IL berretto in testa ricorda quello del suo personaggio più famoso, amatissimo dal pubblico ma anche dal suo interprete, eppure niente potrebbe essere più lontano dal carattere de "er Monnezza" da quello dell'uomo che lo ha incarnato al cinema. Tomas Milian, classe 1933, una vita in bilico tra impegno e goliardia, una leggerezza innata, forse grazie alle sue origini cubane che ora vengono ripercorse da un bel documentario The Cuban Hamlet, firmato da Giuseppe Sansonna, il giovane regista che ha convinto Milian a tornare nell'isola di Castro, dal quale era partito nel 1956 nella quale non era mai tornato.
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"L'ho convinto quando l'ho incontrato a Miami, ero in Florida per scrivere un libro sulla sua vita. Siamo diventati amici e ha accettato di partire con me - racconta Sansonna, già autore tra l'altro di un documentario su Rodolfo Valentino e di uno su Zednek Zeman - e che sta scrivendo per Minimum Fax anche una biografia dedicata all'interprete de Er Monnezza, "anche se quel personaggio - dice - è una maschera che non somiglia per niente a Tomas, che è stato pupillo dei grandi autori, poi star dello spaghetti western. Ecco, nel film volevo 'disinnescare' il racconto quasi ossessivo di se stesso. E per farlo ho pensato di portarlo sui suoi passi perduti, come dice lui stesso nel film". The Cuban Hamlet - che oggi, 82esimo compleanno di Milian, andrà in onda su Rai Movie e Rai Italia - restituisce un attore meno "gigione" del solito, lo riporta in luoghi dove è più difficile nascondere dietro ai personaggi una vita segnata dalla tragedia. E così Milian racconta un'altra volta il suicidio del padre, del quale fu spettatore a 12 anni; sullo sfondo, la grande villa di famiglia nella quale non riesce a entrare. E ancora, lo vediamo camminare, curvo, lungo i viali del cimitero dell'Avana alla ricerca di una famiglia che l'ha profondamente segnato ma della quale oggi stenta a ritrovare quel che resta.
Milian racconta la giovinezza da "vitellone" dell'era Batista, con i fratelli al soldo della mafia nella gestione dei locali notturni, la folgorazione per James Dean, che comincia a imitare da quando l'amata zia (sostenitrice occulta di Fidel Castro) non gli finanzia la partenza per gli Stati Uniti, dove sarà il primo cubano a essere ammesso all'Actor's Studio. "Vedere La valle dell'Eden gli ha cambiato la vita - racconta ancora Sansonna - ma è il suicidio del padre l'episodio fondante della sua vita. E visto che un analista gli ha detto di parlarne per liberarsene, lui lo racconta continuamente". Un padre che ha incarnato idealmente anche al cinema, in personaggi come il generale Salazar di Traffic, e che ritorna in tanti ricordi, nelle parole cubane di Milian, che parla in italiano con bagliori continui di spagnolo e non riesce a resistere - malgrado il bastone al quale si appoggia per camminare - alla musica e si unisce ai balli nelle strade e nei patios dell'Avana.
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Torna anche al Vedado, il quartiere che fu della borghesia di Batista, dove Milian è cresciuto: "Giorno per giorno non ti accorgi di invecchiare - dice poggiato su un muretto rovinato, rivolto all'amico regista - ma farmi tornare dopo sessant'anni è come prendermi per il collo e costringermi ad affrontare quanto sono vecchio. Mi ha fatto male ma poi bene, perché qui c'è la mia vita". Una vita che racconta senza parafrasi e senza schermi: "Il rimpianto è che avrei voluto essere più normale, avrei vissuto più facilmente - racconta - faccio che la gente rida con me, c'è un flirt tra i miei problemi, me e il pubblico. L'ho usato per ricevere amore e applausi. Io non ho fatto scelte, mi sono fatto scegliere, sono stato una puttana".
