CANNES - "Era il 2011, durante la campagna di lancio del nostro ultimo disco, All You Need is Now, quando uno sponsor ci ha chiesto se avessimo voluto un qualche tipo di collaborazione artistica con un regista di cinema. Dovevamo stilare una lista dei nostri preferiti. Non volevamo qualcosa di tradizionale, uno di quei film-concerto noiosi seguiti solo da fan ma qualcosa che durasse nel tempo e non potevamo quindi che scegliere David Lynch". Nick Rhodes, uno dei tre fondatori dei Duran Duran (gli altri sono John Taylor e Stephen Duffy, Simon Le Bon arrivò dopo) racconta così la genesi di Duran Duran: Unstaged, film presentato in questi giorni al mercato del film del Festival di Cannes e che dovrebbe cominciare a essere distribuito nei cinema di tutto il mondo all'inizio del prossimo anno ("stiamo contrattando anche l'uscita italiana"). Lo incontriamo all'Hôtel du Cap di Cap d'Antibes, a pochi chilometri da quella villa in cui lui e il resto della band si riunirono tra il 2001 e il 2004 per comporre le canzoni dell'album Astronaut. "Questo panorama ha una luce magica, è impossibile non rimanerne ispirati, è uno dei più bei posti al mondo".
Da dove nasce questo amore per David Lynch?
"E' sempre esistito. Mi ricordo ancora quando a sedici anni andai a vedere Eraserhead. Ho seguito costantemente la sua carriera, mi commuovo ogni volta che guardo The Elephant Man, ho amato Velluto Blu e trovo Mulholland Drive uno dei più bei film di questo secolo così come trovo assolutamente geniali alcune scene di Inland Empire. Come band non abbiamo mai voluto fare qualcosa di convenzionale, non è nella nostra storia".
Siete diventati celebri anche grazie ai vostri videoclip: quanto è stata importante l'immagine nel corso della vostra carriera?
"Moltissimo e sapevamo che sarebbe stato così fin dall'inizio. Quando ci siamo affacciati nel mondo musicale l'Inghilterra era dominata da artisti con un look molto definito com David Bowie e i Roxette. Sapevamo che, oltre alle canzoni, per farci notare sarebbe stato necessario portare attenzione anche a come apparivamo. Ogni volta che abbiamo potuto abbiamo ingaggiato i migliori registi per i nostri video e i migliori fotografi per copertine o altri scatti. Non era solo una manovra di marketing, era anche una bella opportunità per noi di lavorare con alcuni dei migliori talenti artistici della nostra epoca".
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Lynch non dirigeva un lungometraggio dal 2006. Aveva detto di volersi prendere una pausa. Avevate il timore che potesse rispondervi di no?
"Sembrerà presuntuoso, ma la mia risposta è no. Lynch è un vero artista, uno di quelli che fa di tutto, gira corti per il suo sito, scrive libri, incide dischi. È una persona che cerca ispirazioni e quando le trova si accende come un fiammifero. Aveva fatto per noi il remix di Girl Panic, una canzone di All You Need is Now. Sapevamo che anche da parte sua c'era una connessione particolare nei nostri confronti e così abbiamo pensato che la cosa potesse interessargli. Il suo remix di quella canzone era stato davvero uno dei migliori remix di una nostra canzone che avessi mai sentito, molto, ma molto più bello e riuscito di quelli fatti da tanti dj o produttori che si fanno pagare migliaia di dollari".
Come si è svolta la lavorazione del film?
"Alla base di tutto c'è il concerto che abbiamo organizzato al Mayan Theater di Los Angeles. Era la prima volta che suonavamo live i pezzi di All You Need is Now e per farlo abbiamo invitato anche alcune guest star come Gerard Way dei My Chemical Romance, Beth Ditto dei Gossip, Kelis e Mark Ronson, che oltretutto era il nostro produttore. David Lynch aveva completa libertà di stare sul palco e di organizzare quel che voleva mentre noi suonavamo. E così ha fatto. Il film infatti è composto da due strati visivi che si sovrappongono. Sullo sfondo ci siamo noi durante il concerto, ma come filtro ci sono altre immagini girate da Lynch. Ci sono animazioni e veri e propri sketches con attori in carne e ossa che recitavano a due passi da noi, sul palco. Con una macchina da presa Lynch riprendeva loro, con l'altra riprendeva noi. E poi, a distanza, con un'altra ancora riprendeva una camera piena di fumo. Alla fine ha unito tutto questo più altro materiale ancora aggiungendoci anche vari effetti speciali. Davanti al montaggio finale non si poteva che rimanere sbalorditi. Mai visto niente del genere".
Se Lynch aspettava solo di essere "acceso", a voi chi ha ridato l'entusiasmo che vi ha portato di nuovo al successo con All You Need is Now?
