LOS ANGELES. ANNUNCIATO dallo scherzo di Sean Penn: "Chi ha dato a questo figlio di... la green card?", il regista messicano Alejandro Iñárritu è l'Oscar come miglior regista (secondo "latinos" dopo Cuaron lo scorso anno con Gravity) per Birdman, che ha anche vinto la statuetta per miglior film, miglior fotografia (per il messicano Emmanuel Lubezki) e miglior sceneggiatura originale. Quattro titoli a un artista "immigrato", il quale all'ironia di Sean Penn ha replicato a sua volta scherzando dal palco attorniato da tutta la squadra del film, compreso Michael Keaton (che per tutto il tempo ha masticato il chewingum): "Forse l'anno prossimo il governo cambierà le regole per l'immigrazione: due messicani di seguito, è sospettoso".
Ma dopo gli scherzi il discorso di Iñárritu si è fatto serio: "Voglio dedicare questo premio ai miei compagni messicani - ha detto il regista a conclusione delle tre ore di cerimonia degli Oscar - Per quelli che vivono in Messico, la mia preghiera è che possiamo trovare e costruire il governo che ci meritiamo. E per quelli che vivono in questo paese che fanno parte della più recente generazione di immigranti in America, io prego che possano venir trattati con la stessa dignità e rispetto di quelli che sono venuti prima di loro e hanno costruito questa incredibile nazione di immigranti".
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Alejandro, non tutti hanno colto l'umorismo della battuta di Sean Penn sulla green card, quella che i non-americani sperano di ottenere per restare legalmente nel paese. Lei come l'ha presa?
"Mi sono fatto una gran risata! Io e Sean abbiamo quel tipo di rapporto brutale, quello delle vere amicizie. Quando l'ho diretto in 2-1 Grammi passava la vita a fare battute su di me e anche io ne facevo su di lui, piuttosto pesanti. È l'amicizia e quando hai un amico di quel calibro...".
Lei però ha poi parlato più seriamente di Messico e di immigrazione messicana.
"Dico solo questo: guardatevi intorno in questa sala stampa. Non so quante nazionalità ci siano, eppure io non mi sento diverso da nessuno di voi. Puoi essere di un altro continente, puoi parlare qualunque lingua, non mi interessa. Non si possono avere questi stupidi confini, bandiere, passaporti. Sono concetti inventati dalla società. Nudi, in mutande bianche, siamo tutti uguali. Io non mi sono mai sentito diverso. E che io faccia film negli Stati Uniti o in Africa o in Spagna o in Messico, cambia poco, parlerei delle stesse emozioni. L'arte è bella per questo: non ha i rigidi confini ideologici che fottono il mondo".
Lei ha tenuto a sottolineare l'influenza di scrittori latini e latino americani nel copione del film.
"Julio Cortázar, a Jorge Luis Borges, a Ernesto Sabato, a Octavio Paz, a Carlos Fuentes... Sì, c'è tanto del dolore e del sangue dell'America Latina in questo film".
Stavolta lei è il vincitore. Nel 2007 con Babel tornò a casa a mani vuote. Come si sentì?
"Se il tuo film è in gara con quelli di grandi registi è difficile sentirsi sconfitti. E comunque non ho mai sentito la concorrenza verso gli altri. È un sentimento, è vero, che ci instillano da bambini, ti senti bene se sconfiggi qualcun altro. Ma io odio questo modo di fare. Tira fuori il peggio. E per fortuna non mi appartiene".
Ma dopo gli scherzi il discorso di Iñárritu si è fatto serio: "Voglio dedicare questo premio ai miei compagni messicani - ha detto il regista a conclusione delle tre ore di cerimonia degli Oscar - Per quelli che vivono in Messico, la mia preghiera è che possiamo trovare e costruire il governo che ci meritiamo. E per quelli che vivono in questo paese che fanno parte della più recente generazione di immigranti in America, io prego che possano venir trattati con la stessa dignità e rispetto di quelli che sono venuti prima di loro e hanno costruito questa incredibile nazione di immigranti".
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Alejandro, non tutti hanno colto l'umorismo della battuta di Sean Penn sulla green card, quella che i non-americani sperano di ottenere per restare legalmente nel paese. Lei come l'ha presa?
"Mi sono fatto una gran risata! Io e Sean abbiamo quel tipo di rapporto brutale, quello delle vere amicizie. Quando l'ho diretto in 2-1 Grammi passava la vita a fare battute su di me e anche io ne facevo su di lui, piuttosto pesanti. È l'amicizia e quando hai un amico di quel calibro...".
Lei però ha poi parlato più seriamente di Messico e di immigrazione messicana.
"Dico solo questo: guardatevi intorno in questa sala stampa. Non so quante nazionalità ci siano, eppure io non mi sento diverso da nessuno di voi. Puoi essere di un altro continente, puoi parlare qualunque lingua, non mi interessa. Non si possono avere questi stupidi confini, bandiere, passaporti. Sono concetti inventati dalla società. Nudi, in mutande bianche, siamo tutti uguali. Io non mi sono mai sentito diverso. E che io faccia film negli Stati Uniti o in Africa o in Spagna o in Messico, cambia poco, parlerei delle stesse emozioni. L'arte è bella per questo: non ha i rigidi confini ideologici che fottono il mondo".
Lei ha tenuto a sottolineare l'influenza di scrittori latini e latino americani nel copione del film.
"Julio Cortázar, a Jorge Luis Borges, a Ernesto Sabato, a Octavio Paz, a Carlos Fuentes... Sì, c'è tanto del dolore e del sangue dell'America Latina in questo film".
Stavolta lei è il vincitore. Nel 2007 con Babel tornò a casa a mani vuote. Come si sentì?
"Se il tuo film è in gara con quelli di grandi registi è difficile sentirsi sconfitti. E comunque non ho mai sentito la concorrenza verso gli altri. È un sentimento, è vero, che ci instillano da bambini, ti senti bene se sconfiggi qualcun altro. Ma io odio questo modo di fare. Tira fuori il peggio. E per fortuna non mi appartiene".