L'EPOPEA quotidiana s'apre sulle guance paffute e il caschetto biondo del bimbo Mason che guarda il cielo. Negli anni e sotto i nostri occhi, quel volto sullo schermo s'affina e perde innocenza: il ragazzino si fa giovane uomo, il cuore bruciato, il ciuffo ribelle, la voglia d'infinito. Boyhood è un film a immagine e somiglianza della vita, una creatura cinematografica speciale che Richard Linklater ha plasmato con sapienza artigianale, libertà creativa e budget minimo. Trentanove giorni di riprese, dal 2002 e il 2013. Dodici anni che scorrono anche sulle storie dei suoi familiari. La sorella maggiore, il padre musicista, tenero e assente, la madre che continua a sbagliare compagno e a cambiare casa. Sullo sfondo il Texas, terra natia del regista. A scandire gli anni della crisi economica, politica, etica - la guerra in Afghanistan e la presidenza Obama - una colonna sonora coinvolgente. Vincitore dell'Orso d'argento alla Berlinale, Boyhood è in sala da domani ed è imperdibile.
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BOYHOOD, LE FOTO
Linklater, com'è nato il progetto?
"Volevo raccontare la crescita di un ragazzo, non sapevo come. Ci sarebbero voluti troppi attori. Così ho pensato di dilatare la storia nel tempo, girarne un poco alla volta, lasciare che la natura seguisse il suo corso. È stata questa la grande idea iniziale. Pazza. Semplice, ma difficile da immaginare".
Come lo descrive?
"Un film d'epoca ambientato nel presente. Un progetto iniziato migliaia di giorni fa. Un pezzo di vita da assaggiare al cinema".
E un atto di fede nel futuro?
"Sì. Mai attori e troupe erano stati coinvolti per così tanto tempo. Non esistono contratti del genere. Ho dovuto chiedere ai genitori di Ellar Coltrane, all'epoca aveva sei anni, a Ethan Hawke, a Patricia Arquette e a mia figlia Lorelei un impegno basato sulla fiducia reciproca. Al primo ciak, nel luglio del 2002, mi chiedevo "in cosa diavolo ci stiamo ficcando?". Ma avevo già in mente tutta l'architettura del film. Il progetto era disegnato per incorporare i cambiamenti, la maturazione dei personaggi. Quando Ellar e Lorelei sono cresciuti si sono sovrapposti ai personaggi. Avevo pensato di fare di Mason un musicista come il padre, invece gli ho dato la passione per la fotografia di Ellar".
Com'è stato lavorare con sua figlia Lorelei?
"Divertente per entrambi. Lei è cresciuta sui set. Aveva 9 anni, amava esibirsi, per me era un scelta pratica. A un certo punto ha provato a liberarsi di me, mi ha chiesto se potevo far morire il suo personaggio. Ma siamo arrivati in fondo".
Per Hitchcock il cinema era "la vita senza le parti noiose". Non per lei]
"Volevo raccontare una famiglia normale. Lavorare sull'accumulo di piccoli momenti quotidiani, più che su passaggi classici tipo il primo bacio, la perdita della verginità. Abbiamo cercato di essere realistici, regalare il sapore della vita. Ma i dialoghi erano scritti, gli attori facevano molte prove e ho girato in 35 mm. Cinema puro".
Trovare i produttori non è stato facile.
"Un incubo. Devi chiedere a un finanziatore di darti soldi senza poter vedere il film prima che sia finito e senza riaverli indietro per tredici anni. È stato un miracolo".
La reazione del pubblico?
"Credo abbia compreso e condiviso lo spirito del film. Come speravo, ciascuno s'identifica nei membri della mia famiglia, tiene a loro e alla loro quotidianità senza falsi drammi".
Sullo sfondo c'è anche un pezzo di storia americana.
