LONDRA - Vista da dietro, all'inizio del film, mentre indugia nella suite al Ritz prima dell'ultima corsa fatale, è perfettamente D. Giacca blu, fuseaux bianchi, mocassini. Poi quando inizia il flashback sui suoi ultimi due anni di vita e il viso di Naomi Watts riempie lo schermo è uno shock. L'ovale dell'attrice fa pensare più a una giovane Elisabetta che a Diana, totalmente diverso dal viso spigoloso e dallo sguardo inquieto che la principessa mostrò alla Bbc quando dichiarò al mondo l'impossibilità di dar seguito a un matrimonio reale "troppo affollato". "Ho riguardato l'intervista a Martin Bashir così tante volte... era diventata un'ossessione, l'ascoltavo sull'iPhone anche mentre facevo jogging", ha confessato ieri l'attrice a poche ore dalla prima londinese. "Mi sono saturata di Diana, della sua vita, del suo modo di camminare, di ridere, di pettinarsi, di quel sense of humour a volte anche piccante che non ti aspetteresti da una principessa. Ho persino intavolato conversazioni intima e immaginarie con lei".
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Bastano meno di dieci minuti di film per superare il gap. Si capisce subito perché la produzione non ha esagerato col trucco; la Watts fa emergere da dentro la "sua" Diana - nel film omonimo di Oliver Hirschbiegel che esce in Italia il 3 ottobre - con una prova d'attrice straordinaria, pur senza la sorprendente somiglianza fisica che altre colleghe hanno sfoggiato in biopic del genere: Thatcher-Streep, Elisabetta-Mirren e Grace di Monaco- Kidman. E allora si capisce perché il regista tedesco di Gli ultimi giorni di Hitler ha tanto insistito per aver come protagonista un'attrice molto più bassa e di otto anni più grande della principessa (Lady D aveva 36 anni quando morì nel 1997, la Watts ne compie 45 il 28 settembre). "Lo so, lo so, non ho niente di Diana a parte gli occhi blu", confessa l'antidiva lanciata da David Lynch in Mulholland Drive, due nomination all'Oscar per 21 grammi e The impossible. "Ho rifiutato questo ruolo due volte, poi ho capito che il film si sarebbe fatto con o senza di me e non mi piaceva l'idea che a fare Diana fosse un'altra".
Non è la storia della principessa triste, ma il racconto degli ultimi due anni e della travolgente, disperata, segretissima, rischiosa storia d'amore con "Mr. Wonderful", il cardiochirurgo anglopachistano Hasnat Khan (interpretato dal bravo Naveen Andrews di Il paziente inglese e Il buio dell'anima) fino al tragico finale parigino accanto a un altro uomo, Dodi Al-Fayed; non il suo ultimo amore, come tutti pensarono all'indomani della morte e ancora credono, ma solo uno schermo; la principessa architettò quella vacanza di concerto col miliardario e coi paparazzi per ingelosire l'adorato Hasnat che, esasperato dalla famiglia di Lahore (e dai sotterfugi), era determinato a dare un taglio alla storia.
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"Sono stata letteralmente sedotta dall'amore di due creature così pure e oneste. Ho letto tutto quel che c'era da leggere, alla fine mi è sembrato che il copione fosse molto rispettoso, che si basasse sulle evidenze", spiega la Watts. Se è tutto vero quel che il film racconta (Hasnat Khan protesta che c'è dentro troppo gossip ma non contesta la passione), Diana non è morta né per incidente né per complotto, ma per amore. Neanche Delly e Barbara Cartland ne avrebbero immaginato uno così grande e impossibile.
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Bastano meno di dieci minuti di film per superare il gap. Si capisce subito perché la produzione non ha esagerato col trucco; la Watts fa emergere da dentro la "sua" Diana - nel film omonimo di Oliver Hirschbiegel che esce in Italia il 3 ottobre - con una prova d'attrice straordinaria, pur senza la sorprendente somiglianza fisica che altre colleghe hanno sfoggiato in biopic del genere: Thatcher-Streep, Elisabetta-Mirren e Grace di Monaco- Kidman. E allora si capisce perché il regista tedesco di Gli ultimi giorni di Hitler ha tanto insistito per aver come protagonista un'attrice molto più bassa e di otto anni più grande della principessa (Lady D aveva 36 anni quando morì nel 1997, la Watts ne compie 45 il 28 settembre). "Lo so, lo so, non ho niente di Diana a parte gli occhi blu", confessa l'antidiva lanciata da David Lynch in Mulholland Drive, due nomination all'Oscar per 21 grammi e The impossible. "Ho rifiutato questo ruolo due volte, poi ho capito che il film si sarebbe fatto con o senza di me e non mi piaceva l'idea che a fare Diana fosse un'altra".
Non è la storia della principessa triste, ma il racconto degli ultimi due anni e della travolgente, disperata, segretissima, rischiosa storia d'amore con "Mr. Wonderful", il cardiochirurgo anglopachistano Hasnat Khan (interpretato dal bravo Naveen Andrews di Il paziente inglese e Il buio dell'anima) fino al tragico finale parigino accanto a un altro uomo, Dodi Al-Fayed; non il suo ultimo amore, come tutti pensarono all'indomani della morte e ancora credono, ma solo uno schermo; la principessa architettò quella vacanza di concerto col miliardario e coi paparazzi per ingelosire l'adorato Hasnat che, esasperato dalla famiglia di Lahore (e dai sotterfugi), era determinato a dare un taglio alla storia.
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"Sono stata letteralmente sedotta dall'amore di due creature così pure e oneste. Ho letto tutto quel che c'era da leggere, alla fine mi è sembrato che il copione fosse molto rispettoso, che si basasse sulle evidenze", spiega la Watts. Se è tutto vero quel che il film racconta (Hasnat Khan protesta che c'è dentro troppo gossip ma non contesta la passione), Diana non è morta né per incidente né per complotto, ma per amore. Neanche Delly e Barbara Cartland ne avrebbero immaginato uno così grande e impossibile.