"Lui è Pivio, io sono Aldo De Scalzi. La prima cosa che devo dire - me la sono preparata da anni - è che non siamo fratelli, siamo sposati ma con due signore che stanno là in mezzo...". Era dal 1997, da quando la supercoppia musicale del cinema italiano firmò la sua prima, fortunata colonna sonora per il grande schermo (era Il bagno turco di Ferzan Ozpetek) che De Scalzi aveva quel sassolino da togliersi dalla scarpa. Lo ha fatto davanti alla platea dei David di Donatello 2014, appena proclamato vincitore con il socio (Pivio, all'anagrafe Roberto Pischiutta) nella categoria miglior musicista per Song 'e Napule, il film dei fratelli Manetti. Pivio e Aldo fanno coppia artistica da una vita e finalmente nessuno li scambierà più per fratelli. Piuttosto "brothers in arms", come dicono gli inglesi. Insieme hanno realizzato più di cinquanta colonne sonore per il cinema, al servizio di D'Alatri, Manfredonia, Martinelli, Monteleone, Zarantonello, Giacomo Battiato, Alessandro Gassman e molti altri, altrettante per la televisione, comprese undici edizioni di Distretto di polizia e altre serie di successo, come L'ispettore Coliandro, una decina per il teatro, senza contare la loro "discografia essenziale" che comprende oltre 70 titoli a nome della coppia e altro ancora. Sono stati nominati cinque volte ai David di Donatello per la miglior colonna sonora, per due volte sono stati premiati con il Globo d'oro (la colonna sonora di Song 'e Napule ha bissato pochi giorni fa quella del film d'esordio con Alessandro Gassman) e tutta la loro carriera è costellata da riconoscimenti preziosi.
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Come si concilia qualità e quantità? Lavorando 24 ore al giorno?
De Scalzi: "Tra queste due cose, quella che puoi scegliere liberamente è la qualità. La quantità dipende dalle richieste. Certo, è pur vero che se hai cose dire puoi produrre tutto quello che vuoi. Magari ti resta nel cassetto ma, con la possibilità di divulgazione di oggi, è davvero difficile che rimanga lì a lungo".
Pivio: "Ammesso che la nostra produzione sia di qualità - sulla quantità direi che ormai non ci sono troppi dubbi: il nostro repertorio si aggira a oggi intorno alle tremila composizioni - credo che la formula magica sia la passione mista a continua curiosità. Una passione autentica che nel 1997, l'anno di uscita del nostro primo fortunato film Hamam - Il bagno turco diretto dall'allora esordiente Ferzan Ozpetek mi ha fatto dimenticare un'avviata carriera di manager per scegliere ciò che probabilmente avrei sempre voluto fare ma che non osavo dichiarare: vivere di musica. La più diversa. Nessun confine... Condivido con Aldo la 'necessità' di non ripeterci, di cercare di spostare il paletto della nostra ricerca musicale sempre un po' più in alto o in una nuova posizione. Siamo stati conosciuti inizialmente per le nostre vicende musicali associate al marchio Trancendental, musica di evidente ispirazione etnica ma sempre comunque traslata dalla nostra personalità, ma da quegli esordi abbiamo cercato di battere altre strade: musica sinfonica, funky, rock, gospel, hip-hop e altro ancora. Ci manca giusto il bluegrass che, come insegna Tim Burton in Mars attack, potrebbe tornarci utile per combattere gli alieni...".
Siete considerati degli alchimisti del rapporto immagine/suono. Alchimisti si diventa o si nasce?
DS: "Credo di poter affermare che... curiosi di nasce. Quindi ci si evolve sperimentatori, ergo: alchimisti si diventa per curiosità. La verità è che sperimentare combinazioni sonore e 'smanettare' era già divertente quando non c'era tutta questa tecnologia a disposizione, figurati adesso. È vero che la tecnologia è più a portata di tutti ma è anche vero che noi siamo avvantaggiati avendo avuto la fortuna di lavorare sulle macchine analogiche".
