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CINEMA

Kirk Douglas, cent'anni di cinema. "E adesso, finalmente, sono me stesso"

Incontro con il grande attore, classe 1916, da poco in libreria con "Life could be verse": riflessioni sull'amore, gli affetti, il lutto e ciò che più conta nella vita. "Il segreto della mia longevità? Interessati al prossimo. Così non ti annoi, e non annoi gli altri"

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LOS ANGELES - Kirk Douglas, 98 anni, il leggendario attore, interprete di assoluti capolavori come L'asso nella manica di Billy Wilder, Sfida all'OK Corral di John Sturges, Orizzonti di gloria e Spartacus di Stanley Kubrick è ancora capace di godersi la vita, malgrado il grave ictus che lo colpì nel 1996. Recita poesie a memoria, nonostante la difficoltà di pronuncia: "L'amore inizia a 80 anni / dovrei saperlo sì / amo una ragazza / che ti dirà così" è un verso di una poesia dedicata alla moglie Anne (conosciuta nel 1953 sul set di Atto d'amore) con cui ha celebrato, lo scorso anno, 60 anni di matrimonio. Poesia contenuta in Life could be verse, pubblicato il 2 dicembre scorso in America, proprio nel giorno del suo 98esimo compleanno. "Sono haiku, credo - spiega lui sornione - riflessioni sull'amore, gli affetti, il lutto e ciò che più conta nella vita". Non è il suo primo libro, ne ha altri dieci alle spalle. Nel 1998 scrisse un'autobiografia, molto letta e apprezzata, The ragman's son. Kirk e Anne hanno finanziato nel corso della loro vita, con oltre 50 milioni di dollari, centri di assistenza per gli homeless, parchi per bambini, oltre che un fondo pensionistico per gli attori. Vivono da sempre a Beverly Hills. È qui che incontriamo il grande attore. In una tipica villa losangelina: un solo piano, piscina, grande cucina e tante stanze, salotti relativamente piccoli, pieni di sculture e oggetti d'arte (Anne è gallerista, ne gestiva una a Parigi prima di conoscere Kirk e da allora entrambi collezionano arte). All'ingresso, un grande vaso di Picasso che Anne comprò per 250 dollari. La casa è piena di fotografie: la famiglia, i sette nipotini avuti dai quattro figli - compreso il più giovane, Eric, morto di overdose a 46 anni, una tragedia di cui Douglas si è sentito responsabile per anni. E, ovviamente, il famosissimo primogenito Michael.
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Kirk ci viene incontro appoggiandosi al bastone, si siede sulla sua poltrona preferita nel luminoso salotto; è fragile, certo, ma lucido e di ottimo umore. I lunghi capelli bianchi raccolti in una coda di cavallo. La vanità è ancora una sua caratteristica. "Nel 2016, per il mio centesimo compleanno, pubblicherò il seguito di questo libro: ho ancora tante poesie nel cassetto. Cent'anni: voglio arrivarci e andare oltre". Prende il libro, inforca gli occhiali e legge con la dizione decisamente migliorata rispetto all'ultima volta in cui lo avevamo incontrato svariati anni fa. Quando, inevitabilmente, si finisce per parlare di Spartacus e di Roma, canta anche, in italiano, Com'è bello far l'amore quando è sera. Il vecchio, bellissimo Douglas spera di trovare anche da noi un editore per il suo libro: "Ma ancora non si è fatto avanti".

Signor Douglas, lei ha scritto molti libri prima, ma questo è speciale per lei, vero?
"Sì, è molto diverso da tutto ciò che ho scritto prima. Non posso credere che a dicembre compirò 99 anni e sono ancora qui a parlare di me. Credo sia il mio miglior libro. È piccolo, ma include poesie scritte nell'arco di tutta la mia vita. Avevo un'insegnante al liceo che mi ha inculcato l'amore per la poesia, mi ha incoraggiato a prendere la penna e a scrivere quando mi succedevano cose che mi emozionavano. Da allora non ho mai smesso".

