RENDERE nuove, inedite e moderne le immagini del passato. Utilizzare il materiale di repertorio reinventandolo e modificandolo per attualizzarlo. È la complicata e affascinante sfida che caratterizza il cinema di Costanza Quatriglio, quarantenne regista palermitana, dal volto di eterna ragazzina. Certamente è oggi l'autrice italiana più originale sul versante della sperimentazione e del linguaggio cinematografico. I suoi film, soprattutto documentari, raccolgono regolarmente consensi unanimi, critiche entusiaste e sono di casa nei più importanti festival in giro per il mondo. "Voglio fare film - dichiara la regista - che siano davvero dentro il nostro presente e addirittura che possano immaginare il futuro. Un cinema che non si interroga sul proprio tempo non esiste: è morto". La cosa straordinaria è che Costanza Quatriglio riesce a realizzare il suo progetto utilizzando soprattutto materiale d'archivio, come testimonia anche il suo film più recente, Triangle, che racconta la condizione del lavoro femminile mettendo in relazione due lontane e tragiche vicende: l'incendio nel 1911 della fabbrica tessile Triangle di New York nel quale morirono oltre un centinaio di operaie e il crollo a Barletta, esattamente cento anni dopo, nel 2011, di una struttura che ospitava un laboratorio tessile, che seppellì cinque giovani impiegate. Il documentario, vincitore del Premio Cipputi al 32esimo Torino Film Festival, è anche nella cinquina dei documentari che concorrono ai Nastri d'Argento, i riconoscimenti assegnati dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici, nella categoria "miglior documentario". Il 3 marzo la premiazione alla Casa del cinema di Roma.
[[ge:rep-locali:repubblica:108264638]]
In Triangle, uscito in questi giorni nel circuito d'essai, le immagini del passato, raccolte e selezionate soprattutto negli archivi americani, vengono sdoppiate, montate al contrario, integrate in nuovi formati. "L'obiettivo - spiega Costanza Quatriglio - è stato quello di comunicare la grandiosità, la meraviglia, il gigantismo della New York di inizio Novecento, facendo rivivere agli occhi dello spettatore di oggi lo stupore provato dagli immigrati dell'epoca, molti dei quali lavoravano alla Triangle. Da un punto di vista metaforico volevo sottolineare la mitologia della civiltà del lavoro del passato e confrontarla con la precarietà del lavoro dei nostri giorni. Lo scopo del mio cinema è quello di restituire qualcosa, piuttosto che inventare".
Forse anche per questo l'attività di Quatriglio, pur senza ignorare il cinema di finzione, L'isola suo esordio nel lungometraggio nel 2003, e il più recente Con il fiato sospeso, finora, si è svolta principalmente sul versante del documentario, con film come Il mio cuore umano, sulla storia della cantante Nada, e Terramatta che dà voce a Vincenzo Rabito, curiosissima figura di scrittore semianalfabeta. "Anche se - puntualizza la regista - per me il documentario non è uno strumento per riprodurre la realtà, ma per narrare storie e intervenire sulla realtà, a volte, come accaduto in Terramatta, arrivando a filmare l'invisibile, l'infilmabile, le parole, attraverso una particolare struttura narrativa e un gioco di sottotesti. Da un certo punto di vista, il documentario è anche più difficile del cinema di finzione, perché costringe l'autore a restare un passo indietro rispetto a ciò che si racconta. Come sosteneva Krzysztof Kieslowski, il documentario impone un problema etico, ovvero il rispetto di una soglia di pudore nei confronti della storia, in particolare nei casi di fatti legati ad esperienze di dolore e di sofferenza. E' un problema sul quale mi confronto quotidianamente a proposito del documentario che sto preparando in questo periodo, centrato su una vicenda realmente accaduta, tragica e terribile".
[[ge:rep-locali:repubblica:108265434]]
Questo cinema, lontano dai canoni tradizionali e celebrato dalla critica, non sembra compensato da una sufficiente visibilità: come vive l'emarginazione del genere documentario? "Come molti altri documentaristi, spesso mi domando anch'io se ne valga la pena. Per fare questo lavoro è necessaria una grande forza di resistenza, scherzando dico che ci vuole un fisico bestiale. Fa sempre un po' rabbia incontrare degli amici, delle persone interessate al tuo lavoro che ti chiedono dove posso vedere quel film e verificare che la programmazione in sala è precaria, incerta, brevissima. Cinematograficamente appartengo ad una generazione a cui non sono mai stati fatti sconti e, tuttavia, continuo a pensare di non dover mollare".
[[ge:rep-locali:repubblica:108264638]]
In Triangle, uscito in questi giorni nel circuito d'essai, le immagini del passato, raccolte e selezionate soprattutto negli archivi americani, vengono sdoppiate, montate al contrario, integrate in nuovi formati. "L'obiettivo - spiega Costanza Quatriglio - è stato quello di comunicare la grandiosità, la meraviglia, il gigantismo della New York di inizio Novecento, facendo rivivere agli occhi dello spettatore di oggi lo stupore provato dagli immigrati dell'epoca, molti dei quali lavoravano alla Triangle. Da un punto di vista metaforico volevo sottolineare la mitologia della civiltà del lavoro del passato e confrontarla con la precarietà del lavoro dei nostri giorni. Lo scopo del mio cinema è quello di restituire qualcosa, piuttosto che inventare".
Forse anche per questo l'attività di Quatriglio, pur senza ignorare il cinema di finzione, L'isola suo esordio nel lungometraggio nel 2003, e il più recente Con il fiato sospeso, finora, si è svolta principalmente sul versante del documentario, con film come Il mio cuore umano, sulla storia della cantante Nada, e Terramatta che dà voce a Vincenzo Rabito, curiosissima figura di scrittore semianalfabeta. "Anche se - puntualizza la regista - per me il documentario non è uno strumento per riprodurre la realtà, ma per narrare storie e intervenire sulla realtà, a volte, come accaduto in Terramatta, arrivando a filmare l'invisibile, l'infilmabile, le parole, attraverso una particolare struttura narrativa e un gioco di sottotesti. Da un certo punto di vista, il documentario è anche più difficile del cinema di finzione, perché costringe l'autore a restare un passo indietro rispetto a ciò che si racconta. Come sosteneva Krzysztof Kieslowski, il documentario impone un problema etico, ovvero il rispetto di una soglia di pudore nei confronti della storia, in particolare nei casi di fatti legati ad esperienze di dolore e di sofferenza. E' un problema sul quale mi confronto quotidianamente a proposito del documentario che sto preparando in questo periodo, centrato su una vicenda realmente accaduta, tragica e terribile".
[[ge:rep-locali:repubblica:108265434]]
Questo cinema, lontano dai canoni tradizionali e celebrato dalla critica, non sembra compensato da una sufficiente visibilità: come vive l'emarginazione del genere documentario? "Come molti altri documentaristi, spesso mi domando anch'io se ne valga la pena. Per fare questo lavoro è necessaria una grande forza di resistenza, scherzando dico che ci vuole un fisico bestiale. Fa sempre un po' rabbia incontrare degli amici, delle persone interessate al tuo lavoro che ti chiedono dove posso vedere quel film e verificare che la programmazione in sala è precaria, incerta, brevissima. Cinematograficamente appartengo ad una generazione a cui non sono mai stati fatti sconti e, tuttavia, continuo a pensare di non dover mollare".