P: "Credo che siano vere entrambe le cose. Io ho iniziato a vedere tanti film da piccolissimo, grazie a mio padre. All'epoca vivevo a Sampierdarena, una delegazione di Genova (questo spiega in parte la mia affezione per la Sampdoria, e qui Aldo avrebbe un sacco di cose da dire, soprattutto ora che la nuova proprietà non sembra apprezzare l'inno attuale che, combinazione, è stato scritto proprio da Aldo e da suo fratello, quello vero, Vittorio De Scalzi). Ogni settimana la mia mente veniva stimolata dai film tipici dell'epoca: western, peplum, alieni... Con un biglietto al cinema Massimo potevi vedere due film diversi nella stessa sala, quando ancora l'idea di multisala era fantascienza. Col passar del tempo ho continuato a frequentare i cinema, i cineclub e tutto ciò che mi permettesse di vedere quanti più film possibile. Credo che questa 'scuola' abbia fortemente influenzato la mia attenzione e sensibilità per il suono e le immagini. Da qualche anno collaboro con il CSC, Il Centro Sperimentale di Cinematografia, la nostra scuola nazionale di cinema, e ogni volta affronto il problema del rapporto suono/immagine ma se dovessi spiegarlo solo a parole non ci riuscirei: il rapporto suono/immagine per me può essere spiegato solo... con suoni ed immagini!".
Si vive serenamente anche senza insigniti dei premi, ma quando avete ritirato il David di Donatello sembravate parecchio emozionati...
DS: "Beh, siamo stati ben altre quattro volte alla cerimonia di premiazione dei David e questa quinta volta eravamo un po' disillusi. Tra gli altri nominati figuravano film come La grande bellezza (Premio Oscar!) e Il capitale umano, autori come Lele Marchitelli, Pasquale Catalano, Carlo Virzì, insomma non esattamente gli ultimi arrivati, quindi di finire davanti a loro proprio non ce lo aspettavamo. Inoltre si era insediato in noi il dubbio che il premio per queste categorie tecniche dipendesse un po' dalla quantità di voti che può muovere una grossa produzione rispetto a una più piccola. Direi che ci siamo sbagliati e questo ci gratifica maggiormente per l'apprezzamento del lavoro fatto".
P: "Che strana serata. Va immediatamente fatto notare che dall'Accademia del David di Donatello non trapela niente: i vincitori capiscono di aver vinto solo al momento dell'annuncio ufficiale. Quindi l'emozione era assolutamente sincera. Song 'e Napule, il film per cui abbiamo ricevuto questo prestigioso premio e dopo due giorni anche il Globo d'oro della stampa estera, è un film indipendente distribuito da una piccolissima casa di distribuzione, Microcinema. Avevamo contro, tra gli altri, due colossi come i film di Sorrentino e quello di Virzì, che infatti si sono praticamente spartiti tutti gli altri premi. E invece ce l'abbiamo fatta, poi è arrivato il bis con il Globo d'Oro. A breve ci saranno i Nastri d'argento e c'è chi invoca il triplete!".
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Avete lavorato con tanti registi, ma con i fratelli Manetti avete un legame d'acciaio: quattro film per il cinema, la serie televisiva di Coliandro, ora Rex 7. Cosa vi lega così saldamente a Marco e Antonio Manetti?
DS: "La grande fiducia che loro ripongono in noi, che è totalmente corrisposta. Lasciandoci 'lavorare in pace' creano i presupposti da parte nostra per una produzione musicale libera, creativa e che ci convince. E se convince noi, ci sono altissime probabilità che possa convincere il resto del mondo. Non ultimo il fatto che i Manetti, come noi, sono grandi sperimentatori e non si fermano davanti a niente. Insomma, la condizione ideale per esprimere il massimo".
P: "Con Marco e Antonio è stato 'amore a prima vista'. In effetti abbiamo iniziato a collaborare con loro in occasione della puntata pilota de L'Ispettore Coliandro nel 2003-2004. Quello che ci ha colpito immediatamente è stata la loro assoluta indipendenza dalle logiche produttive del cinema e della televisione mainstream. Indipendenza continuamente ribadita negli anni con una tenacia che prima o poi andava premiata. E poi il loro essere 'diretti': fanno un cinema che punta senza troppe iperboli all'intrattenimento. Insieme abbiamo potuto sperimentare con il massimo rispetto reciproco per le differenti competenze una quantità impressionante di generi cinematografici e musicali. Senza troppe sovrastrutture e filtri. E con tanta complicità. Sono convinto che tutto ciò abbia fortemente contribuito ai loro recenti successi. Credo non sia un caso che sotto la loro direzione la serie televisiva Rex abbia cambiato passo con conseguente rilancio internazionale. Poi, che si può dire di fronte a due registi che vincono in Giappone il premio 'Bat Boy Award' per il film L'arrivo di Wang con la seguente motivazione: 'perché è un film che ha dato gioia ai giapponesi'? Chapeau".
