Dopo 4 nomination (l'ultima nel 2003 con Lontano dal Paradiso) è di nuovo allerta Oscar per Julianne Moore. Trionferà il personaggio di Havana Segrand, star in caduta libera nella dark Hollywood di Cronenberg, o la rinomata professoressa della Columbia University, Alice Howland, affetta da una forma precoce di Alzheimer? Con la doppietta Maps to the Stars/Still Alice, la Moore incanta i Golden Globe e punta verso la statuetta dell'Academy. Quando la incontriamo alla première di Still Alice al Winter Garden Theatre di Toronto, l'attrice, 54 anni, volto di porcellana, indossa un magnifico vestito bianco e stringe in mano una borsetta senza manici.
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In Still Alice - uno dei bersagli del Sony Hack, nelle sale italiane il 22 gennaio distribuito da Good Films - il punto di vista del deterioramento di memoria si gioca tutto sul talento della Moore: "Ho fatto parecchie ricerche - ci racconta - mi sembrava di non trovare mai una verità personale nel personaggio della dr. Alice Howland. Continuavo a girarci intorno, perché nessuno sa che cosa si provi a vivere un'esperienza del genere, da dentro. Così ho intervistato dal vivo o via Skype medici, incontrato parenti di persone affette da Alzheimer, ricercatori, visitato associazioni, cliniche, gruppi di supporto, bambini che manifestavano i primi sintomi. Da una parte temevo di sentirmi inadeguata, dall'altra di non essere abbastanza accurata. Un esempio su tutti: ci sono momenti in cui ti ritrovi davanti alla porta del bagno e non sai che farne della maniglia. La giri o la lasci così com'è? Oltrepassi quella soglia o stai ferma sul posto a riflettere sul perché sei arrivata fin lì? La definirei una delle esperienze più intense della mia carriera".
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Il film di Richard Glazer e Walsh Westmoreland è tratto dal libro Perdersi (Edizioni Piemme) scritto da Lisa Genova e vive di una dolorosa coincidenza. Il co-regista Richard Glatzer si è ammalato di Sla proprio durante il trattamento di Still Alice, ha diretto il film usando una app su iPad che gli permette di comunicare a voce; la Moore, l'estate scorsa, gli ha dedicato il suo video per l'Ice Bucket Challenge, una secchiata d'acqua gelida per ricordargli di tenere duro. Lo stesso ha fatto Kristen Stewart, qui nel ruolo della figlia di Alice, Lydia Howland. "Trovarmi nei panni di un'esperta di linguistica, sposata, madre di tre ragazzi, sempre in controllo, che lentamente comincia a perdere la memoria, è stato qualcosa di molto forte. Raramente mi capita di interpretare qualcuno che commette azioni che, da attrice, non capisco o non so giustificare. Il dono di questo film è saperci indicare quel che conta davvero, nella famiglia come nella vita quotidiana. Alla fine, quando sei in crisi con te stessa, soltanto tu sai verso dove tornare, chi ti ama veramente, chi ti proteggerà".
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"Non conoscevo il libro - prosegue Julianne Moore - quando mi è arrivato il copione e ho saputo che era tratto da un romanzo, sono corsa a prenderlo. E con sorpresa l'ho trovato a New York su uno scaffale dei 'preferiti'. Cominciando a parlarne tra amici, mi sono resa conto che la storia era già molto popolare". Alla fine delle riprese, Julianne Moore si dice ancora lontana dalla comprensione di una malattia come l'Alzheimer: "Non potrei dire che cosa si provi a veder scomparire la mente poco a poco. Spero di esserci andata vicino con la mia interpretazione. Continuo a documentarmi: di recente ho letto il rapporto scientifico di Alzheimer's & Dementia, ripreso da Time Magazine; la ricerca sostiene che le donne sui 60 hanno il doppio delle possibilità in più di sviluppare una malattia al cervello che non un cancro al seno. Per l'esattezza, una donna di 65 anni ha una probabilità su 6 di ammalarsi di Alzheimer. Se sono di buone speranze? Beh, fino a trenta o quarant'anni fa il cancro sembrava quasi un male invisibile. Dobbiamo dar tempo alla medicina di progredire. Di certo, già ora, si sta facendo qualcosa di significativo".
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Secondo la Moore il segreto per non perdere le speranze è tentare di non sfuggire alla mortalità, ricordarsi chi siamo, nonostante la perdita cognitiva e dell'abilità di comunicare. A proposito di Oscar, l'Hollywood Reporter ha dichiarato che Still Alice potrebbe finalmente "portare oro nelle mani di una delle attici più convincenti e di talento della sua generazione". Nel frattempo, l'attrice continua a sottoporsi ai testi di memoria presso il Mount Sinai Hospital di New York e, come gli altri interpreti (Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish) è rimasta in contatto con persone che, durante le riprese, sono state dei veri e propri consiglieri. In particolare Sandy, una donna di 50 anni che, nella scena in cui il personaggio di Alice Howland fa il suo discorso alla convention sull'Alzheimer, la Moore ha voluto tra il pubblico. "Ricordo quando si è aperta la finestra di Skype, la prima volta che ci siamo sentite. Abbiamo lanciato un grido entrambe, sembravamo identiche, tutte e due con i capelli rossi! A Sandy le hanno diagnosticato la malattia a 45 anni. Ha celebrato il suo cinquantesimo compleanno con noi sul set. Io la considero la mia spalla ormai. Faceva l'infermiera nell'unità di neurochirurgia quando ha saputo che il suo cervello si sarebbe deteriorato. Ha visto l'inferno. E' la mia eroina". Non c'è statuetta che tenga.
