Spettacoli

CINEMA

Bogdanovich: "Dopo Capra l'altra Hollywood ha deluso"

Il cineasta porta al Lido fuori concorso una commedia vintage, 'She's funny that way': "Non mi interessano i film a grande budget, una deviazione nata purtroppo col successo di Titanic. Trovo ridicoli gli attori con la calzamaglia e le orecchie finte"

2 minuti di lettura

E alla Mostra tutti ridono con Peter Bogdanovich. Il cineasta porta al Lido fuori concorso una commedia vintage, She's funny that way (esclusiva italiana di Raicinema) che omaggia Lubitsch e conquista il pubblico festivaliero: "Sono felice. Cary Grant mi diceva sempre "vieni, andiamo a vedere il film con altre 350 persone: ti scalda il cuore". Aveva ragione", racconta seduto nel giardino di fronte all'Excelsior. Dopo dodici anni torna sul grande schermo con una pochade newyorchese piena di equivoci, battute, colpi di scena, che ruota intorno a una pretty woman (Imogen Poots) ex escort e oggi diva grazie all'incontro con un ambiguo mecenate, il regista Owen Wilson, che la "noleggia" ma poi le regala i soldi per cambiare vita. Per caso lei si ritrova a fare l'audizione per lo spettacolo a Broadway del regista. Entrano in scena la moglie di lui, l'ex cliente giudice e una psicologa isterica interpretata da Jennifer Aniston.

Com'è nata l'idea del film?
"Sul set di Saint Jack, che presentai poi qui alla Mostra nel '79. Giravamo a Singapore la storia di un pappone e ingaggiammo come attrici alcune prostitute vere del posto. Tre di loro mi sembravano infelici, avevano storie difficili. Le facemmo recitare, dando loro i soldi per poi cambiare vita. Louise Stratton ed io abbiamo scritto il copione in un periodo in cui eravamo in crisi e avevamo voglia di ridere. Era per John Ritter, ma lui morì. Anni dopo ne ho parlato con l'amico Wes Anderson, che mi ha presentato Owen Wilson. Imogen Poots l'ho presa dopo averci chiacchierato mezz'ora. È inconsapevolmente sexy".

Il suo è un atto d'amore verso le commedie anni Quaranta.
"I Ford, gli Hawks, i Lubitsch i Vidor, hanno gettato le basi del cinema, poi siamo arrivati noi, quelli della seconda Hollywood: Spielberg, Coppola, Scorsese. Ho conosciuto Ford e non facevo che tempestarlo di domande e lui mi chiamava "il rompiscatole", ma mi spiegava. Noi siamo stati più deludenti dei nostri maestri, la terza generazione lo è stata ancora di più. Agli studenti dell'università della Carolina dico sempre: studiate il cinema dal 1915 al 1962, c'è tutto quel che serve".

Non le piace la Hollywood di oggi?
"Non mi interessano i film a grande budget, una deviazione nata purtroppo col successo di Titanic . Trovo ridicoli gli attori con la calzamaglia e le orecchie finte. E non mi piace l'umorismo di oggi, che punta sulle gag fisiche, sulla volgarità. Quando invece il segreto è il ritmo, me lo ha insegnato Frank Capra, che lo usava anche per i drammi: il cinema va più veloce della vita. Da Roger Corman invece ho imparato a rubare le inquadrature e a fare i film con pochi soldi".

Come ha coinvolto Quentin Tarantino?
"Siamo amici, per sei mesi ho vissuto anche nella sua dependance. M'invita sempre a vedere i suoi film, che sono ben fatti anche se io odio la violenza al cinema. Quentin non risponde mai al telefono, fatalità l'ha fatto il giorno in cui gli ho proposto il ruolo".