ROMA - Al regista Pupi Avati bastano poche parole per rendere più terrena l'irraggiungibile Sharon Stone, tra le protagoniste del suo ultimo film Un ragazzo d'oro, in uscita nelle sale italiane il 18 settembre. "Quando è arrivata sul set con cinque guardie del corpo", racconta Avati, "devo dire che un minimo di adrenalina e di emozione l'ho vissuta, ma è stato lo stesso per lei. Perché queste attrici fingono tanto, ma poi hanno anche loro una buona dose di insicurezze". È così Pupi: dissacrante ed empatico, sempre pronto a scavare nell'intimo dei suoi attori e delle sue storie. "Scamarcio? Straordinario e insospettabile interprete, non lo conoscevo cinematograficamente. Pensavo che fosse soltanto bello e invece si è palesato un attore fuori dal comune".
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Nel film c'è un pubblicitario (Riccardo Scamarcio), con velleità da scrittore, e un padre che si suicida e lascia il suo sogno inchiodato nel cassetto: pubblicare un grande libro. Pupi ripercorre le emozioni di questo rapporto e lo trasforma in una dimensione struggente, lui che un padre non l'ha mai avuto. "Abbiamo dei pessimi genitori in questo occidente pessimo. La figura paterna è quella che negli ultimi decenni si è più defilata e parlarne significa riportare al centro del dibattito un problema". E il figlio diviene l'unica occasione di riscatto del sogno tradito di un genitore scomparso. "Siamo circondati da persone piene di sogni che però se ne vanno senza averli visti realizzati. Fortunatamente ci sono i figli, che subentrano in modo straziante e si caricano dello zaino paterno e lo portano fino alla meta". Scamarcio, che forse sarà al festival di Venezia a fine agosto, nel film lotta per il suo futuro e per il passato del padre e, in tutto questo, incontra anche l'amore di un'editrice, interpretata da Cristiana Capotondi.
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Il regista bolognese, classe '38, un esordio nel 1970 con Balsamus, potrebbe mettere la sua decennale esperienza con ogni genere di umanità al servizio del Premier Matteo Renzi. "Credo di potergli dare dei consigli sulla vita e sul senso delle cose. La felicità dei nostri cittadini non è nello spread o nei parametri economici. So cosa è la felicità degli esseri umani e so che transita attraverso dei dati sempre individuali, cioè nelle nostre storie peculiari, speciali e non assimilabili. E proprio attraverso il cinema, si potrebbe avere un po' di coraggio e considerare il pubblico italiano dandogli un po' più di credito".
Una felicità che, secondo Pupi, è piuttosto lontana: "Ognuno di noi ha abdicato a se stesso. Questo fa sì che i miei figli e i miei nipoti si sentano quasi illegittimati a lasciare un segno prima di andarsene da questo mondo". Come il solco segnato invece da Avati nella celluloide contemporanea, il suo personale modo di dire qualcosa prima di uscire di scena.
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Nel film c'è un pubblicitario (Riccardo Scamarcio), con velleità da scrittore, e un padre che si suicida e lascia il suo sogno inchiodato nel cassetto: pubblicare un grande libro. Pupi ripercorre le emozioni di questo rapporto e lo trasforma in una dimensione struggente, lui che un padre non l'ha mai avuto. "Abbiamo dei pessimi genitori in questo occidente pessimo. La figura paterna è quella che negli ultimi decenni si è più defilata e parlarne significa riportare al centro del dibattito un problema". E il figlio diviene l'unica occasione di riscatto del sogno tradito di un genitore scomparso. "Siamo circondati da persone piene di sogni che però se ne vanno senza averli visti realizzati. Fortunatamente ci sono i figli, che subentrano in modo straziante e si caricano dello zaino paterno e lo portano fino alla meta". Scamarcio, che forse sarà al festival di Venezia a fine agosto, nel film lotta per il suo futuro e per il passato del padre e, in tutto questo, incontra anche l'amore di un'editrice, interpretata da Cristiana Capotondi.
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Il regista bolognese, classe '38, un esordio nel 1970 con Balsamus, potrebbe mettere la sua decennale esperienza con ogni genere di umanità al servizio del Premier Matteo Renzi. "Credo di potergli dare dei consigli sulla vita e sul senso delle cose. La felicità dei nostri cittadini non è nello spread o nei parametri economici. So cosa è la felicità degli esseri umani e so che transita attraverso dei dati sempre individuali, cioè nelle nostre storie peculiari, speciali e non assimilabili. E proprio attraverso il cinema, si potrebbe avere un po' di coraggio e considerare il pubblico italiano dandogli un po' più di credito".
Una felicità che, secondo Pupi, è piuttosto lontana: "Ognuno di noi ha abdicato a se stesso. Questo fa sì che i miei figli e i miei nipoti si sentano quasi illegittimati a lasciare un segno prima di andarsene da questo mondo". Come il solco segnato invece da Avati nella celluloide contemporanea, il suo personale modo di dire qualcosa prima di uscire di scena.