ROMA - È inchiodato, Enrico Fiabeschi. Inchiodato a quegli anni Settanta che non finiranno mai, tenuti in vita dalla sua giacca di pelle così demodè, inchiodato a un "giovanilismo" forzato; inchiodato a un'università che vive da studente fuori corso. Molto fuori corso. Fiabeschi, il personaggio nato dalla matita del fumettista Andrea Pazienza, ha ormai quarant'anni, da venti è iscritto al Dams di Bologna e adesso ha deciso di crescere: in Fiabeschi torna a casa, il film nelle sale dal 22 agosto, il regista e attore Max Mazzotta immagina cosa sarebbe successo se il fuoricorso-fuorisede fosse stato richiamato alla realtà dalla sua famiglia, in Calabria. Il risultato è tutto da ridere: tra un padre (Ninetto Davoli) ex bidello con l'ossessione del posto fisso, e una madre (Rita Montes) che in assenza del figlio ha adottato un bambino senza darne notizia al primogenito. Come se non bastasse la zia Maria, interpretata da Lunetta Savino, perde colpi con l'età.
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Lunetta, un'anima comica e una impegnata: scopriamo che ne anche ha una da lettrice di fumetti?
"No, non sono stata una grande lettrice di fumetti né una vera appassionata, preferivo altre forme d'arte. Ma Pazienza era un mito per la mia generazione, e questo copione mi ha catturata alla prima lettura. Ho letto la sceneggiatura mentre ero in tour, il film mi ha convinto anche perché era un'opera prima: mi sembra giusto essere dalla parte dei coraggiosi, in tempo di crisi. Mazzotta ha interpretato Fiabeschi nel film a episodi Paz!, e già allora era credibilissimo nel suo cercare la complicità della macchina da presa, con quella sua faccia da fumetto".
Anche il suo personaggio è molto sopra le righe: una zia rintronata che parla solo dialetto.
"Mi sono ispirata, naturalmente, a persone che conosco ammalate di Alzhaimer: ho studiato i gesti, il tornare bambini che è tipico delle persone anziane. Ma l'ho fatto con il sorriso, usando i dettagli in maniera tenera: un personaggio così può essere commovente e divertente insieme, ma non è la storia a dover provocare le lacrime. Se la scena riesce, il pubblico la coglie anche se non spingi il pedale del dramma. Mi sento di appartenere alla scuola dei clown, quella di Charlot e Totò: i malinconici".
Un carattere tragicomico in linea con tutto il film: la satira di un ritorno che è emblema del fallimento di una generazione. Il ritorno di Fiabeschi è una rinascita, ma passa per una resa?
"Eh sì. La resa di un personaggio di quell'epoca come ce ne sono state tante: ci sono stati quelli che hanno realizzato i loro sogni, quelli che hanno vissuto troppo velocemente, bruciandosi, e si sono persi, come lo stesso Pazienza, e quelli che hanno fallito, non ce l'hanno fatta perché forse non ci hanno nemmeno provato: è il caso di Fiabeschi che aspira non a sognare ma a non far niente a cavarsela con poco. E dovrà fare i conti con una famiglia che invece ha molto carattere".
Il paese di Cuculicchio è stato "costruito" a Cosenza e lei, pugliese, come se l'è cavata con un ruolo dialettale "straniero"?
"Il lavoro nella bella Cosenza Vecchia è stato tutto un farmi riprendere sull'inflessione dialettale, con i ragazzi della troupe che mi correggevano e mi applaudivano: è stato molto divertente. Studio i dialetti come lingue straniere, l'italiano puro non esiste, un personaggio neutro non ha vita".
Un'anziana malandata: è più per sfida o per mestiere che accetta di "peggiorare" la sua immagine sullo schermo?
"Amo fare dei personaggi per i quali devo trasformarmi, e non ho paura: il mio primo ruolo al cinema, Grog, era piena di brufoli finti. Trovo sia importante interpretare dei ruoli "di carattere", dai tipi della commedia dell'arte alla Cettina di Un medico in famiglia: diventare un'altra è il mio divertimento più grande, è come essere bambini tutta la vita. Il massimo è non essere riconosciuti, stupire, rivelare piccole cose".
Il contrasto tra lo scioperato Peter Pan e la famiglia di lavoratori è una denuncia ironica?
"In un certo senso sì: gli altri, i vecchi, si illudono di aver trovato la strada. Il padre, benevolmente autoritario, crede ancora nel posto fisso, ma la generazione successiva è disillusa: la mia generazione ha fallito nel porre le basi. Ma ci sono quelli che continuano a crederci".
