di FRANCESCA ARCHIBUGI
"IO ADESSO SO, capisco, Kostja, che nel nostro lavoro, e non importa se recitiamo in teatro o scriviamo, la cosa più importante non è la gloria, non è lo splendore, non è ciò che io sognavo, bensì la capacità di sopportazione. Sappi portare la tua croce e credi. Io credo, e il mio dolore si placa, e quando penso alla mia vocazione, non ho paura della vita". È la battuta più toccante del monologo di Nina del Gabbiano di Anton Cechov. Nina è giovanissima, come Maria Schneider all'epoca; Trigorin - un famoso scrittore - l'ha vista, se ne è incapricciato, l'ha sedotta, e l'ha portata via da casa e condotta nel mondo del teatro per poi abbandonarla. Perché Nina era diventata ottusa, pesante. In questo percorso, attraverso giravolte mentali oscure e viscide, Nina capisce cosa significa essere un'attrice, un'artista.
Come si può non sentirsi toccati dalla parabola esistenziale di Maria Schneider. Era già contenuta nella battuta amorosa e spietata di Brando: "Fra dieci anni con le tue belle tette ci giocherai a football". Ultimo Tango a Parigi è un film forte e denso, non è possibile che non lo siano state anche le riprese. Bertolucci ha truffato una ragazzina di diciannove anni, ha fatto con Brando un accordo alle sue spalle per strapparle una reazione vera. E anche se nessuno l'ha sodomizzata veramente, (non è sangue, è rosso, diceva Godard), l'ha umiliata. In più, l'ha esclusa. Ha saltato la persona Maria per arrivare a Jeanne, usandola come attrice e non creatrice. Creatura.
Mi immagino che la giornata sia stata convulsa e turbolenta. Poi quando c'è di mezzo il sesso, un agio profondo diventa con una folata disagio, esibirsi, nascondersi, turbarsi, negarlo, chissà che casino. Ma quando si gira un film si deve essere disposti a dare tutto di sé, non ci si può appellare alle regole e ai contratti. Lo devi a te stesso, alla scelta che hai fatto, ai tuoi colleghi, ma soprattutto lo devi allo spettatore. Non si lavora per il red carpet.
"Non per la gloria, non per lo splendore", Nina era arrivata a capirlo. Per continuare con la metafora di Cechov, Bertolucci ha spiaccicato il gabbiano, una ragazzina bellissima e intatta, borghese, forse viziata. Ma era inevitabile per raccontare con quella verità. E per quanto doloroso sia stato, Bernardo ha fatto a Maria un regalo immenso: essere Jeanne. Un personaggio indimenticato, ne stiamo ancora qui a parlare. Anche quando Maria non c'è più. Cocteau chiamava il cinema "la Morte al lavoro".
Nessuno poteva immaginare, girandolo, che il film sarebbe diventato quella bomba di morale e costume, e che tutti i personaggi sarebbero stati illuminati a giorno, come fulminati. Credo che il film sia ancora fra i maggiori incassi di tutti i tempi. Censurato, bruciato, imitato, deriso, parodiato, esaltato. Anche Bertolucci è stato investito dalla deflagrazione. Non credo che sia stato facile nemmeno per lui. Capisco il suo desiderio di chiederle scusa, dopo tanti anni. Adesso forse saprebbe aiutarla, allora non gli è stato possibile.
Mi immagino che tutto sia nato da una ispirazione momentanea, quella scena nata come una rapsodia, tu sodomizzala, avvicinati il burro con il piede. Il Caso può diventare Destino, e ha significato così tanto non solo per loro, lì in quel momento, ma per tutti noi, ancora qui e ora.
"IO ADESSO SO, capisco, Kostja, che nel nostro lavoro, e non importa se recitiamo in teatro o scriviamo, la cosa più importante non è la gloria, non è lo splendore, non è ciò che io sognavo, bensì la capacità di sopportazione. Sappi portare la tua croce e credi. Io credo, e il mio dolore si placa, e quando penso alla mia vocazione, non ho paura della vita". È la battuta più toccante del monologo di Nina del Gabbiano di Anton Cechov. Nina è giovanissima, come Maria Schneider all'epoca; Trigorin - un famoso scrittore - l'ha vista, se ne è incapricciato, l'ha sedotta, e l'ha portata via da casa e condotta nel mondo del teatro per poi abbandonarla. Perché Nina era diventata ottusa, pesante. In questo percorso, attraverso giravolte mentali oscure e viscide, Nina capisce cosa significa essere un'attrice, un'artista.
Come si può non sentirsi toccati dalla parabola esistenziale di Maria Schneider. Era già contenuta nella battuta amorosa e spietata di Brando: "Fra dieci anni con le tue belle tette ci giocherai a football". Ultimo Tango a Parigi è un film forte e denso, non è possibile che non lo siano state anche le riprese. Bertolucci ha truffato una ragazzina di diciannove anni, ha fatto con Brando un accordo alle sue spalle per strapparle una reazione vera. E anche se nessuno l'ha sodomizzata veramente, (non è sangue, è rosso, diceva Godard), l'ha umiliata. In più, l'ha esclusa. Ha saltato la persona Maria per arrivare a Jeanne, usandola come attrice e non creatrice. Creatura.
Mi immagino che la giornata sia stata convulsa e turbolenta. Poi quando c'è di mezzo il sesso, un agio profondo diventa con una folata disagio, esibirsi, nascondersi, turbarsi, negarlo, chissà che casino. Ma quando si gira un film si deve essere disposti a dare tutto di sé, non ci si può appellare alle regole e ai contratti. Lo devi a te stesso, alla scelta che hai fatto, ai tuoi colleghi, ma soprattutto lo devi allo spettatore. Non si lavora per il red carpet.
"Non per la gloria, non per lo splendore", Nina era arrivata a capirlo. Per continuare con la metafora di Cechov, Bertolucci ha spiaccicato il gabbiano, una ragazzina bellissima e intatta, borghese, forse viziata. Ma era inevitabile per raccontare con quella verità. E per quanto doloroso sia stato, Bernardo ha fatto a Maria un regalo immenso: essere Jeanne. Un personaggio indimenticato, ne stiamo ancora qui a parlare. Anche quando Maria non c'è più. Cocteau chiamava il cinema "la Morte al lavoro".
Nessuno poteva immaginare, girandolo, che il film sarebbe diventato quella bomba di morale e costume, e che tutti i personaggi sarebbero stati illuminati a giorno, come fulminati. Credo che il film sia ancora fra i maggiori incassi di tutti i tempi. Censurato, bruciato, imitato, deriso, parodiato, esaltato. Anche Bertolucci è stato investito dalla deflagrazione. Non credo che sia stato facile nemmeno per lui. Capisco il suo desiderio di chiederle scusa, dopo tanti anni. Adesso forse saprebbe aiutarla, allora non gli è stato possibile.
Mi immagino che tutto sia nato da una ispirazione momentanea, quella scena nata come una rapsodia, tu sodomizzala, avvicinati il burro con il piede. Il Caso può diventare Destino, e ha significato così tanto non solo per loro, lì in quel momento, ma per tutti noi, ancora qui e ora.