Spettacoli

'Room 237': i misteri di 'Shining' sono tutti da decifrare

Il documentario di Rodney Ascher passa in rassegna i simboli, i segreti, i messaggi occulti nascosti nel film di Kubrick. E prova a darne un'interpretazione, passando in rassegna le tante ipotesi formulate finora. Dopo trentatré anni il mistero continua

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DOPO esserci chiesti per anni (trentatré) di che cosa parli nel profondo Shining di Stanley Kubrick, ora cominceremo a interrogarci sul senso di Room 237. Segreto dopo segreto, fotogramma dopo fotogramma. Il documentario del regista Rodney Ascher - presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes e ora in Italia distribuito da Feltrinelli Real Cinema (dvd+libro, euro 17,90) - è una scatola cinese che perlustra simboli e messaggi occulti sepolti nel capolavoro di Kubrick. Il viaggio di Room 237 non è dentro la "luccicanza" (lo "shining" descritto da Stephen King nel romanzo da cui il film è tratto) ma fuori, nel groviglio di immagini, leggende e fantasmi che aspettano al varco lo spettatore.

"Room 237": i segreti di "Shining" chiusi in una stanza


Passano al setaccio tutte le interpretazioni più "antiche": complottista, esoterico, psichico. Insomma, Shining è il millefoglie dei misteri su pellicola. Il tempo, i dizionari di cinema, gli analisti non sono sopravvissuti né al bestseller di King né al film di Kubrick. Ecco perché Room 237, in un primo momento, è stato accolto come base immaginaria della verità su Shining e sulla sua lavorazione. Salvo poi scoprire che è parte integrante del meccanismo cinematografico secondo cui non si risponde a una domanda con un'altra domanda. Soprattutto al cinema, e con Kubrick. Morale della favola: Room 237 complica le cose anziché fornire soluzioni razionali. Il lavoro di Ascher viviseziona intere sequenze originali (notevoli i totem virali: dall'apparizione del volto di Kubrick in mezzo alle nuvole gonfie di neve all'adesivo di Pisolo che appare e scompare in una scena) e le adatta allo stile cronachistico del suo documentario.


Tra le voci fuori campo c'è chi, come il reporter di ABC Bill Blakemore (che vide il film aggrappato alle poltrone di un cinema di Leicester Square a Londra) è convinto che Shining rappresenti un apologo sul genocidio degli indiani d'America. Per altri potrebbe trattarsi, invece, di una rivisitazione dell'Olocausto in chiave visionaria, fanciullesca, disneyiana. E poi c'è chi crede che il film incarni il vero testamento di Kubrick, più di Eyes Wide Shut: un'opera-forziere dentro cui l'autore potrebbe aver riposto confessioni intime sulla sua vita privata o addirittura un messaggio politico sul falso allunaggio dell'Apollo 11 - girato in gran segreto in uno studio governativo dallo stesso Kubrick, si dice.

"Shining", non aprite quella porta


"Da ragazzino - spiega Ascher - sono fuggito da un cinema che proiettava Shining dopo appena venti minuti e da allora sono ossessionato dal film. Nonostante l'abbia visto tante volte, e sia diventato uno dei miei preferiti, continua a esercitare su di me un senso di ambiguità e di mistero. Qualche anno fa il mio amico Tim Kirk (produttore di Room 237, ndr) mi mandò un articolo che dava del film un'interpretazione drammatica, coinvolgendo lo Zodiaco e la Guerra Fredda. Era l'inizio del documentario che avremmo girato. Abbiamo passato i mesi successivi ad analizzare le teorie su Shining, che coprono argomenti disparati come i nativi americani, Marshall McLuhan, il genocidio, la numerologia, le fiabe, la seconda guerra mondiale. Altri film, nella storia del cinema, sono stati visti come allegorie (da L'invasione degli ultracorpi a Godzilla) ma nessuno aveva mai generato il tipo di indagine appassionata scatenato da Shining: avevo trovato il mio soggetto".