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In Still Alice - uno dei bersagli del Sony Hack, nelle sale italiane il 22 gennaio distribuito da Good Films - il punto di vista del deterioramento di memoria si gioca tutto sul talento della Moore: "Ho fatto parecchie ricerche - ci racconta - mi sembrava di non trovare mai una verità personale nel personaggio della dr. Alice Howland. Continuavo a girarci intorno, perché nessuno sa che cosa si provi a vivere un'esperienza del genere, da dentro. Così ho intervistato dal vivo o via Skype medici, incontrato parenti di persone affette da Alzheimer, ricercatori, visitato associazioni, cliniche, gruppi di supporto, bambini che manifestavano i primi sintomi. Da una parte temevo di sentirmi inadeguata, dall'altra di non essere abbastanza accurata. Un esempio su tutti: ci sono momenti in cui ti ritrovi davanti alla porta del bagno e non sai che farne della maniglia. La giri o la lasci così com'è? Oltrepassi quella soglia o stai ferma sul posto a riflettere sul perché sei arrivata fin lì? La definirei una delle esperienze più intense della mia carriera".
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Il film di Richard Glazer e Walsh Westmoreland è tratto dal libro Perdersi (Edizioni Piemme) scritto da Lisa Genova e vive di una dolorosa coincidenza. Il co-regista Richard Glatzer si è ammalato di Sla proprio durante il trattamento di Still Alice, ha diretto il film usando una app su iPad che gli permette di comunicare a voce; la Moore, l'estate scorsa, gli ha dedicato il suo video per l'Ice Bucket Challenge, una secchiata d'acqua gelida per ricordargli di tenere duro. Lo stesso ha fatto Kristen Stewart, qui nel ruolo della figlia di Alice, Lydia Howland. "Trovarmi nei panni di un'esperta di linguistica, sposata, madre di tre ragazzi, sempre in controllo, che lentamente comincia a perdere la memoria, è stato qualcosa di molto forte. Raramente mi capita di interpretare qualcuno che commette azioni che, da attrice, non capisco o non so giustificare. Il dono di questo film è saperci indicare quel che conta davvero, nella famiglia come nella vita quotidiana. Alla fine, quando sei in crisi con te stessa, soltanto tu sai verso dove tornare, chi ti ama veramente, chi ti proteggerà".
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"Non conoscevo il libro - prosegue Julianne Moore - quando mi è arrivato il copione e ho saputo che era tratto da un romanzo, sono corsa a prenderlo. E con sorpresa l'ho trovato a New York su uno scaffale dei 'preferiti'. Cominciando a parlarne tra amici, mi sono resa conto che la storia era già molto popolare". Alla fine delle riprese, Julianne Moore si dice ancora lontana dalla comprensione di una malattia come l'Alzheimer: "Non potrei dire che cosa si provi a veder scomparire la mente poco a poco. Spero di esserci andata vicino con la mia interpretazione. Continuo a documentarmi: di recente ho letto il rapporto scientifico di Alzheimer's & Dementia, ripreso da Time Magazine; la ricerca sostiene che le donne sui 60 hanno il doppio delle possibilità in più di sviluppare una malattia al cervello che non un cancro al seno. Per l'esattezza, una donna di 65 anni ha una probabilità su 6 di ammalarsi di Alzheimer. Se sono di buone speranze? Beh, fino a trenta o quarant'anni fa il cancro sembrava quasi un male invisibile. Dobbiamo dar tempo alla medicina di progredire. Di certo, già ora, si sta facendo qualcosa di significativo".
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Secondo la Moore il segreto per non perdere le speranze è tentare di non sfuggire alla mortalità, ricordarsi chi siamo, nonostante la perdita cognitiva e dell'abilità di comunicare. A proposito di Oscar, l'Hollywood Reporter ha dichiarato che Still Alice potrebbe finalmente "portare oro nelle mani di una delle attici più convincenti e di talento della sua generazione". Nel frattempo, l'attrice continua a sottoporsi ai testi di memoria presso il Mount Sinai Hospital di New York e, come gli altri interpreti (Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish) è rimasta in contatto con persone che, durante le riprese, sono state dei veri e propri consiglieri. In particolare Sandy, una donna di 50 anni che, nella scena in cui il personaggio di Alice Howland fa il suo discorso alla convention sull'Alzheimer, la Moore ha voluto tra il pubblico. "Ricordo quando si è aperta la finestra di Skype, la prima volta che ci siamo sentite. Abbiamo lanciato un grido entrambe, sembravamo identiche, tutte e due con i capelli rossi! A Sandy le hanno diagnosticato la malattia a 45 anni. Ha celebrato il suo cinquantesimo compleanno con noi sul set. Io la considero la mia spalla ormai. Faceva l'infermiera nell'unità di neurochirurgia quando ha saputo che il suo cervello si sarebbe deteriorato. Ha visto l'inferno. E' la mia eroina". Non c'è statuetta che tenga.