PARIGI - Due documentari scandalo si aggirano per i cinema di Parigi. Raccontano entrambi di bizzarri, indecenti esseri umani non più in circolazione da tempo. Uno era un prostituto gay nero, si chiamava Aaron Payne, ma era noto nella New York by night degli anni 60 come Jason Holliday. Grazie al cinema, invece, la fama dell'altro è uscita dai confini degli Stati Uniti: si chiamava Harris Glenn Milstead, ma per tutti era Divine. Bionda e obesa, Divine fu la drag queen più famosa del mondo. Sono entrambi documentari, ma Portrait of Jason girato da Shirley Clarke nel 1966 è considerato in assoluto il primo film che parla di omosessualità, nonché una pietra miliare del cinema d'avanguardia. I am Divine di Jeffrey Schwarz è invece un film nuovo, presentato l'anno scorso in molti festival statunitensi e australiani con il divieto ai 18. Uscirà in Francia - senza divieti - il 26 marzo.
VIDEO: "PORTRAIT OF JASON", LA CLIP RESTAURATA
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Il 3 dicembre 1966 la regista Shirley Clarke e il suo compagno Carl Lee - che negli anni 70 sarebbe diventato uno degli attori neri più famosi degli Stati Uniti - si chiusero per dodici ore nell'appartamento della regista nel Chelsea Hotel di New York. Lee aveva chiesto a Holliday di raccontare la sua storia di barista, poi di eroinomane, di prigioniero in carcere e in cliniche mentali, e alla fine di prostituto. Lui la racconterà lungo dodici ore e il film, di quasi due, sarà presentato al New York Film Festival del 1967.
"Alla proiezione parteciparono Tennessee Williams, Norman Mailer, Andy Warhol, Elia Kazan" dice Ronald Chammah che attraverso la sua società "Les Films du Camélia" distribuisce Jason e altre tre opere di Shirley Clarke, riunite l'anno scorso in un festival al Centre Pompidou. "Ma, soprattutto, mentre la critica dei tempi non lo amò come avrebbe meritato, Ingmar Bergman definì il ritratto di Jason 'il film più straordinario che io abbia mai visto'. È stato restaurato da due archivisti e cinefili: Dennis Doros e sua moglie Amy Heller, attraverso la loro Milestone. Da dieci anni cercavo i film di Shirley Clarke, li avevo visti quando vivevo a Roma, negli anni 70, al Filmstudio a Trastevere e non mi sono mai più usciti di mente". Jason è un tipo affascinante, ma anche disperato. Dopo dodici ore di molto whisky e chissà che altro si accascerà piangendo, incalzato dalle domande fuori campo di Carl Lee. "La metà delle storie che racconta è falsa - dice Chammah - Jason è un mitomane, un attore, un tipo poco attendibile".
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La sfacciata Divine era invece la verità. Urlata, sputata, perfino sparata, letteralmente, sul pubblico. Il documentario di Schwarz ha un'andatura classica, tra spezzoni di film e testimonianze di chi la conobbe prima della morte avvenuta nel 1988, a 42 anni, per un attacco di asma dovuto probabilmente all'obesità. Alta quasi un metro e novanta, Divine era arrivata a pesare 140 chili. Bambino effemminato rifiutato dalla famiglia, il giovane Harris aveva avuto la fortuna di trovarsi come vicino di casa John Waters che sarebbe diventato il regista più d'avanguardia e più indipendente degli Stati Uniti. A lui dovrà il suo nome d'arte. Con Waters - che in I am Divine parla molto - girò nel '72 Pink Flamingos (nel quale mangia una cacca di cane), Polyester nell'81 e nell'88, poco prima di morire, il musical cult Hairspray, in Italia uscito con il brutto titolo di Grasso è bello. Fu anche cantante, attrice di cabaret; divenne, per forza di cose, un'icona gay e lottò per i diritti di quelli che oggi vanno sotto la sigla LGBT. Diceva che Divine era solo il suo strumento di lavoro, ma l'identificazione con il suo lavoro fu totale. Tra le sue battute più famose: "Per tutta la vita ho voluto sembrare Elizabeth Taylor. Adesso è Elizabeth Taylor che sembra me".
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Il 3 dicembre 1966 la regista Shirley Clarke e il suo compagno Carl Lee - che negli anni 70 sarebbe diventato uno degli attori neri più famosi degli Stati Uniti - si chiusero per dodici ore nell'appartamento della regista nel Chelsea Hotel di New York. Lee aveva chiesto a Holliday di raccontare la sua storia di barista, poi di eroinomane, di prigioniero in carcere e in cliniche mentali, e alla fine di prostituto. Lui la racconterà lungo dodici ore e il film, di quasi due, sarà presentato al New York Film Festival del 1967.
"Alla proiezione parteciparono Tennessee Williams, Norman Mailer, Andy Warhol, Elia Kazan" dice Ronald Chammah che attraverso la sua società "Les Films du Camélia" distribuisce Jason e altre tre opere di Shirley Clarke, riunite l'anno scorso in un festival al Centre Pompidou. "Ma, soprattutto, mentre la critica dei tempi non lo amò come avrebbe meritato, Ingmar Bergman definì il ritratto di Jason 'il film più straordinario che io abbia mai visto'. È stato restaurato da due archivisti e cinefili: Dennis Doros e sua moglie Amy Heller, attraverso la loro Milestone. Da dieci anni cercavo i film di Shirley Clarke, li avevo visti quando vivevo a Roma, negli anni 70, al Filmstudio a Trastevere e non mi sono mai più usciti di mente". Jason è un tipo affascinante, ma anche disperato. Dopo dodici ore di molto whisky e chissà che altro si accascerà piangendo, incalzato dalle domande fuori campo di Carl Lee. "La metà delle storie che racconta è falsa - dice Chammah - Jason è un mitomane, un attore, un tipo poco attendibile".
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La sfacciata Divine era invece la verità. Urlata, sputata, perfino sparata, letteralmente, sul pubblico. Il documentario di Schwarz ha un'andatura classica, tra spezzoni di film e testimonianze di chi la conobbe prima della morte avvenuta nel 1988, a 42 anni, per un attacco di asma dovuto probabilmente all'obesità. Alta quasi un metro e novanta, Divine era arrivata a pesare 140 chili. Bambino effemminato rifiutato dalla famiglia, il giovane Harris aveva avuto la fortuna di trovarsi come vicino di casa John Waters che sarebbe diventato il regista più d'avanguardia e più indipendente degli Stati Uniti. A lui dovrà il suo nome d'arte. Con Waters - che in I am Divine parla molto - girò nel '72 Pink Flamingos (nel quale mangia una cacca di cane), Polyester nell'81 e nell'88, poco prima di morire, il musical cult Hairspray, in Italia uscito con il brutto titolo di Grasso è bello. Fu anche cantante, attrice di cabaret; divenne, per forza di cose, un'icona gay e lottò per i diritti di quelli che oggi vanno sotto la sigla LGBT. Diceva che Divine era solo il suo strumento di lavoro, ma l'identificazione con il suo lavoro fu totale. Tra le sue battute più famose: "Per tutta la vita ho voluto sembrare Elizabeth Taylor. Adesso è Elizabeth Taylor che sembra me".