Ascher, sin dall'inizio del documentario, sembra voler entrare nella testa di Kubrick, mostrandoci Tom Cruise (tratto da Eyes Wide Shut) mentre cammina nella notte per poi soffermarsi sulla soglia del locale Sonata Jazz. Attraverso una ricostruzione in digitale, Cruise rimane incantato da un manifesto, ed è quello di Shining che riporta: "The wave of terror that swept across America is here". Si comincia con l'ipotesi che l'albergo infestato di Shining sia stato "ricostruito" nello Stanley Hotel di 140 stanze, in Estes Park, Colorado, per un motivo specifico: il team di Kubrick avrebbe ricercato la location (città e storia dell'hotel) con grande scrupolo proprio per raccontare, in maniera subliminale, le tensioni tra i Nativi e la popolazione bianca agli inizi del Novecento. Ne abbiamo una prova: in una scena del film, il piccolo Danny (dotato di "luccicanza") fissa Dick Hallorann (Scatman Crothers) e concentra la sua attenzione su una scatola di Calumet poggiata sopra una mensola, appena dietro Dick. Inutile sottolineare che la parola "calumet" indichi la pipa da cerimonia degli Indiani dell'America Settentrionale. Alcuni studiosi suggeriscono che, in quel preciso istante, il regista intenda fornirci indizi su una pace spezzata tra americani e Nativi. In particolare, Jack Torrance (Jack Nicholson) terrebbe in mano un'ascia per tutto il tempo, mentre tenta di uccidere moglie e figlio, simulando in realtà il genocidio degli indiani - non a caso, Kubrick aggiunge una scena, non presente nel romanzo di King, dove ai Torrance viene raccontato che l'Overlook Hotel fu costruito sopra un camposanto indiano: da qui, presto spiegate le visioni di Danny con la cascata di sangue dagli ascensori.

Poi ci sono i pretesti anti-governativi che vedono in Shining il diario segreto tramite cui l'autore svela al mondo la verità a proposito dello sbarco dell'uomo sulla Luna: la NASA avrebbe chiesto a Kubrick di girare l'allunaggio con frammenti di 2001: Odissea nello Spazio e di farlo sembrare reale. In una scena, Danny gioca da solo con le figure geometriche che tappezzano la moquette dell'hotel quando, lentamente, sollevandosi da terra rivela la scritta Apollo USA sulla sua maglia di lana. Non appena si avvicina alla fatidica stanza numero 237, i cospiratori trovano l'attesa conferma: le parole sono intercambiabili, "moon" e "room".

E ancora. Si fa largo un'altra interpretazione per cui Shining sarebbe una metafora dell'Olocausto. Nel film si menziona in modo ricorrente il numero 42. Il 1942 è appunto l'anno della Soluzione Finale della questione ebraica (Endlösung der Judenfrage). Lo stesso Jack Nicholson avrebbe un ruolo centrale nel veicolare il messaggio: la vecchia macchina per scrivere con cui digita maniacalmente la frase "il mattino ha l'oro in bocca" ammiccherebbe ai metodi meccanici con cui si assassinavano gli innocenti durante il Terzo Reich e all'ossessione per le liste da parte dei nazisti. La macchina è fabbricata da un'industria manifatturiera tedesca, di nome Adler, che a sua volta, nella traduzione inglese, significa "aquila". Il simbolo dell'aquila torna sulla t-shirt di Nicholson/Torrance quando la moglie entra in camera e lo sveglia per colazione. Coincidenze? Si prosegue con la mitologia greca. Teseo/Danny trascina il Minotauro, le gemelle fatte a pezzi dal custode, fuori dal labirinto. Le leggende metropolitane attorno al film non terminano certo qui. Probabilmente, come ricordano le gemelle squartate, esisteranno e si moltiplicheranno: "per sempre, per sempre, per sempre".