Ce n'è qualcuna che preferisce?
"Certo. Per esempio "Gli attori sono bambini". Mi piacerebbe leggergliela: "Gli attori sono bambini / che rifiutano di crescere / Vivono in un mondo di fantasia / giocano a fare i navigatori, i soldati e anche i cowboy / Sono felici quando ingannano / Il duro lavoro porta fama e denaro / e magari diventi una stella / Ma niente ti farà felice / fino a quando non saprai chi sei". Scrivendo ho capito chi sono. Potevo essere Spartaco o Ulisse, ma recitavo un personaggio, pensavo a lui, non ero io".

Ma recitare le ha dato felicità?
"Sì, naturalmente amo la mia professione. Così come ai bambini piace giocare a cowboy e indiani, in un certo senso quando reciti continui a giocare".

Le manca?
"In realtà no. Ho fatto novanta film, molti brutti, tanti belli. È stato bello lavorare. Sono stato Spartaco, sono stato un assassino, sono stato Van Gogh, sono stato così tante persone. Tutta la vita a recitare altre parti. Finalmente adesso ritrovo me stesso".
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Cita spesso Spartacus.
"All'inizio delle riprese avevamo un regista che non mi piaceva per niente, sapevo che era sbagliato. Non mi piace licenziare la gente ma sentivo che dovevo liberarmi di lui. Fu Marlon Brando a suggerire Stanley Kubrick. Aveva visto Orizzonti gloria che gli era piaciuto molto. Così gli mandai il copione, lui lo lesse, e il giorno dopo venne sul set. Lo presentai a tutti dicendo: questo è il vostro nuovo regista. Stanley aveva 26 anni ma ne dimostrava 16, sembrava un ragazzino".

Come le era venuta l'idea di Spartacus?
"Era un periodo difficile quello, a Hollywood c'era ancora la lista nera. Per la sceneggiatura scelsi Dalton Trumbo che, malgrado fosse il miglior scrittore dell'epoca, era finito in prigione. Ho pensato che uno come lui fosse il più indicato a scrivere di uno Spartaco che lotta per la libertà. All'inizio usammo uno pseudonimo, ma poi io stesso imposi il suo vero nome nei titoli di testa, e questo lo aiutò a uscire dalla black list".

Per questo ha spesso affermato che se avesse cominciato solo cinque anni prima, anche lei sarebbe stato nella lista nera.
"Era talmente ingiusto quello che facevano a Hollywood in quel periodo. Tanti erano a favore e io ero considerato un pazzo, ma essere pazzi rende la vita interessante, no?".

Spartacus fu girato a Roma. Cosa ricorda di quei giorni?
"Ah, Roma, Roma! Sono stato in quasi tutto il mondo ma l'Italia è il mio posto favorito. Ho fatto la corte a mia moglie in Italia. I miei ricordi più belli sono a Roma, quando lavoravo con Dino De Laurentiis, ho amato tanto quel tempo. La gente, la musica... Se potessi viaggiare ancora, il primo posto dove andrei sarebbe Roma".
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A Roma Liz Taylor organizzò una grande festa per lei.
"Lei stava girando Cleopatra, stava con Richard Burton anche se era sposata con Eddie Fisher, e fece una grande festa per la fine delle riprese di Spartacus, mi sembra... mah, comunque è stata molto carina".

Nel suo libro parla delle donne che ha incontrato, Mae West, Brigitte Bardot, Marlene Dietrich.
"Brigitte Bardot! L'ammiravo molto. Siamo amici da allora, era una donna così bella e ancora lo è, ha dedicato la sua vita agli animali e io amo gli animali.. dov'è il mio cane?".

Lei ha una famiglia meravigliosa.
"Sì. Ho scritto una poesia per mio figlio Michael che comincia con "Am I a good father?", e un'altra per il mio povero figlio Eric che è morto. È stata una tragedia, ma la vita è così. A un certo punto non si può più proteggere i figli".

Che rapporto ha con Michael?
"Ottimo. Come si sa abbiamo avuto nel passato i nostri momenti difficili, ma è acqua passata. Dalla mia malattia, e dalla sua, siamo unitissimi. Posso dirlo con serenità e gioia: è uno splendido rapporto tra padre e figlio. Non potrebbe essere più bello. Una cosa che mi piace di Michael è che è più intelligente di me! (ride, ndr). È stato bravissimo. Si è fatto valere per i suoi meriti. Certo, gli ho dato una mano a iniziare quando gli affidai la produzione di Sindrome cinese, una quarantina di anni fa. Poi ha fatto tutto da solo, come produttore e come attore. È diventato più famoso di me. Ora sono io il padre di... E mi va bene cosi".

