ROMA - Lo sguardo spietato sui mali della società, il rispetto assoluto della verità, l'integrità. Questo è il cinema di Francesco Rosi. Aveva compiuto 92 anni il 15 novembre scorso, lucido fino alla fine, era riuscito a convivere con l'immenso dolore per la tragica scomparsa della moglie, Giancarla Mandelli, morta per ustioni l'8 aprile del 2010, il legame di una vita, una donna che definiva "speciale", per lei, per starle vicino e aiutarla a superare un periodo di forte depressione, aveva abbandonato il cinema troppo presto, dopo neanche una ventina di film. Con l'ultimo, La tregua da Primo Levi del 1997, era tornato, dopo Uomini contro del 1970, a parlare della guerra "in un mondo in cui gli uomini purtroppo non rinunciano ad uccidersi tra loro, e forse non rinunceranno mai", diceva.
Francesco Rosi è rimasto fedele ai suoi principi ad ogni costo, anche a costo di subire polemiche feroci, come quelle scatenate da La mani sulla città, Leone d'Oro a Venezia nel 1963, una denuncia implacabile delle speculazioni edilizie e degli scandali che accompagnarono la ricostruzione della sua amatissima Napoli, dove era nato il gruppo di amici di sempre, Raffale La Capria, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi e Giorgio Napolitano, "con il quale i contatti sono diventati più difficili da quando è presidente".
Per amore della verità, è stato tra i primi maestri a usare con grande efficacia materiale documentario alternato alla ricostruzione cinematografica, come in Salvatore Giuliano, il film del 1962 che gli portò la fama internazionale, o Il caso Mattei del 1972, in cui esaltò le magnifiche qualità del "suo" attore Gian Maria Volonté. "Ho girato Cronache di una morte annunciata in spagnolo, anche se non è la mia lingua, ma non potevo tradire la cultura di un paese", disse nell'aprile scorso ricordando commosso la scomparsa di Gabriel Garcia Marquez, il grande amico Gabo.
L'impegno civile per Rosi era essenziale, indiscutibile, perché "per la mia generazione fare cinema significava fare politica. Avevamo vissuto con tanto entusiasmo il dopoguerra, vedevamo che molte delle nostre speranze della rinascita di una società fondata sulla giustizia e l'uguaglianza, andavano deluse. Con i nostri film volevamo far crescere la coscienza sociale". Del resto si era formato con un maestro grande come Luchino Visconti, di cui era stato aiuto in La terra trema e Bellissima, prima di cominciare la sua carriera di regista nel 1958, con La sfida. Una carriera alla quale non sono mancati premi e riconoscimenti, compresa la Palma d'Oro a Cannes per Il caso Mattei. L'ultimo è stato il Leone alla carriera a Venezia, nel 2012. Lo ritirò scherzando: "Forse è un po' tardivo, ma mi fa davvero un piacere enorme. Che sia meritato o no".
Francesco Rosi è rimasto fedele ai suoi principi ad ogni costo, anche a costo di subire polemiche feroci, come quelle scatenate da La mani sulla città, Leone d'Oro a Venezia nel 1963, una denuncia implacabile delle speculazioni edilizie e degli scandali che accompagnarono la ricostruzione della sua amatissima Napoli, dove era nato il gruppo di amici di sempre, Raffale La Capria, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi e Giorgio Napolitano, "con il quale i contatti sono diventati più difficili da quando è presidente".
Per amore della verità, è stato tra i primi maestri a usare con grande efficacia materiale documentario alternato alla ricostruzione cinematografica, come in Salvatore Giuliano, il film del 1962 che gli portò la fama internazionale, o Il caso Mattei del 1972, in cui esaltò le magnifiche qualità del "suo" attore Gian Maria Volonté. "Ho girato Cronache di una morte annunciata in spagnolo, anche se non è la mia lingua, ma non potevo tradire la cultura di un paese", disse nell'aprile scorso ricordando commosso la scomparsa di Gabriel Garcia Marquez, il grande amico Gabo.
L'impegno civile per Rosi era essenziale, indiscutibile, perché "per la mia generazione fare cinema significava fare politica. Avevamo vissuto con tanto entusiasmo il dopoguerra, vedevamo che molte delle nostre speranze della rinascita di una società fondata sulla giustizia e l'uguaglianza, andavano deluse. Con i nostri film volevamo far crescere la coscienza sociale". Del resto si era formato con un maestro grande come Luchino Visconti, di cui era stato aiuto in La terra trema e Bellissima, prima di cominciare la sua carriera di regista nel 1958, con La sfida. Una carriera alla quale non sono mancati premi e riconoscimenti, compresa la Palma d'Oro a Cannes per Il caso Mattei. L'ultimo è stato il Leone alla carriera a Venezia, nel 2012. Lo ritirò scherzando: "Forse è un po' tardivo, ma mi fa davvero un piacere enorme. Che sia meritato o no".