Un uomo al quale la storia è passata addosso, "uno Zelig o un Forrest Gump" lo definisce il regista, che chiude The Cuban Hamlet con Milian che recita una poesia della quale è autore e nella quale racchiude la sua vita: "Non mi diedero pelle perché fossi ferito dal vento". Forse è lì che davvero capiamo quanto Er Monnezza sia lontano dall'uomo che l'ha eletto a suo alter ego.
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"L'ho convinto quando l'ho incontrato a Miami, ero in Florida per scrivere un libro sulla sua vita. Siamo diventati amici e ha accettato di partire con me - racconta Sansonna, già autore tra l'altro di un documentario su Rodolfo Valentino e di uno su Zednek Zeman - e che sta scrivendo per Minimum Fax anche una biografia dedicata all'interprete de Er Monnezza, "anche se quel personaggio - dice - è una maschera che non somiglia per niente a Tomas, che è stato pupillo dei grandi autori, poi star dello spaghetti western. Ecco, nel film volevo 'disinnescare' il racconto quasi ossessivo di se stesso. E per farlo ho pensato di portarlo sui suoi passi perduti, come dice lui stesso nel film". The Cuban Hamlet - che oggi, 82esimo compleanno di Milian, andrà in onda su Rai Movie e Rai Italia - restituisce un attore meno "gigione" del solito, lo riporta in luoghi dove è più difficile nascondere dietro ai personaggi una vita segnata dalla tragedia. E così Milian racconta un'altra volta il suicidio del padre, del quale fu spettatore a 12 anni; sullo sfondo, la grande villa di famiglia nella quale non riesce a entrare. E ancora, lo vediamo camminare, curvo, lungo i viali del cimitero dell'Avana alla ricerca di una famiglia che l'ha profondamente segnato ma della quale oggi stenta a ritrovare quel che resta.
Milian racconta la giovinezza da "vitellone" dell'era Batista, con i fratelli al soldo della mafia nella gestione dei locali notturni, la folgorazione per James Dean, che comincia a imitare da quando l'amata zia (sostenitrice occulta di Fidel Castro) non gli finanzia la partenza per gli Stati Uniti, dove sarà il primo cubano a essere ammesso all'Actor's Studio. "Vedere La valle dell'Eden gli ha cambiato la vita - racconta ancora Sansonna - ma è il suicidio del padre l'episodio fondante della sua vita. E visto che un analista gli ha detto di parlarne per liberarsene, lui lo racconta continuamente". Un padre che ha incarnato idealmente anche al cinema, in personaggi come il generale Salazar di Traffic, e che ritorna in tanti ricordi, nelle parole cubane di Milian, che parla in italiano con bagliori continui di spagnolo e non riesce a resistere - malgrado il bastone al quale si appoggia per camminare - alla musica e si unisce ai balli nelle strade e nei patios dell'Avana.
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Torna anche al Vedado, il quartiere che fu della borghesia di Batista, dove Milian è cresciuto: "Giorno per giorno non ti accorgi di invecchiare - dice poggiato su un muretto rovinato, rivolto all'amico regista - ma farmi tornare dopo sessant'anni è come prendermi per il collo e costringermi ad affrontare quanto sono vecchio. Mi ha fatto male ma poi bene, perché qui c'è la mia vita". Una vita che racconta senza parafrasi e senza schermi: "Il rimpianto è che avrei voluto essere più normale, avrei vissuto più facilmente - racconta - faccio che la gente rida con me, c'è un flirt tra i miei problemi, me e il pubblico. L'ho usato per ricevere amore e applausi. Io non ho fatto scelte, mi sono fatto scegliere, sono stato una puttana".
Un uomo al quale la storia è passata addosso, "uno Zelig o un Forrest Gump" lo definisce il regista, che chiude The Cuban Hamlet con Milian che recita una poesia della quale è autore e nella quale racchiude la sua vita: "Non mi diedero pelle perché fossi ferito dal vento". Forse è lì che davvero capiamo quanto Er Monnezza sia lontano dall'uomo che l'ha eletto a suo alter ego.