SI AVVICINA la data di uscita del film La sedia della felicità (il 24) che Carlo Mazzacurati ha fatto in tempo a finire e presentare al TFF. Angelo Barbagallo raccoglie in sé i requisiti ideali per un ritratto della personalità, per tracciare un profilo umano e artistico del regista padovano scomparso quest'inverno a 57 anni. Perché Barbagallo è stato il suo primo e il suo ultimo produttore, e in mezzo amico per tanti anni: nel 1987 realizzò il primo film di Carlo, Notte italiana (che fu anche il primo titolo prodotto dalla Sacher). L'ultimo perché, da tempo non più associato a Moretti, è stato sempre lui a seguire passo passo - qualcosa più che produrre, viste le condizioni particolari determinate dalla salute del regista - la nascita di un'opera che s'impone come un testamento di fiabesca e sorridente leggerezza.
Come vi siete conosciuti?
"Nel 1986 Nanni Moretti mi chiese di lavorare insieme alla nascita della Sacher, a certe condizioni: non si trattava solo di promuovere nuovi autori per noi interessanti, ma anche persone con le quali fosse piacevole trascorrere del tempo. E questo profilo riguardava espressamente Carlo: diciamo che era tagliato sulla sua misura. Nanni aveva già letto la sceneggiatura di Notte italiana e già pensava a lui come primo nome da produrre. Quella regola di Moretti mi è tornata in mente tante volte nel corso degli anni. Carlo vi si adattava perfettamente. Non solo era un regista speciale e un artista, un intellettuale curioso di tutto, ma era una persona piacevole, un grandissimo narratore. Gli piaceva scherzare, ridere, stare in compagnia".
Che tipo di persona era?
"Indiscutibilmente, a dispetto del carattere schivo, era un gran 'padrone di casa', era sempre lui in modo naturale il centro dell'attenzione. Tutti quelli che lo hanno conosciuto, avvicinato, diranno: è la persona che mi ha fatto ridere di più nella vita. Dopo quell'inizio l'ho ritrovato, professionalmente, per il suo ultimo film. Era già malato. I suoi erano sempre stati film intrisi di ironia e surreali ma avvolti da un velo di malinconia veneta. L'ultimo film no. I personaggi continuano ad essere quelli a lui cari, ma con una leggerezza e un'allegria che lui con grande determinazione ha voluto. Non ci voleva niente a portare il film su un terreno malinconico. Invece Carlo ha voluto un gioco, e si è veramente divertito nonostante le condizioni. Anche perché Valerio e Isabella (Mastandrea e Ragonese, ndr) con Giuseppe Battiston lo mettevano di buonumore, lo assecondavano nel suo cercare serenità".
Si percepisce davvero questo piccolo miracolo.
"Carlo aveva scritto il film prima di ammalarsi con questo tono allegro e i personaggi strampalati. Una storia di amicizia che diventa anche d'amore. Teneva molto al versante sentimentale della storia. Quando ho visto il film finito sono rimasto colpito dal tono, diverso da ogni altro precedente ma nello stesso tempo fatto dagli stessi suoi personaggi. Tornando a lavorarci dopo trent'anni ho avuto la conferma di quanto per lui fosse fondamentale la scrittura. Aveva idee molto chiare, aiutato dal saper scrivere ma anche dal saper disegnare benissimo. E dal saper comunicare a chi lavorava intorno a lui, con precisione, ciò che si proponeva".
Resta il rimpianto che le sue potenzialità avrebbero potuto portarlo a parlare a molta più gente.
"Sono d'accordo, ma non dimentichiamo che Carlo è stato sempre attratto da storie marginali e dai suoi adorati eroi un po' scalcagnati".
Non molto lontani e diversi da quelli dei Coen o di Wes Anderson. Che però hanno il vantaggio di essere americani.
"Il suo cinema avrebbe meritato di più, sono d'accordo. Senz'altro poteva aspirare a riconoscimenti più importanti. Quelli che altrove vengono celebrati come gioielli, da noi restano destinati a un angolo. Succede. Ma anche il caso conta, la partecipazione a un festival che cambia un destino com'è successo a Sorrentino con Cannes, che gli ha fatto fare un salto clamoroso. Carlo, ricordiamo anche questo, dopo un soggiorno romano di qualche anno ha preferito tornarsene nella sua Padova. Che forse sentiva stretta ma sapeva anche che quello era il suo elemento, nel bene e nel male: ne ha tratto moltissimo ma un po' lo ha anche condizionato. Ed è anche vero che a Roma, nel 1992, Carlo fece un film meraviglioso,Un'altra vita, che resta il mio preferito".
Era un film molto ispirato, che davvero lasciò il segno. Senza che gli sia stato riconosciuto tutto intero il merito che ebbe in quella stagione d'incertezza nel dare l'esempio e rilanciare il nostro cinema.
"Da padovano, seppe raccontare una Roma molto più vera di quanto il quel momento fossimo capaci noi romani. Non è comune il sentimento, così forte, di dolore e di mancanza che ha lasciato andandosene. Se ne stava nel suo angolo ma è stato un punto di riferimento per tanti che da lui si sono sentiti incoraggiati. E dopo la sua morte lo hanno testimoniato in molti. Basti pensare alle parole di affetto e riconoscenza che gli ha dedicato Paolo Virzì. Raro. Questo dipende da quanto ha fatto e lasciato come artista ma anche come essere umano".
Timido e appartato, ma nello stesso tempo un vulcano pieno di cose da dire.
