TORINO - Nel 1957 un barbiere comunista di Alfonsine, paese della Romagna "rossa" devastata dalla guerra, parte con due amici cineamatori per partecipare al Festival mondiale della gioventù socialista a Mosca: un "viaggio dell'utopia" nella capitale dell'Urss, il mitizzato "grande paese del Socialismo". "Il Socialismo era la nostra meta", racconta il barbiere, Sauro Ravaglia, oggi ottantenne, nel film di Federico Ferrone e Michele Manzolini Il treno va a Mosca, in concorso al Torino Film Festival - applaudito alla proiezione per la stampa e, sull'onda delle vittorie di Sacro GRA e Tir a Venezia e Roma, tra i candidati al premio. Opera di montaggio realizzata per l'80 per cento con materiali video e sonori d'epoca, con i filmini in Super8 recuperati dai due autori negli archivi di Home Movies, racconta la nascita e la morte del grande sogno comunista in Italia, dalle campagne felici dei canti contadini e della propaganda della falce e del martello, alle Feste dell'Unità, fino alla morte di Togliatti a rappresentare, come chiosa la voce del barbiere, "la fine di un mondo".
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Il film è prodotto da Kiné e Vezfilm e distribuito da Istituto Luce. Montatrice è Sara Fgaire, come per La bocca del lupo che vinse al Tff nel 2009. I due autori, Ferrone e Manzolini, hanno già co-diretto il documentario Merica!, sugli immigrati italiani in Brasile, e lavorato come registi e produttori per Al-Jazeera. Ai loro occhi di trentenni, l'utopia di Sauro e dei giovani comunisti del Pci di Togliatti "ha la malinconia di uno sogno mancato". "Un sentimento - dicono - quello della fiducia assoluta nella capacità della politica di cambiare il mondo, che alla nostra generazione manca completamente".
"I miei erano contadini, ho respirato l'aria dei padroni, del fascismo e della miseria", dice Sauro Ravaglia, all'inizio del film, mentre mostra un tesoro di filmini amatoriali realizzati in tutto il mondo. Dopo Mosca ("Pagai il biglietto del treno con i soldi messi da parte distribuendo il giornale del Partito - racconta - allora a Mosca c'erano andati solo Togliatti e i capi del partito. Quando partii, mia madre pianse") ha continuato a viaggiare, "inseguendo rivoluzioni e lotte di liberazione", dall'Algeria a Cuba, e poi per i continenti in cerca di vita: Sydney, Tahiti, Messico, Nuova Zelanda. "Alla scoperta di un mondo - dice - che non si poteva capire leggendo l'Unità". In questo momento si trova in Thailandia (da dove ha inviato un videomessaggio al Tff di Virzì). D'estate torna ad Alfonsine e quando comincia a far freddo riparte per il sudest asiatico: "Per risparmiare sulla bolletta".
Il treno per Mosca si apre con gli "italiani felici" del dopoguerra e con i ragazzi di Romagna che guardano ad Est gonfi di speranze: "Per noi c'era solo una realtà, quella del Socialismo e dell'Unione Sovietica". Ma la realtà vista da vicino è altra cosa. E il viaggio dell'utopia si trasforma in disillusione: Lenin era "un omino", nelle case più povere "si dorme per terra, ammassati". È il sogno infranto. "Tutti volevano vedere Mosca ma nessuno voleva sentir parlare di povertà - racconta Sauro - al ritorno siamo stati interrogati dalla polizia. Ci hanno chiesto: ma perché non siete rimasti là?".
Chicca del film, che ha strappato risate in sala, la versione socialista di Mamma, solo per te la mia canzone vola: "Lenin, la tua dottrina per il mondo vola/ Lenin, la tua parola è quella che consola", a firma di un compositore anarchico, tal Odifreddi.
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Il film è prodotto da Kiné e Vezfilm e distribuito da Istituto Luce. Montatrice è Sara Fgaire, come per La bocca del lupo che vinse al Tff nel 2009. I due autori, Ferrone e Manzolini, hanno già co-diretto il documentario Merica!, sugli immigrati italiani in Brasile, e lavorato come registi e produttori per Al-Jazeera. Ai loro occhi di trentenni, l'utopia di Sauro e dei giovani comunisti del Pci di Togliatti "ha la malinconia di uno sogno mancato". "Un sentimento - dicono - quello della fiducia assoluta nella capacità della politica di cambiare il mondo, che alla nostra generazione manca completamente".
"I miei erano contadini, ho respirato l'aria dei padroni, del fascismo e della miseria", dice Sauro Ravaglia, all'inizio del film, mentre mostra un tesoro di filmini amatoriali realizzati in tutto il mondo. Dopo Mosca ("Pagai il biglietto del treno con i soldi messi da parte distribuendo il giornale del Partito - racconta - allora a Mosca c'erano andati solo Togliatti e i capi del partito. Quando partii, mia madre pianse") ha continuato a viaggiare, "inseguendo rivoluzioni e lotte di liberazione", dall'Algeria a Cuba, e poi per i continenti in cerca di vita: Sydney, Tahiti, Messico, Nuova Zelanda. "Alla scoperta di un mondo - dice - che non si poteva capire leggendo l'Unità". In questo momento si trova in Thailandia (da dove ha inviato un videomessaggio al Tff di Virzì). D'estate torna ad Alfonsine e quando comincia a far freddo riparte per il sudest asiatico: "Per risparmiare sulla bolletta".
Il treno per Mosca si apre con gli "italiani felici" del dopoguerra e con i ragazzi di Romagna che guardano ad Est gonfi di speranze: "Per noi c'era solo una realtà, quella del Socialismo e dell'Unione Sovietica". Ma la realtà vista da vicino è altra cosa. E il viaggio dell'utopia si trasforma in disillusione: Lenin era "un omino", nelle case più povere "si dorme per terra, ammassati". È il sogno infranto. "Tutti volevano vedere Mosca ma nessuno voleva sentir parlare di povertà - racconta Sauro - al ritorno siamo stati interrogati dalla polizia. Ci hanno chiesto: ma perché non siete rimasti là?".
Chicca del film, che ha strappato risate in sala, la versione socialista di Mamma, solo per te la mia canzone vola: "Lenin, la tua dottrina per il mondo vola/ Lenin, la tua parola è quella che consola", a firma di un compositore anarchico, tal Odifreddi.