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Jason Schwartzman, nipote di Coppola e feticcio di Anderson: "Il set come in famiglia"

L'attore, protagonista di "Listen Up Philip", film appena premiato al festival di Locarno, racconta il suo rapporto con i registi (e cugini) Sofia e Roman Coppola e l'amico di sempre Wes Anderson, con cui ha girato, tra gli altri, "Grand Budapest Hotel"

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LOCARNO - Il Pardo d'Oro della 67° edizione, il film filippino di quasi sei ore From What Is Before di Lav Diaz, difficilmente riuscirà ad arrivare sui nostri schermi. Si vedrà invece Listen Up Philip, la commedia indipendente americana che ha ricevuto il Premio Speciale della giuria. Col suo protagonista, il più che emergente Jason Schwartzman, abbiamo parlato del film e di altro. Figlio, nipote e cugino d'arte (sua madre è Talia Shire, l'"Adriana" compagna di Rocky Stallone, suo zio Francis Coppola, i suoi cugini Nicolas Cage e Sofia Coppola, per la quale è stato Luigi XVI in Marie Antoinette), l'appena trentaquattrenne Jason ha già interpretato quattro film di Wes Anderson (cinque,incluso il recente Grand Budapest Hotel, se si considera che ha anche prestato la voce al film d'animazione "Fantastic Mr. Fox")), ha impersonato il cattivo nel blockbuster Scott Pilgrim vs. the World, ha recitato a fianco di veterani come Al Pacino e Steve Martin. Oltre a essere stato protagonista, per tre stagioni, della serie televisiva gialla "Bored to Death".
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Lei discende da un'autentica dinastia cinematografica. Le è parso naturale diventare attore?
"Sono cresciuto senza sentirmi destinato a fare questo mestiere; però mia madre, appassionata di cinema e musica, mi ha trasmesso i suoi amori. Con zio Francis e i miei cugini Sofia e Roman, anche lui regista, ho un ottimo rapporto. Assieme a loro mi sento davvero in famiglia."

La sappiamo attivo anche sulla scena musicale, dove è stato batterista per il gruppo di Los Angeles "Phantom Planet" partecipando a tour e registrando cd.
"Dopo ho fondato un nuovo gruppo dal nome "Coconut Records", che sembra quello di una casa discografica. Salvo che il gruppo ero io: componevo le canzoni e suonavo tutti gli strumenti, batteria, pianoforte, chitarra. Non sono un virtuoso della musica, però me la cavo quanto basta per suonare un brano dei Beatles, o per inventare ed eseguire canzoni mie."
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Ci parli del suo rapporto con Wes Anderson, regista tra i più "cult" di questa generazione con cui collabora fino dal 1998, anno del film "Rushmore"
"Beh, con Wes è stata un'esperienza unica, perché mi ha scoperto e mi ha dato un'opportunità quando avevo appena diciassette anni. Lui, del resto, ne aveva solo una decina di più. L'aspetto migliore è che siamo molto amici e possiamo discutere di qualsiasi cosa. Quando recito per altri sono spesso nervoso, perché su un set c'è un mucchio di gente che non conosco e questo mi fa sentire a disagio. Ma con Wes non succede niente del genere: ci conosciamo troppo bene".
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Philip Friedman, il giovane scrittore già disilluso protagonista di "Listen Up Philip" è molto diverso dai suoi personaggi precedenti. Quando ha capito che era la parte giusta per lei?
"L'ho capito leggendo la sceneggiatura, perché non riuscivo a staccarmene. Continuavo a chiedermi: che succederà ora a Philip?, come se stessi leggendo un libro. Poi sono stato a cena col regista Alex Ross Perry e ho capito che avremmo fatto il film assieme perché ci piacevano le stesse cose."

Lei ha una parte importante nel nuovo film "Big Eyes" di Tim Burton, altro regista assolutamente "cult"
"Il personaggio principale è l'artista Margaret Keane, interpretata da Amy Adams. Io sono il gallerista Ruben. Difficile descrivere quale è stata la mia emozione a lavorare per Burton. Lui è uno dei più grandi, avevo visto e ammirato i suoi film, "Edward mani di forbice" e  -  insomma  -  tutti."

E' anche attore di una serie televisiva di successo, "Bored to Death". Che differenza c'è tra recitare per il cinema e per la tv?
"Tutti mi dicono che questo è un grande momento per la televisione, che ci lavorano grandi registi... io però ne guardo poca. Difficile paragonarla col cinema, che deve rispettare una durata più o meno standard mentre gli episodi televisivi non finiscono, vanno sempre avanti. Così si possono conservare molte scene che al cinema bisogna per forza tagliare. Però guardare un film sul grande schermo è tutta un'altra cosa..."