Un altro vostro cliente abituale è Alessandro Gassman...
DS: "Vale lo stesso discorso: la fiducia e l'entusiasmo di un amico e non solo perché ti è amico ma perché sa che interpreti perfettamente le sue richieste e spesso al di là delle sue aspettative. Anche lui è un grande sperimentatore e il suo spettacolo teatrale Riccardo III ne è un chiaro esempio".
P: "Con Alessandro è nata una profonda amicizia in occasione di Hamam - il bagno turco dove lui era il protagonista. Ricordo ancora l'emozione che ho provato a Cannes nel 1997 quando mi sono ritrovato catapultato all'interno del festival. Da quel giorno abbiamo iniziato a collaborare ininterrottamente con lui a tutti i suoi lavori teatrali innanzitutto e poi l'anno scorso al suo film d'esordio alla regia, Razzabastarda. Un film duro, spietato, con una fotografia (di Federico Schlatter) che non lascia scampo. Indipendente, anche lui. Al momento dell'uscita del film Alessandro ha ingiustamente pagato un prezzo troppo alto per essere anche lui al di fuori degli schemi (e, considerato il numero davvero risibile di copie con cui è uscito, anche al di fuori degli schermi). Ora che il film inizia a essere visto sui circuiti televisivi a pagamento si grida alla grande opera... Ci sarebbe da discutere parecchio sulle logiche distributive e di mercato che ormai da troppo tempo relegano l'Italia a produrre sostanzialmente commedie, peraltro non sempre riuscitissime, e che quindi ben poco spazio lasciano a quel cinema che negli anni passati è stato il nostro fiore all'occhiello in tutto il mondo, fonte di ispirazione dei più grandi registi d'oltremanica. Ad ogni modo, prossimamente saremo di nuovo impegnati sulla sua nuova opera teatrale Sette minuti e comunque altre cose interessanti bollono in pentola. Alessandro, proprio come i Manetti Bros, è instancabile".
È il vostro committente che vi sceglie o viceversa? O magari è una scelta reciproca?
DS: "La prima che hai detto... speriamo che sia perché ha sentito quello che facciamo! Scherzi a parte, i premi un po' servono a questo, a suscitare maggiore interesse sul lavoro di autori come noi"
P: "Andrebbe meglio identificata la figura del committente. Di solito succede che sia il regista a contattarci. Nel tempo si sono creati dei rapporti di fiducia e di amicizia con alcuni di questi (con Enzo Monteleone, per esempio, con cui stiamo attualmente lavorando sulla sua miniserie per RaiUno Non chiedere perché, tuttora in fase di riprese; con Giambattista Avellino, con Enrico Caria, con Giacomo Battiato col quale stiamo iniziando a discutere di un grosso progetto internazionale). Poi ci sono le emittenti televisive: a volte è successo che fosse direttamente Rai o Mediaset a contattarci. In questo caso i rapporti sono necessariamente più formali ma possono dare luogo a situazioni interessanti. In realtà con Aldo da tempo stiamo pensando di realizzare una ipotetica colonna sonora per un film che in realtà non esiste per provare a ribaltare gli equilibri: 'ecco, questa è la colonna sonora: fateci un film'. Credo che sarebbe un esperimento interessante".
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Avete firmato film di successo e altri parecchio controversi, penso a Box Office - 3D di Ezio Greggio e al Barbarossa di Martinelli. Qual è il confine del compromesso, per Pivio e Aldo De Scalzi?
DS: "Personalmente, parlando dei film che hai citato, non li ho mai considerati compromessi. Ho sempre cercato di affrontare qualunque tipo di lavoro allo stesso modo, cercando di sperimentare il più possibile e cercando strade che magari mi sembravano ostiche. Ti dirò che proprio Barbarossa, secondo me, resta uno dei nostri lavori orchestrali più complessi e interessanti".
P: "In verità il nostro approccio, qualsiasi sia il film sul quale stiamo lavorando, è trovare un mondo sonoro che sia funzionale al film stesso e che ci permetta di divertirci e sperimentare. Per Barbarossa, per esempio, abbiamo potuto realizzare una colonna sonora molto epica, cosa che non avevamo ancora sviluppato e che continua a fare il giro del mondo. Non voglio fare necessariamente un confronto con certo cinema italiano del passato che, se non fosse stato per gente come Quentin Tarantino o Martin Scorsese, giusto per citarne un paio, che hanno attinto a piene mani anche da opere italiane considerate di serie B, sarebbe rimasto nell'immaginario di pochi, però credo che anche dalla continua sperimentazione anche su progetti che a volte possono sembrare discutibili possano nascere cose interessanti. Come diceva un illustre concittadino: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Dopo il David e il Globo d'oro a cosa puntate? Proviamo a sognare in grande: concorrere per l'Oscar è un vostro obiettivo?
