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Anna Magnani, la diva fragile che aveva bisogno d'amore

Esce "Anna Magnani - La biografia", scritto da Matilde Hochkofler, già curatrice nel 2004 della mostra "Ciao Anna" ai Musei Capitolini. Nel libro anche interventi del figlio dell'attrice, Luca: "Non ha mai discusso di cose meschine, era sempre una regina"

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GLI artisti sono ambasciatori, più potenti dei veri diplomatici perché continuano a lavorare anche dopo la morte. La Francia ha Edith Piaf, il Portogallo Amália Rodrigues, la Germania Marlene Dietrich, il mondo arabo Oum Kalthoum, l'India Ravi Shankar. Li guardi, li ascolti e vedi un popolo: storia, gloria, miseria. In una foto di Anna Magnani scattata nel 1950 al Circeo da Herbert List - il fotografo tedesco sedotto dall'Italia del neorealismo - c'è tutto questo e anche di più. Il paese del dopoguerra in un primo piano languido e potente: il mento appoggiato sulla mano, i capelli corvini che nessuna messa in piega sarebbe riuscita a domare, la bocca carnosa e volitiva, lo sguardo perso chissà dove, le sopracciglia marcate. E le occhiaie - non sarebbe la Magnani senza occhiaie - a causa di "una lacrima di troppo e una carezza in meno", come diceva raccontando la sua infanzia difficile - padre irrintracciabile, mamma lontana, cresciuta dalla nonna nella città, Roma, che sarebbe diventata il suo palcoscenico.
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La storia di Anna Magnani (1908-1973) non è mai stata scritta per intero, forse perché l'attrice, morta quarant'anni fa (il Festival Internazionale del Film di Roma la ricorda con le proiezioni di Nella città l'inferno e Siamo donne) si è generosamente raccontata nelle sue interpretazioni: Roma città aperta di Rossellini, Bellissima di Visconti, Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Ci prova Matilde Hochkofler, già curatrice della mostra Ciao Anna (nel 2004 ai Musei Capitolini di Roma) a colmare la lacuna con una cronaca di 65 anni di vita - rigorosa, serrata, travolgente, decisamente poco americana (Anna Magnani - La biografia; Ed. Bompiani, pagg. 400, 19 euro). Di nessun altro si sarebbe fidato il figlio Luca, 71 anni, architetto, che per la prima volta partecipa alla realizzazione di un libro sulla madre, se non dell'autrice che per decenni ha manifestato interesse e devozione per Anna. Lo fa scrivendo corsivi inframmezzati alla storia della Hochkofler, una narrazione parallela come parallele furono le loro vite. Nato nel 1942 a pochi mesi dal pirmo bombardamento, colpito dalla polio e mandato in Svizzera per le cure necessarie, Luca stentò per tutta la vita a metabolizzare quell'assenza. "Vivevo presso una famiglia di italiani in una sorta di affidamento", racconta. "Partii che avevo quattro anni, tornai nel 57 che ne avevo quindici. A quel punto non eravamo più abituati uno all'altra; lei ad avere un figlio, io una madre. Vivevo in un appartamento accanto al suo. Vite diverse, ritmi diversi".

La casa è sempre quella, nel cuore di Roma, lasciata quasi com'era quella notte del 1956 quando la Magnani era in profumo di Oscar. Il racconto della Hochkofler inizia proprio lì dentro. Già nella descrizione degli oggetti, il mondo di Anna: "Tra i gatti, il Bechstein a coda, la fotografia di Tennessee Williams, quella di Bette Davis con la dedica, l'immagine di Eleonora Duse, i trofei cinematografici allineati sul caminetto dagli alari di ottone, i mobili settecenteschi, i tappeti orientali, le collane girate intorno alle statue giavanesi, le lampadine colorate dell'abat-jour liberty, il pupo siciliano appeso a una scala a chiocciola che porta sulla terrazza più alta, le librerie colme di libri, Anna si aggira scalza in pantaloni nascondendo anche a se stessa la propria ansia. Per allentare la tensione, esce di casa sotto la pioggia e fa una lunga passeggiata con i suoi cani. Quando ritorna è più serena, ma solo alle quattro di mattina decide finalmente di andare a dormire". La svegliarono al telefono: aveva vinto - miglior attrice protagonista per La rosa tatuata. Lei a sua volta svegliò il piccolo Luca, che a quattordici anni ormai intuiva la grandezza dell'artista che stentava a chiamare mamma. "Non è mai stata una donnetta, una donnicciola, non ha mai fatto chiacchiere da cortile, era sempre una regina, non ha mai discusso di cose meschine", scrive in uno dei corsivi.
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Il primo telegramma arrivò dal commediografo Tennessee Williams - lei era la sua musa italiana, lui il passe-partout per l'America: "Ieri sera è stato il tuo trionfo. Nessuna tranne te sarebbe stata capace di impersonare Serafina, perché Serafina sei tu". Poi arrivarono quelli di Luchino Visconti, Burt Lancaster, Jean Renoir, Frank Capra, Bette Davis, Ernest Borgnine. Finalmente diva a quarantasette anni - ne aveva trentasette quando aveva trionfato con Roma città aperta - la Magnani è nell'Olimpo di Hollywood e di Cinecittà. "Alla prima mondiale di The Rose Tattoo - il 12 dicembre del 56 all'Astor Theatre di New York- le mascherine che accompagnano gli spettatori ai loro posti sono Joan Crawford e Marilyn Monroe", ricorda la Hochkofler.

Appassionata e felina nella vita come nel lavoro - "una che affondava gli artigli nel cuore" (parole di Tennessee Williams); leggendarie le sfuriate con Visconti, persino De Sica era intimidito dal suo temperamento - la Magnani era fragile e tormentata in amore. Nessuno riuscì mai ad asciugare quella lacrima di troppo e a compensare la carezza negata. Né Goffredo Alessandrini, il regista che sposò prima della guerra; né Massimo Serato, il padre che Luca non avrebbe mai chiamato papà; né Roberto Rossellini che scappò di casa inventando una bugia miserabile per correre tra le braccia della Bergman; né Anthony Franciosa, di vent'anni più giovane, nonostante la focosa attrazione che si scatenò sul set di Selvaggio è il vento; né Marlon Brando, il magnifico gaglioffo di Pelle di serpente al quale riuscì solo a strappare un bacio (o un morso?) a forza.

Quel bisogno d'amore che aveva spaventato gli uomini lo colmò solo tra i suoi animali, tra gli amici, nel contatto quotidiano con Roma sua. E alla fine, quando fu colpita da un male incurabile, anche con quel figlio che per far crescere bello e sano aveva costretto a una crudele separazione. "Quando è morta è venuto fuori il profondo legame che ci univa", conclude Luca. "Ho provato rabbia per tutto quello che non avevo dato, per tutto quello che potevo dire e non avevo detto. L'ho sempre esclusa dalla mia confidenza perché mi sentivo in una situazione di sudditanza, mi sembrava che la sua attenzione nei miei confronti fosse un'intrusione nella mia vita. Invece era solo il grande amore che aveva per me. Mi capita ogni tanto di sentire qualcuna delle sue sfuriate, come avvenissero in questo momento".