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Il tocco di Lubitsch
colpisce ancora

Dal 30 maggio al cinema la commedia capolavoro del 1942, in edizione restaurata e rimasterizzata. Nella Varsavia della seconda guerra mondiale le vicende di una compagnia teatrale che finisce per lavorare al fianco della Resistenza antinazista. GUARDA LE FOTO

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Il quasi cinquantenne Ernst Lubitsch realizza Vogliamo vivere (traduzione impropriamente melodrammatica del più sobrio e pertinente To be or not to be), destinato a essere il quartultimo dei suoi quasi settanta film gran parte dei quali muti, alla fine del 1941. Il film esce nei cinema americani tra febbraio e marzo '42. Il 7 dicembre dell'attacco giapponese a Pearl Harbour e dell'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America cade durante le riprese. Un inquadramento cronologico che (assieme a un altro dato comparativo inevitabile: Il lungimirante monito di Il grande dittatore di Chaplin è nei cinema nell'autunno del '40) ci aiuta a cogliere il carattere e ad apprezzare il valore del film.
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L'amalgama tra il suo vigoroso spirito interventista e le vesti proprie, gli strumenti propri del "tocco di Lubitsch": svagatezza, futilità, gioco di equivoci salottieri e di travestimenti, religione della leggerezza. La quintessenza della finzione - al centro della storia c'è una compagnia di attori - al servizio dell'urgenza storica. O meglio: la finzione, la rappresentazione, come nucleo sempre vincente, non evasione dalla realtà ma sua sintesi e guida. Ancorché farsesco il riferimento shakespeariano dice questo. L'irriverenza burlesca - in contemporaneità con gli avvenimenti - del guitto travestito da Hitler, che risolve la situazione, è in continuità con Chaplin. Buttando tutto in caciara nel sottofinale di Bastardi senza gloria, quasi settant'anni dopo, la pesante mano citazionistica di Tarantino ci ricorda malinconicamente la perdita della misura di cui Lubitsch resta insuperato maestro.
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In una Varsavia vistosamente fasulla e da operetta, ancora non in guerra, opera la compagnia dei coniugi Tura, Joseph e Maria, vanitosi e non troppo dotati. Stoppata dalla prudente censura del fragile stato polacco una loro parodia del nazismo, mettono in scena Amleto. Ma il momento culminate dell'"essere o non essere" - il pallido e pensoso principe è ovviamente interpretato dal capocomico Joseph - viene puntualmente frustrato da un giovane e aitante spettatore che a ogni replica si alza dalle prime file per raggiungere la primadonna in camerino. L'ammiratore e l'ammirata, che si lascia volentieri ammirare, scatenano la gelosia di Joseph oltre che il crollo della sua autostima.

Intanto le grandi vicende evolvono. Guerra, invasione, occupazione nazista. Il giovane e aitante ammiratore è il tenente Sobinski, un ufficiale pilota che da Londra agisce nella Resistenza. E viene paracadutato in patria per contrastare un finto emissario della Resistenza che è in realtà una pericolosa spia di cui egli stesso si è incautamente fidato. Rifugiato dai Tura, Sobinski li coinvolge e coinvolge tutta la loro disoccupata compagnia in un ardito piano di sabotaggio.
Come i futuri fanti vigliacchi Busacca e Jacovacci che in La grande guerra di Monicelli il caso trasforma in eroi, anche i guitti polacchi - all'insegna dello sberleffo e non della tragedia, ma con effetto ugualmente commovente - diventeranno eroi. Sconfiggendo con le loro armi di cartapesta e con le loro barbe finte la forze del male.
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Tutto questo continua ancora oggi a sprigionare intatta la sua forza. E proprio perché il mago della commedia sofisticata non rinuncia, nell'immergersi nel buio della storia che sta succedendo in diretta, alla malizia, alle allusioni, al trastullo della superficialità, agli scambi di persona, al divertimento del posticcio, alle famose porte che si aprono e si chiudono in continuazione. E sì che Lubitsch, ebreo berlinese di famiglia proveniente dalla Galizia allora asburgica (e oggi tra Polonia e Ucraina), aveva di che guardare a quella parte di Europa e alle nuove minacce con preoccupazione e angoscia.
 
Gigante di grazia e di spiritosa eleganza, Carole Lombard nel ruolo di Maria costituisce il formidabile valore aggiunto. Già precocissima star del muto, Lombard diventa con Ventesimo secolo di Howard Hawks, del '34, una perfetta regina della commedia cosiddetta "screwball", svitata, e la sua ascesa sarà interrotta altrettanto precocemente solo a causa di un maledetto incidente aereo che la strappa ai fans e all'amato marito Clark Gable poco tempo dopo aver recitato in Vogliamo vivere. Nei pochi anni del suo trionfo segna la stagione più gloriosa della "sophisticated comedy" americana eguagliando le altre star del genere, Claudette Colbert, Myrna Loy, Miriam Hopkins, senza essere inferiore alla massima Katherine Hepburn.

L'iniziativa di riportare il film nelle sale italiane (dal 30 maggio in edizione restaurata e rimasterizzata), anche questa non priva di eroismo, porta la firma della piccola e incredibilmente combattiva Teodora di Vieri Razzini e Cesare Petrillo. I quali nel mettere a punto un'agile ma completa brochure hanno elencato una decina di opinioni illustri sul genio di Lubitsch, tra le quali quelle dei grandi registi dalle sensibilità più affini come Capra e soprattutto Billy Wilder, suo allievo. Ma colpisce quella di un altro grande che invece era agli antipodi. Dice John Ford: "Nessuno di noi a Hollywood pensava di fare nient'altro che intrattenimento. Solo Lubitsch sapeva che stavamo facendo arte".
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