DS: "Più che raggiungere l'Oscar che, tutto sommato, sarebbe più a portata di mano (magari un film dei Manetti un giorno ci arriva...) ci piacerebbe lavorare per una produzione estera seria, dove per seria intendo con budget decenti, tempistiche dignitose e rispetto delle competenze. Abbiamo recentemente composto le musiche di un film tv per la Francia e non vediamo l'ora di ripetere l'esperienza".
P: "Chiunque faccia film ha in cuor suo la lontanissima speranza di poter vivere quell'emozione. Pensa, abbiamo rischiato di arrivarci già in occasione del nostro film d'esordio... Proprio in questo momento ci stiamo realmente affacciando al mercato americano con due opere molto diverse tra di loro e che saranno nelle sale entro settembre. La prima è The butterfly room, film di Jonathan Zarantonello, thriller che può vantare un cast internazionale di tutto rispetto per gli amanti del genere (una su tutti, la protagonista Barbara Steele, un'icona, star immensa dell'horror anni 60/70, presente anche in 8 e mezzo di Fellini). E poi c'è il caso del momento: Monk with a camera, un documentario che sta spopolando a livello mondiale:, recentemente è uscito a Taiwan, Australia, India. È la storia di Nicholas Vreeland, il nipote della storica direttrice di Vogue Diane Vreeland, un famoso fotografo del jet-set e del mondo della moda che è poi diventato il primo abate occidentale a condurre un monastero buddista in Tibet, monastero ricostruito grazie al suo ritorno, questa volta da monaco, dietro la macchina fotografica. Nel documentario, diretto da Guido Santi e dall'americana Tina Mascara, di evidenti origini italiane, è raccontata la sua folle storia con il contributo di personaggi come il Dalai Lama e Richard Gere. Per l'occasione Aldo e io abbiamo affrontato la colonna sonora ispirandoci al minimalismo americano degli anni 70 con anche evidenti e ossequiose citazioni di maestri come Steve Reich e Philip Glass. Per l'occasione siamo riusciti a coinvolgere gli Gnu Quartet, in questo momento decisamente sulla cresta dell'onda".
La crisi è ovunque, ma il cinema italiano in apparenza ancora tira. Scrivere colonne sonore rende ricchi?
DS: "Il cinema italiano ancora tira? Davvero? Chi lo dice? In realtà, parlando con le varie produzioni, soprattutto al momento dello stanziamento di un budget per le musiche, non si direbbe, quanto meno a detta loro! Scrivere colonne sonore rende liberi di creare musiche e usare sonorità distanti anni luce da quello che sono i dogmi delle radio e della discografia (ammesso che esista ancora una discografia) quindi... rende ricchissimi dentro".
P: "Durante la cerimonia di presentazione dei candidati al David di Donatello di quest'anno Giuliano Montaldo, altro celebre conterraneo, ha riportato al Presidente della Repubblica un aneddoto in cui si parlava della crisi del cinema italiano... degli anni 50! È davvero complicato parlare in poche battute della crisi del cinema italiano. Credo che il mondo politico abbia cavalcato pesantemente negli ultimi anni l'idea che che il nostro cinema sia fatto da privilegiati, radical-chic, insomma gentaglia. C'è chi ha addirittura affermato che 'con la cultura non si mangia', volutamente ignorando il fatto che, per esempio, i cugini francesi sono riusciti a mettere in piedi investimenti tali che ora il mercato culturale nazionale ha di gran lunga superato il fatturato proveniente dal mondo automobilistico. Ignorando che sono centinaia di migliaia di persone, onesti artigiani e professionisti, quelli che afferiscono e vivono in vari modi grazie proprio a cinema e televisione. Il fatto è che la cultura rende liberi e si preferisce avere a che fare con un popolo che pensa poco, perché un popolo che non pensa può essere controllato facilmente. Cosa c'entra questo con la possibilità di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro (in questo caso musicale)? C'entra, eccome se c'entra. Ti assicuro che sono moltissimi quelli che fanno cinema in Italia e che, tranne pochissimi 'eletti', fanno i conti giornalmente con la necessità di sopravvivere. Però tengono duro, precari fino in fondo, ma eroi! Attori, tecnici, sceneggiatori, direttori di fotografia, ecc. Tutta gente che fuori dai nostri confini avrebbe trovato tante occasioni di soddisfazione artistica e probabilmente anche economica. Aldo e io continuiamo a testa bassa e con noi tanti nostri amici colleghi compositori e musicisti. Stiamo cercando nuove formule produttive per bypassare questi problemi. Abbiamo creato una nostra società di produzioni e edizioni musicali, la Creuza, l'etichetta discografica I dischi dell'espleta, e cerchiamo se possibile di mantenere il controllo di tutto quello che produciamo. Noi non molliamo".