"Colto e curioso, è la sintesi. Piacevole chiacchierare mangiare e bere insieme, ma erano sempre occasioni che ti lasciavano qualcosa. Sul set di questo ultimo film tutti gli hanno voluto bene, lo dico senza la minima retorica. Tutti sapevamo che sarebbe stato il suo ultimo film. Il rispetto e l'affetto, il desiderio di proteggerlo, la curiosità per il risultato, si sono mescolati in un clima di assoluta normalità. È stata un'esperienza specialissima".
Come vi siete conosciuti?
"Nel 1986 Nanni Moretti mi chiese di lavorare insieme alla nascita della Sacher, a certe condizioni: non si trattava solo di promuovere nuovi autori per noi interessanti, ma anche persone con le quali fosse piacevole trascorrere del tempo. E questo profilo riguardava espressamente Carlo: diciamo che era tagliato sulla sua misura. Nanni aveva già letto la sceneggiatura di Notte italiana e già pensava a lui come primo nome da produrre. Quella regola di Moretti mi è tornata in mente tante volte nel corso degli anni. Carlo vi si adattava perfettamente. Non solo era un regista speciale e un artista, un intellettuale curioso di tutto, ma era una persona piacevole, un grandissimo narratore. Gli piaceva scherzare, ridere, stare in compagnia".
Che tipo di persona era?
"Indiscutibilmente, a dispetto del carattere schivo, era un gran 'padrone di casa', era sempre lui in modo naturale il centro dell'attenzione. Tutti quelli che lo hanno conosciuto, avvicinato, diranno: è la persona che mi ha fatto ridere di più nella vita. Dopo quell'inizio l'ho ritrovato, professionalmente, per il suo ultimo film. Era già malato. I suoi erano sempre stati film intrisi di ironia e surreali ma avvolti da un velo di malinconia veneta. L'ultimo film no. I personaggi continuano ad essere quelli a lui cari, ma con una leggerezza e un'allegria che lui con grande determinazione ha voluto. Non ci voleva niente a portare il film su un terreno malinconico. Invece Carlo ha voluto un gioco, e si è veramente divertito nonostante le condizioni. Anche perché Valerio e Isabella (Mastandrea e Ragonese, ndr) con Giuseppe Battiston lo mettevano di buonumore, lo assecondavano nel suo cercare serenità".
Si percepisce davvero questo piccolo miracolo.
"Carlo aveva scritto il film prima di ammalarsi con questo tono allegro e i personaggi strampalati. Una storia di amicizia che diventa anche d'amore. Teneva molto al versante sentimentale della storia. Quando ho visto il film finito sono rimasto colpito dal tono, diverso da ogni altro precedente ma nello stesso tempo fatto dagli stessi suoi personaggi. Tornando a lavorarci dopo trent'anni ho avuto la conferma di quanto per lui fosse fondamentale la scrittura. Aveva idee molto chiare, aiutato dal saper scrivere ma anche dal saper disegnare benissimo. E dal saper comunicare a chi lavorava intorno a lui, con precisione, ciò che si proponeva".
Resta il rimpianto che le sue potenzialità avrebbero potuto portarlo a parlare a molta più gente.
"Sono d'accordo, ma non dimentichiamo che Carlo è stato sempre attratto da storie marginali e dai suoi adorati eroi un po' scalcagnati".
Non molto lontani e diversi da quelli dei Coen o di Wes Anderson. Che però hanno il vantaggio di essere americani.
"Il suo cinema avrebbe meritato di più, sono d'accordo. Senz'altro poteva aspirare a riconoscimenti più importanti. Quelli che altrove vengono celebrati come gioielli, da noi restano destinati a un angolo. Succede. Ma anche il caso conta, la partecipazione a un festival che cambia un destino com'è successo a Sorrentino con Cannes, che gli ha fatto fare un salto clamoroso. Carlo, ricordiamo anche questo, dopo un soggiorno romano di qualche anno ha preferito tornarsene nella sua Padova. Che forse sentiva stretta ma sapeva anche che quello era il suo elemento, nel bene e nel male: ne ha tratto moltissimo ma un po' lo ha anche condizionato. Ed è anche vero che a Roma, nel 1992, Carlo fece un film meraviglioso,Un'altra vita, che resta il mio preferito".
Era un film molto ispirato, che davvero lasciò il segno. Senza che gli sia stato riconosciuto tutto intero il merito che ebbe in quella stagione d'incertezza nel dare l'esempio e rilanciare il nostro cinema.
"Da padovano, seppe raccontare una Roma molto più vera di quanto il quel momento fossimo capaci noi romani. Non è comune il sentimento, così forte, di dolore e di mancanza che ha lasciato andandosene. Se ne stava nel suo angolo ma è stato un punto di riferimento per tanti che da lui si sono sentiti incoraggiati. E dopo la sua morte lo hanno testimoniato in molti. Basti pensare alle parole di affetto e riconoscenza che gli ha dedicato Paolo Virzì. Raro. Questo dipende da quanto ha fatto e lasciato come artista ma anche come essere umano".
Timido e appartato, ma nello stesso tempo un vulcano pieno di cose da dire.
"Colto e curioso, è la sintesi. Piacevole chiacchierare mangiare e bere insieme, ma erano sempre occasioni che ti lasciavano qualcosa. Sul set di questo ultimo film tutti gli hanno voluto bene, lo dico senza la minima retorica. Tutti sapevamo che sarebbe stato il suo ultimo film. Il rispetto e l'affetto, il desiderio di proteggerlo, la curiosità per il risultato, si sono mescolati in un clima di assoluta normalità. È stata un'esperienza specialissima".