SAN DIEGO. C'È qualcuno che riesce a distinguersi nella folla colorata e bizzarra del Comic-Con, la grande fiera del fumetto e del cinema che si tiene a San Diego. Vestito blu notte e camicia bianca, l'inglese Colin Firth arriva elegantissimo nella hall dell'Hard Rock Hotel. Lo sguardo è divertito e stupito. "Mi sento un po' un pesce fuor d'acqua, sono vestito in modo anticonformista ma mi piace tantissimo quest'atmosfera" confessa l'attore premio Oscar per Il discorso del re, 53 anni, arrivato con Samuel L. Jackson (ma anche con la moglie Livia e i due bambini) per parlare di Kingsman Secret Service, il suo primo film come eroe da fumetto che uscirà negli Usa il 24 ottobre. In Kingsman, adattamento della serie a fumetti The Secret Service , Firth è un agente dei servizi segreti, mentore di aspiranti giovani spie. Ma Firth è già sugli schermi nel film di Woody Allen, Magic in the moonlight, e accanto a Nicole Kidman nel film Le due vie del destino, tragica storia di un ufficiale dell'esercito britannico prigioniero dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale, che uscirà in Italia l'11 settembre.
In questo film Le due vie del destino interpreta un ex ufficiale incapace di superare i traumi subiti in guerra.
"Questo è un film importante per quello che rivela sugli effetti a lungo termine della guerra, sulla sofferenza di persone che hanno provato traumi indicibili e sull'effetto che questi hanno sui rapporti, sulla vita professionale e sociale, sui figli. Qui c'è una storia vera, molto personale, che però tocca temi universali. Si parla di vendetta e riconciliazione attraverso la storia di due uomini, ma è anche la visione della guerra da due punti di vista opposti".
In Kingsman invece si trasforma in una specie di James Bond?
"Ho sempre sognato di essere James Bond e con questo film mi ci sono avvicinato molto, il regista Matthew Vaughn è davvero andato al cuore degli anni 60. Ha ripreso le qualità di Bond, i suoi vestiti di sartoria e le buone maniere. E questo insegna il mio personaggio, che l'abito "fa" il monaco, in questo caso la spia. Quindi sapersi annodare bene la cravatta o star seduti compostamente a tavola conta quanto saper usare bene le manette o conoscere le arti marziali".
C'è molta azione: è stato costretto a prepararsi fisicamente?
"Per sei mesi, tutti i giorni per tre ore al giorno. Anche mentre giravo Magic in the moonlight con Woody Allen mi sono fatto raggiungere in Francia dal trainer. Facevo un'ora e mezzo di esercizi con lui ogni mattina".
A proposito di Woody Allen, ha detto che lavorare con lui era uno dei suoi sogni.
"Io mi ricordo di Allen fin da quando ero ragazzino, ho letto tutti i suoi racconti, ho ascoltato tutte le registrazioni dei suoi spettacoli negli anni 60, ho rubato i suoi dialoghi per sembrare più arguto con qualcuna che volevo conquistare. E' stato un'immensa parte della mia vita, un po' come i Beatles o Bob Dylan, ci sono delle persone che sono dei punti di riferimento culturali costanti".
L'ha trovato come si aspettava?
"In un certo senso è stato diverso. Alcune cose che avevo sentito, per esempio che lui non fa molte prove, erano vere. Ma mi avevano anche detto che Allen non dirige gli attori e non è affatto vero. Anzi, il contrario! Allen dirige in modo meticoloso, ed era molto presente, molto preciso nelle sue indicazioni. Comunque fra noi c'è stato solo un rapporto di lavoro, non andavamo a cena insieme e non facevamo tante chiacchiere".
Sul set come è stato?
"In Magic in the moonlight il mio compito era duro perché c'è tanto dialogo. E con un regista che non ama fare prove, che non ti parla prima di cominciare, con cui non hai molto contatto prima di andare sul set, l'unica cosa è stato buttarmi. Onestamente la prima parola che ho sentito da lui è stata "azione!". E la scena doveva essere girata in un solo ciak, con una sola cinepresa, e tanto dialogo. Sono felice di aver fatto i miei compiti prima di arrivare sul set, di essermi preparato per conto mio per conoscere i dialoghi a menadito. Per me è stato un momento interessante: la preparazione fisica per Kingsman la mattina e un'immersione totalmente intellettuale sul set con Allen il pomeriggio ".
In questo film Le due vie del destino interpreta un ex ufficiale incapace di superare i traumi subiti in guerra.
"Questo è un film importante per quello che rivela sugli effetti a lungo termine della guerra, sulla sofferenza di persone che hanno provato traumi indicibili e sull'effetto che questi hanno sui rapporti, sulla vita professionale e sociale, sui figli. Qui c'è una storia vera, molto personale, che però tocca temi universali. Si parla di vendetta e riconciliazione attraverso la storia di due uomini, ma è anche la visione della guerra da due punti di vista opposti".
In Kingsman invece si trasforma in una specie di James Bond?
"Ho sempre sognato di essere James Bond e con questo film mi ci sono avvicinato molto, il regista Matthew Vaughn è davvero andato al cuore degli anni 60. Ha ripreso le qualità di Bond, i suoi vestiti di sartoria e le buone maniere. E questo insegna il mio personaggio, che l'abito "fa" il monaco, in questo caso la spia. Quindi sapersi annodare bene la cravatta o star seduti compostamente a tavola conta quanto saper usare bene le manette o conoscere le arti marziali".
C'è molta azione: è stato costretto a prepararsi fisicamente?
"Per sei mesi, tutti i giorni per tre ore al giorno. Anche mentre giravo Magic in the moonlight con Woody Allen mi sono fatto raggiungere in Francia dal trainer. Facevo un'ora e mezzo di esercizi con lui ogni mattina".
A proposito di Woody Allen, ha detto che lavorare con lui era uno dei suoi sogni.
"Io mi ricordo di Allen fin da quando ero ragazzino, ho letto tutti i suoi racconti, ho ascoltato tutte le registrazioni dei suoi spettacoli negli anni 60, ho rubato i suoi dialoghi per sembrare più arguto con qualcuna che volevo conquistare. E' stato un'immensa parte della mia vita, un po' come i Beatles o Bob Dylan, ci sono delle persone che sono dei punti di riferimento culturali costanti".
L'ha trovato come si aspettava?
"In un certo senso è stato diverso. Alcune cose che avevo sentito, per esempio che lui non fa molte prove, erano vere. Ma mi avevano anche detto che Allen non dirige gli attori e non è affatto vero. Anzi, il contrario! Allen dirige in modo meticoloso, ed era molto presente, molto preciso nelle sue indicazioni. Comunque fra noi c'è stato solo un rapporto di lavoro, non andavamo a cena insieme e non facevamo tante chiacchiere".
Sul set come è stato?
"In Magic in the moonlight il mio compito era duro perché c'è tanto dialogo. E con un regista che non ama fare prove, che non ti parla prima di cominciare, con cui non hai molto contatto prima di andare sul set, l'unica cosa è stato buttarmi. Onestamente la prima parola che ho sentito da lui è stata "azione!". E la scena doveva essere girata in un solo ciak, con una sola cinepresa, e tanto dialogo. Sono felice di aver fatto i miei compiti prima di arrivare sul set, di essermi preparato per conto mio per conoscere i dialoghi a menadito. Per me è stato un momento interessante: la preparazione fisica per Kingsman la mattina e un'immersione totalmente intellettuale sul set con Allen il pomeriggio ".