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Come si concilia qualità e quantità? Lavorando 24 ore al giorno?
De Scalzi: "Tra queste due cose, quella che puoi scegliere liberamente è la qualità. La quantità dipende dalle richieste. Certo, è pur vero che se hai cose dire puoi produrre tutto quello che vuoi. Magari ti resta nel cassetto ma, con la possibilità di divulgazione di oggi, è davvero difficile che rimanga lì a lungo".
Pivio: "Ammesso che la nostra produzione sia di qualità - sulla quantità direi che ormai non ci sono troppi dubbi: il nostro repertorio si aggira a oggi intorno alle tremila composizioni - credo che la formula magica sia la passione mista a continua curiosità. Una passione autentica che nel 1997, l'anno di uscita del nostro primo fortunato film Hamam - Il bagno turco diretto dall'allora esordiente Ferzan Ozpetek mi ha fatto dimenticare un'avviata carriera di manager per scegliere ciò che probabilmente avrei sempre voluto fare ma che non osavo dichiarare: vivere di musica. La più diversa. Nessun confine... Condivido con Aldo la 'necessità' di non ripeterci, di cercare di spostare il paletto della nostra ricerca musicale sempre un po' più in alto o in una nuova posizione. Siamo stati conosciuti inizialmente per le nostre vicende musicali associate al marchio Trancendental, musica di evidente ispirazione etnica ma sempre comunque traslata dalla nostra personalità, ma da quegli esordi abbiamo cercato di battere altre strade: musica sinfonica, funky, rock, gospel, hip-hop e altro ancora. Ci manca giusto il bluegrass che, come insegna Tim Burton in Mars attack, potrebbe tornarci utile per combattere gli alieni...".
Siete considerati degli alchimisti del rapporto immagine/suono. Alchimisti si diventa o si nasce?
DS: "Credo di poter affermare che... curiosi di nasce. Quindi ci si evolve sperimentatori, ergo: alchimisti si diventa per curiosità. La verità è che sperimentare combinazioni sonore e 'smanettare' era già divertente quando non c'era tutta questa tecnologia a disposizione, figurati adesso. È vero che la tecnologia è più a portata di tutti ma è anche vero che noi siamo avvantaggiati avendo avuto la fortuna di lavorare sulle macchine analogiche".
P: "Credo che siano vere entrambe le cose. Io ho iniziato a vedere tanti film da piccolissimo, grazie a mio padre. All'epoca vivevo a Sampierdarena, una delegazione di Genova (questo spiega in parte la mia affezione per la Sampdoria, e qui Aldo avrebbe un sacco di cose da dire, soprattutto ora che la nuova proprietà non sembra apprezzare l'inno attuale che, combinazione, è stato scritto proprio da Aldo e da suo fratello, quello vero, Vittorio De Scalzi). Ogni settimana la mia mente veniva stimolata dai film tipici dell'epoca: western, peplum, alieni... Con un biglietto al cinema Massimo potevi vedere due film diversi nella stessa sala, quando ancora l'idea di multisala era fantascienza. Col passar del tempo ho continuato a frequentare i cinema, i cineclub e tutto ciò che mi permettesse di vedere quanti più film possibile. Credo che questa 'scuola' abbia fortemente influenzato la mia attenzione e sensibilità per il suono e le immagini. Da qualche anno collaboro con il CSC, Il Centro Sperimentale di Cinematografia, la nostra scuola nazionale di cinema, e ogni volta affronto il problema del rapporto suono/immagine ma se dovessi spiegarlo solo a parole non ci riuscirei: il rapporto suono/immagine per me può essere spiegato solo... con suoni ed immagini!".
