Spettacoli

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Carlo Verdone, un film per raccontarsi:
"Così vi consegno i miei ricordi"

Esce in sala "Carlo!", documentario sulla vita e la carriera dell'attore e regista romano. Reduce da Cannes: "Una tensione spaventosa. Ma La grande bellezza, anche senza premi, sta andando bene al botteghino e avrà vita lunga". "In Francia ho visto come si tratta il cinema. Solo in Italia restiamo indietro perché siamo provinciali"

4 minuti di lettura
ROMA - Dall'esperienza al Festival di Cannes a un commento sulle elezioni amministrative, Carlo Verdone si racconta alternando malinconia e comicità. La presentazione del film Carlo! si trasforma in una chiacchierata con uno degli artisti italiani più amati dal pubblico. Dopo un applaudito passaggio allo scorso Festival di Roma, il documentario di Fabrio Ferzetti e Gianfranco Giagni si vedrà in sala il 3, 4 e 5 giugno in 36 sale del circuito The Space.
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"Sono contento. È un documentario che dedico a chi mi vuole bene e a chi mi ha seguito in tutti questi anni, e sono 34. Non è un documentario d'addio, per carità. Poteva sembrare un epitaffio. Ma mi sono messo d'accordo con gli autori: non è una celebrazione, sarebbe stato sbagliato, ma un documentario in cui io parlo sinceramente di quello che il pubblico intuisce nei miei film ma che in realtà ancora non comprende bene. Ne viene fuori un Verdone estremamente sincero, credo perbene. Però con delle sensibilità particolari. Con tanti ricordi, cose da dire sui luoghi che mi hanno ispirato certe sequenze, con tante persone che mi hanno ispirato alcuni caratteri".

E ricordi d'infanzia inediti e speciali.

"Ci sono dei vecchi super8 della mia infanzia trovati in una scatola della mia casa paterna. Glieli ho dati per fare vedere agli autori com'ero a 18 anni. Io con mia madre, mio fratello, mia sorella. Le immagini della casa vuota. Quando l'avevamo svuotata di tutto per darla al Vaticano. Io che tento di raccontare a una troupe chiamata all'improvviso, stanza per stanza, per ridare vita a un corpo che in  realtà era morto. Tant'è che arrivato alla stanza dei miei genitori, davanti al loro letto tutto scassato, vuoto, mi sono fermato. Mi è venuto un nodo alla gola e ho detto: stop, questo materiale non lo voglio mai più vedere. Tenetelo in archivio, forse un giorno lo vedrò. I registi hanno chiesto di usarne una piccola parte. È stato un tuffo al cuore. È bello, poetico, forte. Per il pubblico sarà interessante. Capiranno la mia infanzia, la mia adolescenza, l'università, quando quella casa era viva. E racconta il clima di quella casa e di quei tempi. La verità è che quando vedo c'è quel pezzo io abbasso gli occhi, e non lo guardo".

Per molti italiani, e romani, lei è la rivincita di una Roma perbene.

"Io ho avuto un grande rispetto per la mia città. L'ho sempre amata. La mia mente torna a volte alle immagini di una Roma che non  c'è più. Non so se è un sintomo di vecchiaia, ma è la mia personale Grande Bellezza, una Roma in bianco e nero. Dalla fine degli anni Cinquanta, gli anni Sessanta meravigliosi, i Settanta in cui ho iniziato a fare le prime prove teatrali, facevo il burattinaio nelle cantine off. È una Roma in cui c'erano tanti problemi ma anche una voglia di stare insieme. Al contrario di oggi in cui ognuno cerca di stare il più solo possibile, perché tanto c'è il computer. E questa è l'immagine emblematica della solitudine".