"È conseguenza dell'aver girato in un territorio preciso. Il film è un potente registratore del presente. Ci sono fatti che da bambino ti restano dentro: l'elezione di Obama è uno di questi. A scandire i momenti ci sono i film, da Harry Potter a Star Wars e le canzoni di gruppi: Weezer e Coldplay durante l'infanzia di Mason, Arcade Fire e Daft Punk a fine film".
Questo film inciderà sul futuro del cinema?
"Può darsi. Sicuramente è un passo avanti nella possibilità di una diversa narrazione. Ma non so quanti autori lo seguiranno. Perché è dura. Siamo tutti maniaci del controllo totale, con un tempo così lungo devi accettare un futuro sconosciuto".
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BOYHOOD, LE FOTO
Linklater, com'è nato il progetto?
"Volevo raccontare la crescita di un ragazzo, non sapevo come. Ci sarebbero voluti troppi attori. Così ho pensato di dilatare la storia nel tempo, girarne un poco alla volta, lasciare che la natura seguisse il suo corso. È stata questa la grande idea iniziale. Pazza. Semplice, ma difficile da immaginare".
Come lo descrive?
"Un film d'epoca ambientato nel presente. Un progetto iniziato migliaia di giorni fa. Un pezzo di vita da assaggiare al cinema".
E un atto di fede nel futuro?
"Sì. Mai attori e troupe erano stati coinvolti per così tanto tempo. Non esistono contratti del genere. Ho dovuto chiedere ai genitori di Ellar Coltrane, all'epoca aveva sei anni, a Ethan Hawke, a Patricia Arquette e a mia figlia Lorelei un impegno basato sulla fiducia reciproca. Al primo ciak, nel luglio del 2002, mi chiedevo "in cosa diavolo ci stiamo ficcando?". Ma avevo già in mente tutta l'architettura del film. Il progetto era disegnato per incorporare i cambiamenti, la maturazione dei personaggi. Quando Ellar e Lorelei sono cresciuti si sono sovrapposti ai personaggi. Avevo pensato di fare di Mason un musicista come il padre, invece gli ho dato la passione per la fotografia di Ellar".
Com'è stato lavorare con sua figlia Lorelei?
"Divertente per entrambi. Lei è cresciuta sui set. Aveva 9 anni, amava esibirsi, per me era un scelta pratica. A un certo punto ha provato a liberarsi di me, mi ha chiesto se potevo far morire il suo personaggio. Ma siamo arrivati in fondo".
Per Hitchcock il cinema era "la vita senza le parti noiose". Non per lei]
"Volevo raccontare una famiglia normale. Lavorare sull'accumulo di piccoli momenti quotidiani, più che su passaggi classici tipo il primo bacio, la perdita della verginità. Abbiamo cercato di essere realistici, regalare il sapore della vita. Ma i dialoghi erano scritti, gli attori facevano molte prove e ho girato in 35 mm. Cinema puro".
Trovare i produttori non è stato facile.
"Un incubo. Devi chiedere a un finanziatore di darti soldi senza poter vedere il film prima che sia finito e senza riaverli indietro per tredici anni. È stato un miracolo".
La reazione del pubblico?
"Credo abbia compreso e condiviso lo spirito del film. Come speravo, ciascuno s'identifica nei membri della mia famiglia, tiene a loro e alla loro quotidianità senza falsi drammi".
Sullo sfondo c'è anche un pezzo di storia americana.
"È conseguenza dell'aver girato in un territorio preciso. Il film è un potente registratore del presente. Ci sono fatti che da bambino ti restano dentro: l'elezione di Obama è uno di questi. A scandire i momenti ci sono i film, da Harry Potter a Star Wars e le canzoni di gruppi: Weezer e Coldplay durante l'infanzia di Mason, Arcade Fire e Daft Punk a fine film".
Questo film inciderà sul futuro del cinema?
"Può darsi. Sicuramente è un passo avanti nella possibilità di una diversa narrazione. Ma non so quanti autori lo seguiranno. Perché è dura. Siamo tutti maniaci del controllo totale, con un tempo così lungo devi accettare un futuro sconosciuto".