Come lei, che si impegna in battaglie sociali come "Se non ora quando".
"Sì, mi sono rimessa in gioco 'socialmente' perché ho trovato giusta l'occasione di usare il mio mestiere e le mie parole per aprire dei varchi di riflessione su un argomento che tocca tutti: è un dovere impegnarsi per la civiltà".
Sul piano professionale, invece, cosa progetta?
"Molto teatro, un lavoro con Antonio Albanese e una novità assoluta in tv".
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Lunetta, un'anima comica e una impegnata: scopriamo che ne anche ha una da lettrice di fumetti?
"No, non sono stata una grande lettrice di fumetti né una vera appassionata, preferivo altre forme d'arte. Ma Pazienza era un mito per la mia generazione, e questo copione mi ha catturata alla prima lettura. Ho letto la sceneggiatura mentre ero in tour, il film mi ha convinto anche perché era un'opera prima: mi sembra giusto essere dalla parte dei coraggiosi, in tempo di crisi. Mazzotta ha interpretato Fiabeschi nel film a episodi Paz!, e già allora era credibilissimo nel suo cercare la complicità della macchina da presa, con quella sua faccia da fumetto".
Anche il suo personaggio è molto sopra le righe: una zia rintronata che parla solo dialetto.
"Mi sono ispirata, naturalmente, a persone che conosco ammalate di Alzhaimer: ho studiato i gesti, il tornare bambini che è tipico delle persone anziane. Ma l'ho fatto con il sorriso, usando i dettagli in maniera tenera: un personaggio così può essere commovente e divertente insieme, ma non è la storia a dover provocare le lacrime. Se la scena riesce, il pubblico la coglie anche se non spingi il pedale del dramma. Mi sento di appartenere alla scuola dei clown, quella di Charlot e Totò: i malinconici".
Un carattere tragicomico in linea con tutto il film: la satira di un ritorno che è emblema del fallimento di una generazione. Il ritorno di Fiabeschi è una rinascita, ma passa per una resa?
"Eh sì. La resa di un personaggio di quell'epoca come ce ne sono state tante: ci sono stati quelli che hanno realizzato i loro sogni, quelli che hanno vissuto troppo velocemente, bruciandosi, e si sono persi, come lo stesso Pazienza, e quelli che hanno fallito, non ce l'hanno fatta perché forse non ci hanno nemmeno provato: è il caso di Fiabeschi che aspira non a sognare ma a non far niente a cavarsela con poco. E dovrà fare i conti con una famiglia che invece ha molto carattere".
Il paese di Cuculicchio è stato "costruito" a Cosenza e lei, pugliese, come se l'è cavata con un ruolo dialettale "straniero"?
"Il lavoro nella bella Cosenza Vecchia è stato tutto un farmi riprendere sull'inflessione dialettale, con i ragazzi della troupe che mi correggevano e mi applaudivano: è stato molto divertente. Studio i dialetti come lingue straniere, l'italiano puro non esiste, un personaggio neutro non ha vita".
Un'anziana malandata: è più per sfida o per mestiere che accetta di "peggiorare" la sua immagine sullo schermo?
"Amo fare dei personaggi per i quali devo trasformarmi, e non ho paura: il mio primo ruolo al cinema, Grog, era piena di brufoli finti. Trovo sia importante interpretare dei ruoli "di carattere", dai tipi della commedia dell'arte alla Cettina di Un medico in famiglia: diventare un'altra è il mio divertimento più grande, è come essere bambini tutta la vita. Il massimo è non essere riconosciuti, stupire, rivelare piccole cose".
Il contrasto tra lo scioperato Peter Pan e la famiglia di lavoratori è una denuncia ironica?
"In un certo senso sì: gli altri, i vecchi, si illudono di aver trovato la strada. Il padre, benevolmente autoritario, crede ancora nel posto fisso, ma la generazione successiva è disillusa: la mia generazione ha fallito nel porre le basi. Ma ci sono quelli che continuano a crederci".
Come lei, che si impegna in battaglie sociali come "Se non ora quando".
"Sì, mi sono rimessa in gioco 'socialmente' perché ho trovato giusta l'occasione di usare il mio mestiere e le mie parole per aprire dei varchi di riflessione su un argomento che tocca tutti: è un dovere impegnarsi per la civiltà".
Sul piano professionale, invece, cosa progetta?
"Molto teatro, un lavoro con Antonio Albanese e una novità assoluta in tv".