Com'è stata l'esperienza a Cannes? Non era sua la prima volta alla Croisette.
"Sì. In pochi lo sanno, ma ero già stato alla Croisette. Avevo acquistato, tanti anni fa, La vera storia di Patricia Hearst, interpretato da Natasha Richardson. Ero il distributore italiano del film, comprato al Mifed di Milano per 90 milioni di lire. Era particolare, ma lo presero a Cannes, alla Quinzaine. Fu una grande soddisfazione ma nessuno mi intervistò: ero solo l'acquirente italiano".
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Stavolta è tornato in concorso con La grande bellezza.
"Andare con Paolo Sorrentino e il resto del cast è stata un'esperienza forte e violenta. Decine di interviste, la tensione che sale, diventa spaventosa. Hai paura delle reazioni in sala. Hanno appaludito? Fatto buu? Qualcuno è uscito prima? Ma ho anche visto una nazione che ama profondamente il cinema, che lo tiene sotto una campana di vetro. In Francia stanno aprendo nuove sale, in Italia arriviamo a chiuderne altre mille. È una cosa che mi ha messo grande tristezza. Ho visto come si tratta la cultura lì e qui. Vorrei uno scatto. Non si può restare così indietro in maniera così provinciale".

La grande bellezza è entrato nella rosa dei film di cui i giurati hanno discusso fino all'ultimo. L'assenza di un giurato italiano può aver pesato sulla decisione finale?
"No saprei, quel che so è che Paolo non deve prenderla come una sconfitta. Perché è la quinta volta che viene chiamato in concorso al Festival. Significa che gode di grande stima. C'erano duemila film che avrebbero voluto andare in concorso. Hanno scelto la crema della crema di tutto il mondo. Il concorso è anche un gioco. Che serve perché un premio aiuta, e molto, un film negli incassi. Ma il film è talmente buono, mette in risalto questo giovane autore che gira in modo nuovo. Che non c'entra niente con Fellini. Fellini amava i suoi personaggi, Paolo li guarda a distanza, in modo diverso. Un modo differente e unico di  guardare la realtà. Ma io la vedo comunque un'esperienza di successo. Io ero in sala alla proiezione con il pubblico. Ho sentito gli applausi e li ho cronometrati: sono stati nove minuti veri, ininterrotti. Incredibile. È giusto che poi un film importante divida e crei discussioni. L'unanimità non esiste. Nemmeno Chaplin ce l'ha avuta, negli ultimi dieci anni di vita".

Secondo lei il film è stato poco sostenuto dalla stampa italiana?
"Non so. In realtà certe volte io vedo che non c'è sempre buona fede nel giudicare determinate cose. Quando ti metti in testa di trovare dei nei, li trovi. A Sorrentino certa stampa gliene trova cinquanta. Però vedi che una stampa sconosciuta come quella inglese, francese, tedesca, spagnola, di fronte al film dice le cose che io ho sempre pensato. Qui in Italia avviene invece un esame istologico impietoso. Ma i discorsi stanno a zero: il film sta facendo un grande risultato al botteghino e avrà una vita lunga".
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Considerando anche le elezioni. Anche se l'affluenza è stata scarsa.
"Quando mi sono presentato al seggio mi hanno detto 'meno male, che lei ci anima la giornata'. Il problema è che tutti i candidati dicono le stesse cose. Gli scandali hanno riguardato la destra e la sinistra. Tutti sono stati toccati dal malaffare e tutti ne pagano le consequenze. Anche se quelli che si presentano sono brave persone. Sulla città c'è da fare un'operazione di manutenzione che non è stata fatta. Soprattutto vincerà chi avrà il programma più efficace per le periferie. Perché è lì che ci sono problemi immensi. Si devono creare strutture, trasporti, vivibilità. È arrivato il momento di una politica onesta. Basta sprechi di soldi, la gente non ha soldi in tasca e sentendo certe cifre i cittadini hanno il disgusto e non vanno più a votare. Io capisco gli astenuti. Mi dicono: io una volta a settimana apro la porta e mi trovo una busta di Equitalia. Eppure sono onesto. Ma io posso vivere col patema d'animo di trovarmi una busta di Equitalia e poi devo votare questi che non hanno fatto niente per me? Il marciapiede è sempre rotto, la fermata del bus è lontana, ci sono le barriere architettoniche. Sono stati troppo delusi, da tutti i punti di vista".

E dal punto di vista culturale?
"Credo che su questo tema si giocherà una partita importante. Perché la cultura porta economia. Una città come Roma che ha, per citare Sorrentino, questa Grande Bellezza, potrebbe portare introiti importanti. Pompei è il sito archeologico più visitato al mondo. Perché non incassa come altri siti minori del mondo? Perché cade a pezzi? Noi dobbiamo puntare sul turismo e sulla cultura, che è la cosa più forte che abbiamo. Ci vorrà anche un sindaco che sia creativo in questo senso".