Si vive serenamente anche senza insigniti dei premi, ma quando avete ritirato il David di Donatello sembravate parecchio emozionati...
DS: "Beh, siamo stati ben altre quattro volte alla cerimonia di premiazione dei David e questa quinta volta eravamo un po' disillusi. Tra gli altri nominati figuravano film come La grande bellezza (Premio Oscar!) e Il capitale umano, autori come Lele Marchitelli, Pasquale Catalano, Carlo Virzì, insomma non esattamente gli ultimi arrivati, quindi di finire davanti a loro proprio non ce lo aspettavamo. Inoltre si era insediato in noi il dubbio che il premio per queste categorie tecniche dipendesse un po' dalla quantità di voti che può muovere una grossa produzione rispetto a una più piccola. Direi che ci siamo sbagliati e questo ci gratifica maggiormente per l'apprezzamento del lavoro fatto".
P: "Che strana serata. Va immediatamente fatto notare che dall'Accademia del David di Donatello non trapela niente: i vincitori capiscono di aver vinto solo al momento dell'annuncio ufficiale. Quindi l'emozione era assolutamente sincera. Song 'e Napule, il film per cui abbiamo ricevuto questo prestigioso premio e dopo due giorni anche il Globo d'oro della stampa estera, è un film indipendente distribuito da una piccolissima casa di distribuzione, Microcinema. Avevamo contro, tra gli altri, due colossi come i film di Sorrentino e quello di Virzì, che infatti si sono praticamente spartiti tutti gli altri premi. E invece ce l'abbiamo fatta, poi è arrivato il bis con il Globo d'Oro. A breve ci saranno i Nastri d'argento e c'è chi invoca il triplete!".
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Avete lavorato con tanti registi, ma con i fratelli Manetti avete un legame d'acciaio: quattro film per il cinema, la serie televisiva di Coliandro, ora Rex 7. Cosa vi lega così saldamente a Marco e Antonio Manetti?
DS: "La grande fiducia che loro ripongono in noi, che è totalmente corrisposta. Lasciandoci 'lavorare in pace' creano i presupposti da parte nostra per una produzione musicale libera, creativa e che ci convince. E se convince noi, ci sono altissime probabilità che possa convincere il resto del mondo. Non ultimo il fatto che i Manetti, come noi, sono grandi sperimentatori e non si fermano davanti a niente. Insomma, la condizione ideale per esprimere il massimo".
P: "Con Marco e Antonio è stato 'amore a prima vista'. In effetti abbiamo iniziato a collaborare con loro in occasione della puntata pilota de L'Ispettore Coliandro nel 2003-2004. Quello che ci ha colpito immediatamente è stata la loro assoluta indipendenza dalle logiche produttive del cinema e della televisione mainstream. Indipendenza continuamente ribadita negli anni con una tenacia che prima o poi andava premiata. E poi il loro essere 'diretti': fanno un cinema che punta senza troppe iperboli all'intrattenimento. Insieme abbiamo potuto sperimentare con il massimo rispetto reciproco per le differenti competenze una quantità impressionante di generi cinematografici e musicali. Senza troppe sovrastrutture e filtri. E con tanta complicità. Sono convinto che tutto ciò abbia fortemente contribuito ai loro recenti successi. Credo non sia un caso che sotto la loro direzione la serie televisiva Rex abbia cambiato passo con conseguente rilancio internazionale. Poi, che si può dire di fronte a due registi che vincono in Giappone il premio 'Bat Boy Award' per il film L'arrivo di Wang con la seguente motivazione: 'perché è un film che ha dato gioia ai giapponesi'? Chapeau".
Un altro vostro cliente abituale è Alessandro Gassman...
DS: "Vale lo stesso discorso: la fiducia e l'entusiasmo di un amico e non solo perché ti è amico ma perché sa che interpreti perfettamente le sue richieste e spesso al di là delle sue aspettative. Anche lui è un grande sperimentatore e il suo spettacolo teatrale Riccardo III ne è un chiaro esempio".
