BERLINO - La Cina sbanca la Berlinale. Black coal, Thin Ice (in italiano "Carbone nero, ghiaccio sottile") noir disperato di Diao Yinan, l'incontro tra un ex poliziotto e una femme fatale, metafora di un Paese senza più valori né regole, ha vinto l'Orso d'oro per il miglior film, e il premio al miglior attore, Liao Fan. Cinese anche il premio alla fotografia per Blind message, con una dei protagonisti non vedenti a ritirare il premio sul palco del Berlinale Palast, giapponese invece il premio all'attrice Haru Kuroki per i film The little house.
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In questo palmarès a trazione orientale l'Occidente si salva grazie a due registi americani: Orso d'argento Gran Premio della giuria, il secondo in ordine di importanza, a Grand Hotel Budapest di Wes Anderson. Il regista texano, assente, ha mandato un messaggio nel suo stile: "Qualche anno fa alla Mostra di Venezia gli alunni delle scuole mi premiarono con il Leoncino d'oro. A Cannes ricevetti una Palma di cioccolato. E' la prima volta che a un festival ricevo un premio in scala reale, sono eccitato ed emozionato". Qualche mugugno in sala stampa per il premio alla regia assegnato all'americano Richard Linklater: secondo molti il suo Boyhood avrebbe meritato l'Orso d'oro. "Mai come stavolta il merito va all'insieme delle persone che hanno lavorato a questo film e soprattutto agli attori" dice Linklater: festeggiano Patricia Arquette e gli ex bimbi oggi ventenni Lorelai Linklater (figlia del regista) ed Ellar Coltrane.
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Malgrado la presenza massiccia, quattro film in concorso, alla Germania va solo il premio alla sceneggiatura per Kreuzweg che, scritto dai fratelli Dietrich e Anna Bruggerman, racconta attraverso le 14 stazioni della Via Crucis, il martirio di un'adolescente plagiata da una famiglia di fondamentalisti cattolici. Il tributo più sorprendente, "al film che apre nuove prospettive al cinema" è quello attributo ad Aimer, boire et chanter del novantaduenne Alain Resnais, rappresentato dall'attore André Dussolier. Un finale inatteso per un'edizione con una selezione modesta, pochi acuti e nessun italiano in concorso. Il direttore Dieter Kosslick aveva chiamato a dirigere la giuria il produttore James Schamus perché "alfiere del cinema indipendente americano che conosce alla perfezione l'equilibrio tra il sistema di Hollywood e il cinema fatto in casa". E oggi il sistema guarda ai capitali asiatici.
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In questo palmarès a trazione orientale l'Occidente si salva grazie a due registi americani: Orso d'argento Gran Premio della giuria, il secondo in ordine di importanza, a Grand Hotel Budapest di Wes Anderson. Il regista texano, assente, ha mandato un messaggio nel suo stile: "Qualche anno fa alla Mostra di Venezia gli alunni delle scuole mi premiarono con il Leoncino d'oro. A Cannes ricevetti una Palma di cioccolato. E' la prima volta che a un festival ricevo un premio in scala reale, sono eccitato ed emozionato". Qualche mugugno in sala stampa per il premio alla regia assegnato all'americano Richard Linklater: secondo molti il suo Boyhood avrebbe meritato l'Orso d'oro. "Mai come stavolta il merito va all'insieme delle persone che hanno lavorato a questo film e soprattutto agli attori" dice Linklater: festeggiano Patricia Arquette e gli ex bimbi oggi ventenni Lorelai Linklater (figlia del regista) ed Ellar Coltrane.
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Malgrado la presenza massiccia, quattro film in concorso, alla Germania va solo il premio alla sceneggiatura per Kreuzweg che, scritto dai fratelli Dietrich e Anna Bruggerman, racconta attraverso le 14 stazioni della Via Crucis, il martirio di un'adolescente plagiata da una famiglia di fondamentalisti cattolici. Il tributo più sorprendente, "al film che apre nuove prospettive al cinema" è quello attributo ad Aimer, boire et chanter del novantaduenne Alain Resnais, rappresentato dall'attore André Dussolier. Un finale inatteso per un'edizione con una selezione modesta, pochi acuti e nessun italiano in concorso. Il direttore Dieter Kosslick aveva chiamato a dirigere la giuria il produttore James Schamus perché "alfiere del cinema indipendente americano che conosce alla perfezione l'equilibrio tra il sistema di Hollywood e il cinema fatto in casa". E oggi il sistema guarda ai capitali asiatici.