"È merito di Mark Ronson. Ci avevano consigliato il suo nome come produttore, lo abbiamo incontrato ed è stato colpo di fulmine. Nonostante abbia meno di 40 anni è un nostro grande fan da quando era bambino. Abbiamo chiacchierato un po' e lui ci ha detto: 'Oggi ci sono tante band e musicisti che copiano il vostro sound anni '80 mentre voi state andando verso direzioni che non vi appartengono troppo. I vostri primi tre album scondo me erano stupendi. Bisogna ripartire da qui'". Aveva ragione. Con lui abbiamo fatto un disco che definirei retrospettivo, se non introspettivo. Siamo tornati a esprimere la musica che più sentivamo nostra e ci siamo subito sentiti a nostro agio con lui. Produrrà anche buona parte delle canzoni del nostro prossimo album che uscirà il prossimo anno".
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A guardarvi indietro, c'è qualcosa che non rifareste?
"In ogni momento della nostra carriera abbiamo inciso l'album che pensavamo fosse il migliore che potessimo fare e migliore del precedente. A distanza di anni devo dire che Red Carpet Massacre, realizzato con Timbaland e con la collaborazione anche, per una canzone, di Justin Timberlake, non è il nostro lavoro più riuscito. Non siamo pentiti di averlo fatto, è stata una bella esperienza, ma ci eravamo allontanati troppo da noi stessi".
Che idea ha del livello qualitativo della musica di oggi?
"È peggiorato rispetto al passato, e di molto. Non mancano musicisti bravissimi, ma se si guardano le classifiche ci si rende conto che ormai esistono solo due tipi di sound, quello indie-rock e quello dance iperlavorato da produttori e tecnici del suono. Non dico che noi siamo meglio, ma basta pensare al periodo in cui siamo emersi per capire la differenza. Negli anni '80 in Inghilterra emergevano i Depeche Mode, gli Smiths, i Cure, gli U2, negli Stati Uniti i Cars, i Talking Heads, Madonna, Prince e stavano tutti in classifica contemporaneamente, ognuno con il proprio unico e riconoscibile sound".
Che idea si è fatto dell'ultimo disco di David Bowie?
"Penso che sia lo specchio della sua anima in questo momento. Tutti gli artisti vivono varie tappe e questa è quella che lo sta portando a riflettere molto sia sul presente che sul suo passato. Ho trovato Where are we now, il primo singolo, davvero toccante, molto bello così come il video che lo accompagna. La Berlino che cita nel testo ha rappresentato davvero molto per lui, ci ha inciso forse i suoi migliori album".
I Duran Duran sono stati la prima band a mettere online una canzone a disposizione per un download nel 1997. Sono passati più di quindici anni anni da allora, vi sentite dei precursori?
"Sì, ma ancora mi chiedo come sia possibile che si sia dovuto aspettare ben quattro anni, fino al 2000, per avere una piattaforma com iTunes. Ero sicuro che sarebbe successo tutto in un attimo e invece è stato un processo lentissimo".
Ci sono ancora sfide che il mercato musicale deve affrontare?
"Sì, il download illegale. Non solo nella musica, ma anche dei film e delle serie televisive. Per fortuna la gente sta capendo che è giusto pagare per usufruire di prodotti artistici e lo fa sempre di più. Sono molto ottimista".
Da dove nasce questo amore per David Lynch?
"E' sempre esistito. Mi ricordo ancora quando a sedici anni andai a vedere Eraserhead. Ho seguito costantemente la sua carriera, mi commuovo ogni volta che guardo The Elephant Man, ho amato Velluto Blu e trovo Mulholland Drive uno dei più bei film di questo secolo così come trovo assolutamente geniali alcune scene di Inland Empire. Come band non abbiamo mai voluto fare qualcosa di convenzionale, non è nella nostra storia".
Siete diventati celebri anche grazie ai vostri videoclip: quanto è stata importante l'immagine nel corso della vostra carriera?
"Moltissimo e sapevamo che sarebbe stato così fin dall'inizio. Quando ci siamo affacciati nel mondo musicale l'Inghilterra era dominata da artisti con un look molto definito com David Bowie e i Roxette. Sapevamo che, oltre alle canzoni, per farci notare sarebbe stato necessario portare attenzione anche a come apparivamo. Ogni volta che abbiamo potuto abbiamo ingaggiato i migliori registi per i nostri video e i migliori fotografi per copertine o altri scatti. Non era solo una manovra di marketing, era anche una bella opportunità per noi di lavorare con alcuni dei migliori talenti artistici della nostra epoca".
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Lynch non dirigeva un lungometraggio dal 2006. Aveva detto di volersi prendere una pausa. Avevate il timore che potesse rispondervi di no?
"Sembrerà presuntuoso, ma la mia risposta è no. Lynch è un vero artista, uno di quelli che fa di tutto, gira corti per il suo sito, scrive libri, incide dischi. È una persona che cerca ispirazioni e quando le trova si accende come un fiammifero. Aveva fatto per noi il remix di Girl Panic, una canzone di All You Need is Now. Sapevamo che anche da parte sua c'era una connessione particolare nei nostri confronti e così abbiamo pensato che la cosa potesse interessargli. Il suo remix di quella canzone era stato davvero uno dei migliori remix di una nostra canzone che avessi mai sentito, molto, ma molto più bello e riuscito di quelli fatti da tanti dj o produttori che si fanno pagare migliaia di dollari".