P: "Con Alessandro è nata una profonda amicizia in occasione di Hamam - il bagno turco dove lui era il protagonista. Ricordo ancora l'emozione che ho provato a Cannes nel 1997 quando mi sono ritrovato catapultato all'interno del festival. Da quel giorno abbiamo iniziato a collaborare ininterrottamente con lui a tutti i suoi lavori teatrali innanzitutto e poi l'anno scorso al suo film d'esordio alla regia, Razzabastarda. Un film duro, spietato, con una fotografia (di Federico Schlatter) che non lascia scampo. Indipendente, anche lui. Al momento dell'uscita del film Alessandro ha ingiustamente pagato un prezzo troppo alto per essere anche lui al di fuori degli schemi (e, considerato il numero davvero risibile di copie con cui è uscito, anche al di fuori degli schermi). Ora che il film inizia a essere visto sui circuiti televisivi a pagamento si grida alla grande opera... Ci sarebbe da discutere parecchio sulle logiche distributive e di mercato che ormai da troppo tempo relegano l'Italia a produrre sostanzialmente commedie, peraltro non sempre riuscitissime, e che quindi ben poco spazio lasciano a quel cinema che negli anni passati è stato il nostro fiore all'occhiello in tutto il mondo, fonte di ispirazione dei più grandi registi d'oltremanica. Ad ogni modo, prossimamente saremo di nuovo impegnati sulla sua nuova opera teatrale Sette minuti e comunque altre cose interessanti bollono in pentola. Alessandro, proprio come i Manetti Bros, è instancabile".
È il vostro committente che vi sceglie o viceversa? O magari è una scelta reciproca?
DS: "La prima che hai detto... speriamo che sia perché ha sentito quello che facciamo! Scherzi a parte, i premi un po' servono a questo, a suscitare maggiore interesse sul lavoro di autori come noi"
P: "Andrebbe meglio identificata la figura del committente. Di solito succede che sia il regista a contattarci. Nel tempo si sono creati dei rapporti di fiducia e di amicizia con alcuni di questi (con Enzo Monteleone, per esempio, con cui stiamo attualmente lavorando sulla sua miniserie per RaiUno Non chiedere perché, tuttora in fase di riprese; con Giambattista Avellino, con Enrico Caria, con Giacomo Battiato col quale stiamo iniziando a discutere di un grosso progetto internazionale). Poi ci sono le emittenti televisive: a volte è successo che fosse direttamente Rai o Mediaset a contattarci. In questo caso i rapporti sono necessariamente più formali ma possono dare luogo a situazioni interessanti. In realtà con Aldo da tempo stiamo pensando di realizzare una ipotetica colonna sonora per un film che in realtà non esiste per provare a ribaltare gli equilibri: 'ecco, questa è la colonna sonora: fateci un film'. Credo che sarebbe un esperimento interessante".
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Avete firmato film di successo e altri parecchio controversi, penso a Box Office - 3D di Ezio Greggio e al Barbarossa di Martinelli. Qual è il confine del compromesso, per Pivio e Aldo De Scalzi?
DS: "Personalmente, parlando dei film che hai citato, non li ho mai considerati compromessi. Ho sempre cercato di affrontare qualunque tipo di lavoro allo stesso modo, cercando di sperimentare il più possibile e cercando strade che magari mi sembravano ostiche. Ti dirò che proprio Barbarossa, secondo me, resta uno dei nostri lavori orchestrali più complessi e interessanti".
P: "In verità il nostro approccio, qualsiasi sia il film sul quale stiamo lavorando, è trovare un mondo sonoro che sia funzionale al film stesso e che ci permetta di divertirci e sperimentare. Per Barbarossa, per esempio, abbiamo potuto realizzare una colonna sonora molto epica, cosa che non avevamo ancora sviluppato e che continua a fare il giro del mondo. Non voglio fare necessariamente un confronto con certo cinema italiano del passato che, se non fosse stato per gente come Quentin Tarantino o Martin Scorsese, giusto per citarne un paio, che hanno attinto a piene mani anche da opere italiane considerate di serie B, sarebbe rimasto nell'immaginario di pochi, però credo che anche dalla continua sperimentazione anche su progetti che a volte possono sembrare discutibili possano nascere cose interessanti. Come diceva un illustre concittadino: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
Dopo il David e il Globo d'oro a cosa puntate? Proviamo a sognare in grande: concorrere per l'Oscar è un vostro obiettivo?
DS: "Più che raggiungere l'Oscar che, tutto sommato, sarebbe più a portata di mano (magari un film dei Manetti un giorno ci arriva...) ci piacerebbe lavorare per una produzione estera seria, dove per seria intendo con budget decenti, tempistiche dignitose e rispetto delle competenze. Abbiamo recentemente composto le musiche di un film tv per la Francia e non vediamo l'ora di ripetere l'esperienza".
