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"Jimi - All is by my side": quell'anno straordinario che cambiò la vita di Hendrix

In sala il biopic di John Ridley, Andrè Benjamin degli Outkast interpreta il musicista. Racconta il periodo dal 1966 al 1967, quando passò dalle cantine dei club al successo planetario

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CHE sorpresa, che meraviglia. Per la prima volta in assoluto la vita di un geniale artista, notoriamente condizionata da uso e abuso di droga, è stata narrata senza porre la solita prevedibile enfasi sul problema, che invece altrove ha ispirato discutibili biopics (seppur realizzati con le migliori intenzioni) con evidenti analogie. E così il Jimi Hendrix di John Ridley, ottimamente recitato da Andrè Benjamin degli Outkast è molto diverso dal molesto e quasi fastidioso tossicodipendente Jim Morrison raccontato da Oliver Stone, così come dall'inguaribile drogato Bix Beiderbecke di Pupi Avati, e perfino dal Charlie Parker di Clint Eastwood il quale, pur volendo rendere omaggio alla leggenda di Bird col massimo dell'amore possibile, si è scordato per strada di spiegarci perché in fin dei conti era un genio che ha rivoluzionato la musica del secolo scorso.

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All is by my side è un film delicato (e poteva facilmente non esserlo, visto l'argomento) racconta un anno cruciale della vita di Hendrix, ovvero il 1966-1967, quello che lo portò dalle squallide cantine dei marginali club americani all'exploit di Monterey e quindi al successo planetario), e lo fa senza retorica, senza scorie mitologiche, piuttosto con sincera devozione, passando con leggerezza e pacatezza tra alcuni episodi straordinari di questa storia pazzesca, dall'incontro col bassista degli Animals, Chas Chandler che lo convinse a spostarsi in Inghilterra, alla jam session con I Cream di Eric Clapton fino al concerto al Saville Theatre, sponsorizzato da Brian Epstein e dai Beatles, dove Hendrix a sopresa aprì il concerto con Sgt. Pepper's lonely hearts club band, uscito da pochi giorni, nello stupore generale e degli stessi Beatles, presenti al concerto, come McCartney ha spesso raccontato.

La droga c'è ma non si vede, una volta tanto, e se c'è va casomai cercata nello stile della regia che sembra seguire il ritmo di dolci effluvi di marijuana o di un leggero trip psichedelico, costruendo una narrazione deliziosamente sbilenca ma a sua modo poetica, come scena dopo scena si componesse un ritratto, o meglio una tranche de vie che è non solo l'anno cruciale della breve e fulmine storia del più famoso chitarrista del rock, ma anche un anno cruciale della storia del mondo, della rivoluzione giovanile. La droga c'è ma non si vede, dunque, non prende mai il sopravvento e, per assurdo forse proprio quest'assenza ci restituisce un Jimi Hendrix più umano, più vero della sua stessa leggenda.