LOCARNO - Silvio Orlando è l'ispettore Monaco, protagonista di La variabile umana del regista Bruno Oliviero, al primo film dopo una serie di apprezzati documentari. Presentato a Locarno al pubblico della Piazza Grande, il film sarà nelle sale italiane dal 29 agosto. La doppia indagine di Monaco - la bravata di sua figlia Linda, trovata con una pistola a sparare alle bottiglie, e l'omicidio di un ricco signore che amava intrattenersi con le minorenni - si svolge a Milano, riconoscibile nella periferia come nei quartieri della moda e dei locali di tendenza, una città che rientra a sua volta tra i protagonisti del film e con la quale Orlando ha "un totale rapporto di riconoscenza. Sono venuto a Milano non con la valigia di cartone, ma con 200 mila lire in tasca. Mi ha offerto un'opportunità grossa con il teatro dell'Elfo, ha capito le mie potenzialità, mi sono subito accettato, e da lì sono partito", dice.
Era la Milano di metà anni Ottanta, che Orlando ricorda "animata da un'euforia collettiva, anche insensata, piena di vitalità e di energia, una città cocainome direi, la cocaina aveva fatto il suo corso". Non la Milano di La variabile umana, che, come dice il regista, "è la città in cui negli ultimi vent'anni il tessuto economico e morale si è drammaticamente deteriorato, una città che distrugge i sogni e anticipa fenomeni negativi, come il declino degli uomini pubblici. Quando ho scritto il film il caso Ruby non esisteva, ma c'erano già i locali ambigui frequentati da ragazze giovanissime".
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Silvio Orlando è d'accordo: "Il film parla delle ultime generazioni, dovremmo fare un bilancio di quello che è successo in questi anni, è la fine di un'epoca, una situazione complessa da cui nessuno sa come venire fuori". Il suo personaggio all'inizio è un uomo vinto dalla realtà della sua vita, ha perso la moglie e ha un rapporto difficile con la figlia. "Lo troviamo in un momento di totale afasia, ha scelto di 'non essere', non ha più voglia di responsabilità e di impegno, sente fortemente la fatica di vivere. Ma è costretto dalle vicende a tornare in azione, a riprendersi. In realtà quando ho visto il film l'ho trovato molto diverso da come me lo aspettavo. Nella sceneggiatura era un giallo, un noir classico, con i colpi di scena e i chiarimenti al punto giusto, poi il regista ha lavorato molto in montaggio, giocando sulle ellissi. Penso che, più che alla vicenda gialla, da bravo documentarista, sia interessato alla realtà della città, alle cronache degli ultimi tempi".
Per lui comunque "è un film importante, non credo di aver fatto qualcosa di simile in passato. È un personaggio affidato più ai gesti e al non detto delle parole. Credo che mi abbia aiutato l'esperienza a teatro con Valerio Binasco e il personaggio di Shylock, che non fa nulla per andare incontro al pubblico. Per un attore come me, che vengo da Napoli, la voglia di cercare un rapporto con il pubblico, di andare incontro agli spettatori, è naturale. Come Shylock, anche l'ispettore Monaco non cerca la simpatia del pubblico, gli chiede lo sforzo di osservarlo e di capirlo".
Era la Milano di metà anni Ottanta, che Orlando ricorda "animata da un'euforia collettiva, anche insensata, piena di vitalità e di energia, una città cocainome direi, la cocaina aveva fatto il suo corso". Non la Milano di La variabile umana, che, come dice il regista, "è la città in cui negli ultimi vent'anni il tessuto economico e morale si è drammaticamente deteriorato, una città che distrugge i sogni e anticipa fenomeni negativi, come il declino degli uomini pubblici. Quando ho scritto il film il caso Ruby non esisteva, ma c'erano già i locali ambigui frequentati da ragazze giovanissime".
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Silvio Orlando è d'accordo: "Il film parla delle ultime generazioni, dovremmo fare un bilancio di quello che è successo in questi anni, è la fine di un'epoca, una situazione complessa da cui nessuno sa come venire fuori". Il suo personaggio all'inizio è un uomo vinto dalla realtà della sua vita, ha perso la moglie e ha un rapporto difficile con la figlia. "Lo troviamo in un momento di totale afasia, ha scelto di 'non essere', non ha più voglia di responsabilità e di impegno, sente fortemente la fatica di vivere. Ma è costretto dalle vicende a tornare in azione, a riprendersi. In realtà quando ho visto il film l'ho trovato molto diverso da come me lo aspettavo. Nella sceneggiatura era un giallo, un noir classico, con i colpi di scena e i chiarimenti al punto giusto, poi il regista ha lavorato molto in montaggio, giocando sulle ellissi. Penso che, più che alla vicenda gialla, da bravo documentarista, sia interessato alla realtà della città, alle cronache degli ultimi tempi".
Per lui comunque "è un film importante, non credo di aver fatto qualcosa di simile in passato. È un personaggio affidato più ai gesti e al non detto delle parole. Credo che mi abbia aiutato l'esperienza a teatro con Valerio Binasco e il personaggio di Shylock, che non fa nulla per andare incontro al pubblico. Per un attore come me, che vengo da Napoli, la voglia di cercare un rapporto con il pubblico, di andare incontro agli spettatori, è naturale. Come Shylock, anche l'ispettore Monaco non cerca la simpatia del pubblico, gli chiede lo sforzo di osservarlo e di capirlo".