Spettacoli

Antonacci: "Sono un'eroina tutta sola"

La protagonista di Les Troyens di Berlioz: "Canto questo personaggio da dieci anni, mi piace perché vede la verità. Prediligo la musica francese Per il nostro repertorio c'è Monteverdi"

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MILANO. È CASSANDRA da dieci anni, Anna Caterina Antonacci, protagonista di Les Troyens di Berlioz, prima porzione della "dilogia" da Virgilio e Shakespeare, che ora interpreterà dall'8 aprile alla Scala, nell'edizione nata due anni fa al Covent Garden di Londra, allestimento di David McVicar e sul podio Antonio Pappano che fa il suo debutto da direttore d'opera nel teatro milanese. Nata a Ferrara, cresciuta a Bologna, dove ha studiato musica e ha scoperto il canto negli anni in cui era nel coro del Comunale, Anna Caterina Antonacci risiede da anni a Parigi, dove è stata insignita nel 2009 della Legion d'onore e s'è votata al repertorio francese dopo che in Italia aveva costruito l'ampio repertorio, da Monteverdi a oggi, nei registri di soprano e mezzosoprano. "Cassandra è il "mio" ruolo. Mi piace il carattere, la scrittura, tutto", ribadisce la Antonacci: "È una donna speciale. Autentica e pura, dotata di poteri non umani, quindi emarginata. La società, cioè il popolo troiano, la isola, non
l'ascolta".

Sacerdotessa e maga, come Armida o Medea: è il tipo di donna che predilige?
"Certo. Ma anche come le mozartiane Vitellia e Elettra. Cassandra è veggente, quasi suo malgrado. Vede la verità e, nonostante l'amore straziante per la sua città, i concittadini vorrebbero non vederla. L'angoscia profonda deriva dal non poter condividere questa sensazione reale e incombente. Il suo dramma tutto interiore mi piace".

Anche quando canta Medea punta sulla complicità femminile.
"A Medea sono arrivata tardi. Amerei farla di più ma la scrittura di Cherubini rende l'o- pera non facile da allestire. Sempre in quella lineadrammaticastopreparando Ifigenia in Taurisdi Gluck".

Vocalmente, è difficile un personaggio come Cassandra?
"No, comoda. Scrittura senza estremismi. È che non si deve far suonare Berlioz prewagneriano, come se fosse di fi- ne Ottocento: rimane un epigono di Gluck".

Le Troyens non è un'opera popolare in Italia.
"Ma è la più importante del teatro francese: ambiziosa e totale. Non si può amare Berlioz e quel romanticismo musicale senza essa: sarebbe come tentare di capire Leopardi solo dallo Zibaldone".

Bizet, Berlioz, Gluck, Cherubini: non le manca l'opera italiana?
"In questo momento non ho nostalgie, e a farmele passare bastano i ritorni al repertorio barocco, Haendel e Monteverdi soprattutto: il mio insostituibile "compagno di viaggio" musicale. Sono entusiasta dell'opera francese ma ancor più della letteratura cameristica, per voce e pianoforte. In questo momento rappresenta forse il mio maggior interesse di musicista e interprete".

Senza rinunciare alle avventure.
"Ogni recital è un itinerario speciale. E continuo a studiare: nel giugno 2015 a San Francisco sarà la Ciociara nell'opera omonima da Moravia che Marco Tutino sta finendo di scrivere".

Lei ha sempre convinto anche come attrice.
"Il canto è poco senza il testo, e la voce ha bisogno di gesto e figura. Amo lavorare con McVicar che sa (e rispetta) testo e musica, ma ha idee e le sa condividere con i cantanti".

Nell'Agrippina di Haendel con cui debuttò col regista inglese, l'ambientazione era contemporanea.
"Ma vicenda e personaggi c'erano, e ci siamo divertiti molto. Lo spostamento, com'è in Les Troyens, può rendere l'opera più appetibile al pubblico, non è una pregiudiziale. Altro discorso è il "teatro di regia" quando non lascia spazi all'interprete, e lo costringe a rispettare un ruolo nella macchina scenica e basta".

Prossime avventure vocali?
"Mi sono innamorata, della Voix humaine di Cocteau/Poulenc".

Come vive, da parigina acquisita, la crisi dei nostri teatri d'opera?
"Anche lì la crisi si sente. Ma c'è una maggiore reattività, e il pubblico è curioso. I teatri, anche di prosa, sono sempre pieni".