Le manca il teatro?
"Quando ho cominciato non pensavo che sarei diventato una star del cinema. Pensavo di essere un attore di Broadway. Poi nacque Michael, avevo bisogno di soldi e Lauren Bacall, che era una mia amica, mi portò a un provino: il produttore mi offrì una parte e io la accettai. Il regista del secondo film mi licenziò dopo un litigio sul set. Ma sono riuscito ad avere altri lavori, e sono ancora qui".

Chi erano i suoi amici dell'epoca? Burt Lancaster per esempio.
"Con Burt eravamo buoni amici. Ricordo una volta che dovevamo fare un discorso a un evento, Burt disse: Kirk, mangiamo qualcosa. Io gli risposi: Burt, non mangio mai prima di fare un discorso. Dopo aver parlato tornai a sedermi e Burt mi disse: Kirk, era meglio se mangiavi! Ci siamo divertiti, io e Burt. Quando produssi Sette giorni a maggio (John Frankenheimer, 1964, ndr) dissi a Burt: puoi scegliere la parte che vuoi. Lui scelse proprio quella che volevo io, quella del colonnello Casey. Finì con una gran litigata ma alla fine lui fece il generale Scott. Ora Michael parla di rifare quel film ma mi ha detto "papà, io voglio la parte di Burt, non la tua!". Sono fiero di Michael, è il mio attore preferito".
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Vorrebbe che i suoi nipoti diventassero attori?
"Senta, Michael è andato all'università. Pensavo sarebbe diventato un avvocato, ed ero così felice perché ogni padre ebreo vorrebbe avere un figlio medico o avvocato. Il primo mese di università mi dice, "papà, voglio recitare". Andai a vederlo, faceva una piccola parte. Mi chiese: "papà, com'ero?". "Eri terribile!", gli ho detto. Pensavo che sarebbe finita lì e invece due mesi dopo era in un'altra commedia. Tornai a vederlo e lui: "papà, com'ero?". "Michael, sei stato bravissimo!". E da allora è stato bravissimo in tutto quello che ha fatto. Le persone sono quello che veramente vogliono essere".

Con Brando eravate amici?
"Sì, Marlon era strano. Penso avesse grossi problemi con se stesso. È triste che tanti attori arrivino a un punto in cui non amano se stessi. Era un gran personaggio, ho bei ricordi di Marlon".

C'è stato un tempo in cui a Hollywood lei e i suoi amici facevate follie...
"Una volta mia moglie organizzò una serata. Frank Sinatra che era un caro amico, ma gli piaceva mia moglie, venne nel pomeriggio e disse: cucino io. Era un bravo cuoco italiano. Al momento degli antipasti uscì dalla cucina con il vassoio e offrì da mangiare agli ospiti. Non ci potevano credere...".

Guarda ancora film?
"No, non tanto. L'industria del cinema non esiste più: oggi è tutto in televisione. Voglio dire, grande schermo e sala buia stanno per scomparire, con effetti inevitabili sul prodotto stesso. E poi non conosco più nessuno. Il mio nome è Kirk Douglas, facile da pronunciare, niente stranezze: oggi tutti hanno nomi che non so nemmeno pronunciare, tutti strani!" (ride).

Qual è il segreto della sua longevità?
"Vivi con qualcuno che ami e ammiri. Gioca con i bambini più che puoi, interessati al prossimo. Così non ti annoi e non annoi gli altri. Lascia che il passato dia forma al tuo futuro, e cerca di fare qualcosa di speciale e di significativo ogni giorno. Accetta i cambiamenti e i limiti e sii grato a chi rende la tua vita più facile e più felice. Oggi si va in pensione a 65 anni. Per me vai in pensione e muori".

Come celebrerà il suo centesimo compleanno?
"Spero di avere intorno Michael e sua moglie Catherine e Anne e tutta la mia famiglia. E mi berrò un buon drink".