P: "Chiunque faccia film ha in cuor suo la lontanissima speranza di poter vivere quell'emozione. Pensa, abbiamo rischiato di arrivarci già in occasione del nostro film d'esordio... Proprio in questo momento ci stiamo realmente affacciando al mercato americano con due opere molto diverse tra di loro e che saranno nelle sale entro settembre. La prima è The butterfly room, film di Jonathan Zarantonello, thriller che può vantare un cast internazionale di tutto rispetto per gli amanti del genere (una su tutti, la protagonista Barbara Steele, un'icona, star immensa dell'horror anni 60/70, presente anche in 8 e mezzo di Fellini). E poi c'è il caso del momento: Monk with a camera, un documentario che sta spopolando a livello mondiale:, recentemente è uscito a Taiwan, Australia, India. È la storia di Nicholas Vreeland, il nipote della storica direttrice di Vogue Diane Vreeland, un famoso fotografo del jet-set e del mondo della moda che è poi diventato il primo abate occidentale a condurre un monastero buddista in Tibet, monastero ricostruito grazie al suo ritorno, questa volta da monaco, dietro la macchina fotografica. Nel documentario, diretto da Guido Santi e dall'americana Tina Mascara, di evidenti origini italiane, è raccontata la sua folle storia con il contributo di personaggi come il Dalai Lama e Richard Gere. Per l'occasione Aldo e io abbiamo affrontato la colonna sonora ispirandoci al minimalismo americano degli anni 70 con anche evidenti e ossequiose citazioni di maestri come Steve Reich e Philip Glass. Per l'occasione siamo riusciti a coinvolgere gli Gnu Quartet, in questo momento decisamente sulla cresta dell'onda".
La crisi è ovunque, ma il cinema italiano in apparenza ancora tira. Scrivere colonne sonore rende ricchi?
DS: "Il cinema italiano ancora tira? Davvero? Chi lo dice? In realtà, parlando con le varie produzioni, soprattutto al momento dello stanziamento di un budget per le musiche, non si direbbe, quanto meno a detta loro! Scrivere colonne sonore rende liberi di creare musiche e usare sonorità distanti anni luce da quello che sono i dogmi delle radio e della discografia (ammesso che esista ancora una discografia) quindi... rende ricchissimi dentro".
P: "Durante la cerimonia di presentazione dei candidati al David di Donatello di quest'anno Giuliano Montaldo, altro celebre conterraneo, ha riportato al Presidente della Repubblica un aneddoto in cui si parlava della crisi del cinema italiano... degli anni 50! È davvero complicato parlare in poche battute della crisi del cinema italiano. Credo che il mondo politico abbia cavalcato pesantemente negli ultimi anni l'idea che che il nostro cinema sia fatto da privilegiati, radical-chic, insomma gentaglia. C'è chi ha addirittura affermato che 'con la cultura non si mangia', volutamente ignorando il fatto che, per esempio, i cugini francesi sono riusciti a mettere in piedi investimenti tali che ora il mercato culturale nazionale ha di gran lunga superato il fatturato proveniente dal mondo automobilistico. Ignorando che sono centinaia di migliaia di persone, onesti artigiani e professionisti, quelli che afferiscono e vivono in vari modi grazie proprio a cinema e televisione. Il fatto è che la cultura rende liberi e si preferisce avere a che fare con un popolo che pensa poco, perché un popolo che non pensa può essere controllato facilmente. Cosa c'entra questo con la possibilità di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro (in questo caso musicale)? C'entra, eccome se c'entra. Ti assicuro che sono moltissimi quelli che fanno cinema in Italia e che, tranne pochissimi 'eletti', fanno i conti giornalmente con la necessità di sopravvivere. Però tengono duro, precari fino in fondo, ma eroi! Attori, tecnici, sceneggiatori, direttori di fotografia, ecc. Tutta gente che fuori dai nostri confini avrebbe trovato tante occasioni di soddisfazione artistica e probabilmente anche economica. Aldo e io continuiamo a testa bassa e con noi tanti nostri amici colleghi compositori e musicisti. Stiamo cercando nuove formule produttive per bypassare questi problemi. Abbiamo creato una nostra società di produzioni e edizioni musicali, la Creuza, l'etichetta discografica I dischi dell'espleta, e cerchiamo se possibile di mantenere il controllo di tutto quello che produciamo. Noi non molliamo".