. Ho avuto proposte di film troppo commerciali. Anche noi lo siamo stati, a modo nostro, ma il volgare e il ‘vaffa’ gratuito non mi piacciono: ho detto al mio agente che quel cinema lì non mi interessa. E il teatro mi piace”.

Sua moglie è un’astrologa. Le dà consigli quotidiani?
“È una donna fantastica. Non mi impone l’astrologia, non ho mai creduto in queste cose ma vedendo la sua professionalità ho capito che comunque qualcosa di vero c’è. Certo, è una parascienza che va interpretata e lei ne è una grande interprete. A volte quando ho una telefonata di lavoro complicata mi dice di lasciar perdere, che quel giorno ho i pianeti contro e allora mi arrendo: prendo la mia vecchia 500 e vado a rilassarmi”.

E lei come vede il suo futuro?
“Ho ancora un bel futuro, anche se tocco ferro. Il mio futuro è mio figlio. E vedo un futuro in cui posso scegliere quello che mi diverte di più. In realtà la vita è troppo corta: vorrei vivere mille anni ancora per vedere cosa accadrà al mondo. Sono molto curioso”.

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