Come si è svolta la lavorazione del film?
"Alla base di tutto c'è il concerto che abbiamo organizzato al Mayan Theater di Los Angeles. Era la prima volta che suonavamo live i pezzi di All You Need is Now e per farlo abbiamo invitato anche alcune guest star come Gerard Way dei My Chemical Romance, Beth Ditto dei Gossip, Kelis e Mark Ronson, che oltretutto era il nostro produttore. David Lynch aveva completa libertà di stare sul palco e di organizzare quel che voleva mentre noi suonavamo. E così ha fatto. Il film infatti è composto da due strati visivi che si sovrappongono. Sullo sfondo ci siamo noi durante il concerto, ma come filtro ci sono altre immagini girate da Lynch. Ci sono animazioni e veri e propri sketches con attori in carne e ossa che recitavano a due passi da noi, sul palco. Con una macchina da presa Lynch riprendeva loro, con l'altra riprendeva noi. E poi, a distanza, con un'altra ancora riprendeva una camera piena di fumo. Alla fine ha unito tutto questo più altro materiale ancora aggiungendoci anche vari effetti speciali. Davanti al montaggio finale non si poteva che rimanere sbalorditi. Mai visto niente del genere".
Se Lynch aspettava solo di essere "acceso", a voi chi ha ridato l'entusiasmo che vi ha portato di nuovo al successo con All You Need is Now?
"È merito di Mark Ronson. Ci avevano consigliato il suo nome come produttore, lo abbiamo incontrato ed è stato colpo di fulmine. Nonostante abbia meno di 40 anni è un nostro grande fan da quando era bambino. Abbiamo chiacchierato un po' e lui ci ha detto: 'Oggi ci sono tante band e musicisti che copiano il vostro sound anni '80 mentre voi state andando verso direzioni che non vi appartengono troppo. I vostri primi tre album scondo me erano stupendi. Bisogna ripartire da qui'". Aveva ragione. Con lui abbiamo fatto un disco che definirei retrospettivo, se non introspettivo. Siamo tornati a esprimere la musica che più sentivamo nostra e ci siamo subito sentiti a nostro agio con lui. Produrrà anche buona parte delle canzoni del nostro prossimo album che uscirà il prossimo anno".
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A guardarvi indietro, c'è qualcosa che non rifareste?
"In ogni momento della nostra carriera abbiamo inciso l'album che pensavamo fosse il migliore che potessimo fare e migliore del precedente. A distanza di anni devo dire che Red Carpet Massacre, realizzato con Timbaland e con la collaborazione anche, per una canzone, di Justin Timberlake, non è il nostro lavoro più riuscito. Non siamo pentiti di averlo fatto, è stata una bella esperienza, ma ci eravamo allontanati troppo da noi stessi".
Che idea ha del livello qualitativo della musica di oggi?
"È peggiorato rispetto al passato, e di molto. Non mancano musicisti bravissimi, ma se si guardano le classifiche ci si rende conto che ormai esistono solo due tipi di sound, quello indie-rock e quello dance iperlavorato da produttori e tecnici del suono. Non dico che noi siamo meglio, ma basta pensare al periodo in cui siamo emersi per capire la differenza. Negli anni '80 in Inghilterra emergevano i Depeche Mode, gli Smiths, i Cure, gli U2, negli Stati Uniti i Cars, i Talking Heads, Madonna, Prince e stavano tutti in classifica contemporaneamente, ognuno con il proprio unico e riconoscibile sound".
Che idea si è fatto dell'ultimo disco di David Bowie?
"Penso che sia lo specchio della sua anima in questo momento. Tutti gli artisti vivono varie tappe e questa è quella che lo sta portando a riflettere molto sia sul presente che sul suo passato. Ho trovato Where are we now, il primo singolo, davvero toccante, molto bello così come il video che lo accompagna. La Berlino che cita nel testo ha rappresentato davvero molto per lui, ci ha inciso forse i suoi migliori album".
I Duran Duran sono stati la prima band a mettere online una canzone a disposizione per un download nel 1997. Sono passati più di quindici anni anni da allora, vi sentite dei precursori?
"Sì, ma ancora mi chiedo come sia possibile che si sia dovuto aspettare ben quattro anni, fino al 2000, per avere una piattaforma com iTunes. Ero sicuro che sarebbe successo tutto in un attimo e invece è stato un processo lentissimo".
Ci sono ancora sfide che il mercato musicale deve affrontare?
"Sì, il download illegale. Non solo nella musica, ma anche dei film e delle serie televisive. Per fortuna la gente sta capendo che è giusto pagare per usufruire di prodotti artistici e lo fa sempre di più. Sono molto ottimista".