Spettacoli

"All'artista va lasciato il diritto
di superare i limiti della civile convenienza"

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L'idea che la vita tragica della Schneider sia dovuta al trauma di quel frammento di film è semplicemente un insulto. Verso la Schneider. Stabilire una connessione così meccanica tra un trauma e una vita intera significa farne a pezzetti la complessità, in una parola non rispettarla.  E l'idea che l'arte debba compiersi in un salottino per anime belle è altrettanto vacua. In letteratura  ci sono decine di esempi di un uso per lo meno spregiudicato di vite altrui usate a fini estetici.

Gli scrittori e gli artisti sono spesso delle canaglie. Per una bella frase o una bella storia passerebbero sopra a qualunque precauzione morale. Agli artisti noi concediamo una sorta di deroga dalle forme di convenienza civile proprio perché a loro deleghiamo l'esplorazione di spazi inconsci dove i confini tra lecito e illecito sono oscuri e ambigui. Questo ovviamente non giustifica l'artista a compiere degli acting out vivendo nella vita reale questa immoralità. Ma nell'atto estetico è possibile che questi confini siano elusi, ribaltati e soppressi.
Attenzione: qui non è in discussione la libertà dell'artista di superare i confini dell'osceno, libertà che oggi pochi negherebbero, almeno si spera. Ma una cosa più sottile e scivolosa: che nell'atto della creazione l'artista possa infrangere regole che nel vivere comune sono considerate ovvie. Ebbene esiste o meno questa licenza?

Possiamo accettare che l'arte - mettere su una scena di un film, scolpire una statua, scrivere un romanzo - possa contemplare il dolore o la manipolazione di un altro essere umano? La storia ci dice di sì, che questo è accaduto e può succedere. Si può criticare questo punto di vista. Ma non si può far finta di credere che la rappresentazione del male e la sua catarsi siano immuni da quel male stesso che l'arte intende rappresentare.
l'autore è Editor di Einaudi Stile Libero